Una calabrese
ai tempi del Covid
sul Mare Nostro

Non è cosa facile scrivere di Calabria quando le si appartiene. Appartenere alla Calabria vuol dire avere radici profonde, per questo noi la chiamiamo “terra”, non semplicemente regione. Fateci caso ogni volta che sentirete parlare di lei un calabrese, forse perché è circondata per tre lati dal mare e quella piccola parte attaccata al continente ce la teniamo stretta. E’ forte la paura che si stacchi definitivamente, la paura di annegare.
Dire “la mia terra” probabilmente nasconde pure la consapevolezza che il suo derivato, terrone, abbia una spiegazione fisica, e non antropologica, la seconda è difficile da accettare. Ci ricorda secoli di migrazioni, di porte chiuse alle spalle con il freddo nel cuore e una zolla in tasca.
Chi studia la storia, intuisce che ogni periodo ha un suo cominciamento per il dopo. Per noi funziona che ce la prendiamo spesso con chi è arrivato da fuori, perpetrando il tradimento iniziale. Facile roba per una muova mitologia, dietro cui nascondere colpe e responsabilità.

La colpa di chi ritorna

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Foto di Valter Cirillo da Pixabay

E’ successo due secoli fa anche coi piemontesi, succede oggi in piena emergenza coronavirus. Nei mesi in cui il Covid-19 ancora ci risparmiava, la scorsa primavera, ci scagliammo contro i calabresi che dal nord, non appena seppero della chiusura, se ne scapparono a casa propria: criminali, untori, egoisti, rimanete dove siete, dovete proteggerci! Porte chiuse per figli, fratelli e sorelle, padri e madri. Avevi scelto di andartene? ora non potevi rientrare.
Si scatenò in quell’occasione una rabbia ancestrale, che ruppe il patto generazionale, e non solo. Succede in questi giorni, in cui la Calabria è materia di inchieste e dibattiti come non mai a causa di una sanità precaria, che sconta anni di malaffare, di chiusure di presidi ospedalieri cruciali per interi territori, di lauti compensi dati al privato, di commissariamenti fallimentari.

Vecchi ospedali e emigrazione sanitaria

La cronaca locale lo sapeva già, e lo sapevano purtroppo i tanti costretti alle cure negli ospedali del nord, che rimpinguavano un nuovo genere di emigrazione, quella sanitaria. Fidarsi e aspettare, come se qui non ci fossero intelligenze, competenze, coraggio. C’erano e ci sono, ma il sistema impastoiato e corrotto, ormai allo scoperto e alla resa dei conti, li aveva bloccati; così, come in ogni area di guerra che si rispetti, invece di nosocomi moderni e attrezzati arriveranno gli ospedali da campo, snelli, mobili, utili nelle emergenze, smontabili quando non serviranno più, e potrà riprendere alla grande la mangiatoia e la conseguente fuga verso le altre regioni. Ancora una volta, ci saremo presi in giro, ci saremo traditi a vicenda.
Quelle porte che continueremo a chiuderci alle spalle sono le stesse che i greci antichi ci avevano insegnato a tenere aperte: “trasìti, favurìti”. E così, col tempo, era capitato che arrivasse qualcuno, che ci entrasse in casa e ci sfrattasse. Arrivavano, ci promettevano di tutto, anche la salvezza, e poi ci derubavano. Alla lunga, anche noi imparammo a tradire, a rubare, a chiudere le porte dall’interno. Ma rubare non è difendersi, è avere appreso una lezione che prima o poi bisogna scontare.

La grande cultura

bronzi di riace

Quando furono trovati i bronzi a Riace, quel naufragio fu l’ennesima prova di come le nostre coste fossero state trafficate di gente, mercanzie, culture. Un po’ più a nord, proveniente da Samo, Pitagora vi aveva fondato la sua scuola e gettato le basi della matematica e della scienza. Nei secoli successivi, non erano mancate le teste pensanti divenute immortali, Gioacchino da Fiore, Telesio, Campanella, per rimanere lontano. La Calabria, come nessun’altra terra, non merita di essere mortificata.
Forse per questo il calabrese è diffidente, come dicono, e come dargli torto? Essendo l’estrema appendice dello Stivale, per lui è tutto lontano, la capitale, il nord, l’Europa. Persino i viaggiatori del Grand Tour raramente vi sostavano, quasi sempre si imbarcavano a Napoli alla volta della Sicilia. Eppure, qui, ce ne sono di bellezze… Il calabrese è rude, è capa tosta, incline alla solitudine, che cerca tra i giganti della Sila come tra le rocce dell’Aspromonte, negli anfratti marini o nella propria casa.

Andare via o rimanere?

Essere Calabria significa trovarsi prima o poi di fronte a una scelta: andare via o rimanere. Se rimani, ti precludi molto che questa terra non può né sa offrirti, se vai via, quella zolla con te nella tasca rimarrà il richiamo continuo a ciò che eri e che hai rinunciare a essere fino in fondo.
Le radici si allungano, si assottigliano, ma ti seguiranno ovunque. Difficile da far capire a chi calabrese non è. Se rimani, ogni tuo fallimento o rinuncia diventerà una bestemmia e una maledizione. Se parti, sarà lo scrupolo e il pentimento. E anche il successo non sarà mai totale, perché ti porti marchiati sulla pelle quegli 800 km di coste e un entroterra mozzafiato, paesi, tanti, e campagne, boschi, armenti, lupi, sì lupi, che escono ancora la notte e ululano a un paesaggio quasi disabitato, incontaminato.

Quando il Mediterraneo era il Mare Nostro

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Foto di Alessandro Giordano da Pixabay

Il calabrese è pronto a rinunciare a tutto questo, a barattarlo, a svenderlo, anche quando si accorge che qualcun altro lo fa, e ammicca, ne diventa complice, girandosi dall’altra parte.
E accade che si crei un crepaccio, si stacchi l’intonaco, crolli una colonna, si incendi un bosco, che quel passato lo offendano e, con esso, tutti i calabresi onesti che continuano a fare, tra le due, la scelta forse meno facile: rimanere. Per provare a riaprire le porte all’esterno, a riprendersi la sua storia più bella, a essere orgogliosi di esserci nati, a ripopolare i borghi, se necessario, anche di profughi. Perché, cosa era in fondo il Mediterraneo, se non il Mare Nostro, e la Calabria la terra più vicina dove attraccare dopo la tempesta?