Italiana e straniera
questa la mia ricchezza

Mi chiamo Sara Rouibi, ho 27 anni e sono nata e cresciuta a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna. Svolgo un master in diritto delle migrazioni e sono consigliera comunale nella mia città. La mia passione principale, resistente a tutto, talvolta anche allo scontro con la realtà, è la politica, vissuta come un’attività che mi permette di pensare alla costruzione insieme agli altri di una società migliore, civile, trasformando la mia esistenza quotidiana, piena di incertezze, in un progetto che può essere condiviso. In tempi come questi, dove la razionalitàe l’umanità sembrano di giorno in giorno più fragili, l’attività politica è l’unica possibilità di esprimere le mie responsabilità da cittadina inseguendo ideali eterni come la solidarietà o i diritti umani. Tutto ciò lo spiega la mia storia giovane che ho deciso di raccontare.

Fin da piccola ho vissuto l’essere straniera non come una ricchezza ma come una diversità intesa come difetto, quasi da nascondere in presenza degli altri italiani, infatti, raramente mi lasciavo andare a commenti sull’Algeria. Per questo cercavo di assomigliare agli altri, come i miei compagni di classe, raddoppiando gli sforzi a scuola o studiando la storia italiana, come se questo potesse bastare per essere riconosciuta italiana.

L’altra identità riaffiorava soprattutto attraverso la religione, quest’ultima vissuta principalmente come un dogma da non mettere mai in discussione e che assorbiva pienamente l’altra me.

Ai miei occhi queste due identità sembravano due mondi isolati, difficili da conciliare, quasi opposti. Questo anche perché non avevo intorno esempi in cui potevo rivedermi, riflettere la mia storia, comprese le contraddizioni di chi come me si trovava al confine tra questi due mondi.

Negli anni dell’adolescenza ho indossato il velo perché è un dovere della donna musulmana ed esprime la forma più importante di vivere la propria fede in Dio.

Questo passo importante ha segnato un cambiamento nella mia vita. Se da un lato con il velo esprimevo la mia identità algerina (almeno quello che consideravo come tale) e musulmana, dall’altro lato sentivo la mia italianità sfuggirmi, allontanarsi e trasformarsi in un sogno dell’infanzia spezzato…

Potevo parlare come italiana con un velo che chiaramente sottolineava agli occhi degli altri una profonda differenza? No, ma in più era come se il velo negasse qualcosa di me, che nessuno era capace di restituirmi, neanche il mio sforzo per essere una buona musulmana.

Ero sola: negli anni a venire avrei compreso che era possibile colmare o trarre forza da quell’antica solitudine attraverso la politica, intesa come la possibilità, per chi ritiene di non collocarsi in nessun luogo esatto, di poter lottare per l’affermazione di uno spazio nella società e costruendo quel futuro che si può scorgere nelle proprie azioni.

L’incontro decisivo per la mia vita è stato con la storia e la filosofia al liceo, perché ha fatto nascere dentro di me il desiderio e la curiosità di conoscere, di mettere in discussione quelle verità che credevo immodificabili come la fede, di superare molti condizionamenti dell’ambiente in cui vivevo. In poche parole, ho iniziato a capire l’importanza di coltivare quotidianamente la libertà che si può declinare nella consapevolezza di essere cittadini responsabili delle nostre azioni e del tempo in cui viviamo. E allora, sì, potevo scoprirmi differente da quella che avevo sempre creduto di essere, con un punto di vista completamente diverso, finalmente con una libertà di pensiero che non avevo mai avuto. I due mondi separati e inconciliabili dentro di me finalmente potevano fondersi perché ero cambiata. E questo è successo anche perché studiare la storia del paese di provenienza della mia famiglia, e non più semplicemente la rappresentazione che mi ero fatta attraverso la religione, mi ha portato ad una rilettura inedita di quell’Algeria tormentata, irrisolta ma reale, viva nelle sue contraddizioni.

Gli altri erano colpiti dal mio essere finalmente libera, senza velo e laica, e inizialmente credevano che avessi rinnegato una parte di me, quella della straniera. Si sbagliavano, non ero mai stata così sinceramente straniera e italiana, come in quel momento.

Sono cittadina italiana a tutti gli effetti anche perché sono consapevole della storia italiana vissuta da uomini e donne che in qualche modo mi hanno permesso di nascere e crescere in Italia e coltivare un amore intenso per la democrazia. E sì, straniera, perché sono anche questo, sono portatrice di una differenza che mi arricchisce e che nasce da un’integrazione tra le mie appartenenze. Se penso a chi posso assomigliare ora, direi a quei ragazzi che si sentono e si incrociano nelle manifestazioni per il riconoscimento dello ius soli ai bambini nati e/o cresciuti in Italia, ai militanti nelle associazioni, nei sindacati o anche nei partiti politici che lottano per affermare politicamente la loro presenza nella società traendo vitalità dalla loro diversità culturale e non solo, il cui progetto di vita è quello di contribuire al miglioramento dell’Italia. Ma assomiglio anche a quei ragazzi che ho incontrato dall’altra parte del Mediterraneo che si impegnano nell’affermare i diritti umani, lottano per la piena parità tra uomo e donna e contro ogni forma di discriminazione anche quando questa è affermata in nome della religione.