Sinistra, non svenderti
per un piatto
di polvere di stelle

La crisi è aperta e, forse mai come questa volta, non si sa come si chiuderà. Il governo Salvini-Di Maio finisce nel modo peggiore. Con il premier Conte che attacca duramente il leader leghista che gli sta seduto accanto e scrolla il capo, fa le facce, guarda in alto. E che subito dopo, dagli scranni della Lega e non da quelli del governo, ricambia con toni da campagna elettorale contro il “partito del no”. Ma con un finale in cui lascia aperta una possibile, anche se difficilissima, ricomposizione: votiamo il taglio dei parlamentari, approviamo la legge di bilancio evitando l’aumento dell’Iva e poi al voto. Ci crede Salvini a questa ipotesi? Davvero pensa che dopo il duro j’accuse di Conte sia possibile ricucire un’alleanza ormai frantumata e finalmente archiviata? L’impressione è che sia solo tattica: un tentativo, sugellato dal ritiro della mozione di sfiducia al premier, di scaricare sui Cinque Stelle tutta la responsabilità della crisi.

Il Quirinale detterà tempi strettissimi

Ora, dopo che Conte è salito al Quirinale e ha rimesso il mandato, la gestione della crisi passa per fortuna nelle mani del Capo dello Stato. Il quale non ha alcuna intenzione di perdere tempo: subito le consultazioni tra mercoledì e giovedì, con verifica se esista la possibilità di un Conte-bis. Oppure, in alternativa, se ci siano le condizioni di un governo Pd-Cinque Stelle che sia politicamente e programmaticamente solido, affidabile e di legislatura. Ai leader della nuova ipotetica maggioranza saranno dati tempi strettissimi per confermare l’intesa e fare il nome del presidente del Consiglio. Niente lungaggini, come è accaduto a marzo del 2018 dopo il voto.

Queste sono le procedure. Ma che cosa può succedere ora? E soprattutto che cosa è meglio che succeda? L’ipotesi di un ritorno di fiammella tra Salvini, Di Maio e Conte appare abbastanza fumosa. I fossati scavati sono tanti e tutti profondi. Difficile costruire ponti. Quindi quel patto finisce. Il “governo del cambiamento” muore in un pantano nel quale rischia di portarci tutto il Paese.

E muore con l’immagine feroce di altri migranti prigionieri su una barca della Open Arms al largo di Lampedusa, ai quali viene impedito di scendere a terra. Come è successo altre volte, certo. Ma con l’aggravante – non dimentichiamolo – che un premier ringalluzzito dalla retorica anti-leghista non ha avuto il coraggio nemmeno ora di riparare a questa ignobile vergogna. Ci ha dovuto pensare un magistrato a farli scendere.

Ma quale accordo con chi ha approvato il decreto sicurezza

Questo è il punto che il Pd e la sinistra dovrebbero avere chiaro. Come è mai possibile pensare con tanta facilità di fare un accordo con chi ha approvato due decreti sicurezza? Che ha inasprito pene e multe. Che ha trasformato in reato il dovere di aiutare chi rischia la morte e tratta come criminali quelli che salvano le vite in mare. Che ha creato nel Paese un clima di odio che legittima qualsiasi comportamento violentemente razzista. Che ha portato il Paese e i suoi cittadini, i suoi lavoratori, in una nuova situazione di crisi. Con il Pil più basso d’Europa, la crescita ferma, l’occupazione al palo e le centinaia di crisi aziendali aperte e non risolte. Come si fa?

In aula Conte non ha aperto nemmeno un piccolo spiraglio. Ha rivendicato orgogliosamente questa azione “operosa” del suo governo, il suo “impegno riformatore”. Ha difeso tutto, non ha dimenticato nulla. La colpa di Salvini, dunque, non è quella di avere contribuito a imporre scelte sciagurate e ignobili che ci hanno portato fin qui. No, la sua colpa è aver fatto calare il sipario sul “favoloso mondo giallo-verde”. Avere interrotto prima del tempo quell”anno bellissimo” che il premier aveva promesso qualche mese fa agli italiani.

In questo modo persino le dure critiche di Conte al vicepremier leghista sono apparse fuori tempo massimo. Dov’era infatti lui quando tutto questo accadeva? Quando si chiedevano “pieni poteri”? Quando si inseguivano “interessi personali e di partito”? Quando Salvini mostrava “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”? Per quattordici mesi Giuseppe Conte, autonominatosi avvocato del popolo, ha fatto solo l’avvocato di se stesso. Non alzando un dito, non pronunciando una parola contro la deriva del suo governo, nel tentativo di difendere la sua postazione a Palazzo Chigi.

Abbagliati dalle belle paroline del premier?

Vogliamo dirlo questo? Oppure il Pd e la sinistra pensano di cullarsi nelle belle paroline programmatiche con cui furbescamente Conte ha condito la seconda parte del suo intervento? Tutti specchietti per le allodole: dall’ambientalismo allo sviluppo equo e sostenibile, dal nuovo umanesimo (nuovo umanesimo coi migranti trattati come bestie?) al rilancio del progetto europeo per finire con la rivendicazione dell’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea.

Un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti del Pd, di una sua parte consistente, che da troppo tempo ha cominciato ad allargare le braccia per accogliere un nuovo patto di governo. Tutti spinti da Matteo Renzi che, anche ieri in aula, ha fatto sapere che “un governo ci vuole”, che è stato un “colpo di sole aprire la crisi”. Che se dovesse vincere la linea di Salvini per un ritorno alle urne ciò “avverrà anche con l’accordo, non dico la connivenza, di una parte importante del nostro schieramento”. E comunque noi (e non si capisce a chi si riferisca quel noi) “daremo il nostro contributo perché a pagare la vostra sciagurata crisi non siano le famiglie, non siano i consumatori”. Quindi, chi pensa al voto, oltre a essere un disertore, come ha detto in un’intervista recente, ora è anche uno che è d’accordo con Salvini. Se non connivente.

La strategia di Renzi e il rischio per il Pd

La strategia di Renzi è ormai chiara e l’ho già scritto: indebolire il Pd di Zingaretti, prendersi il tempo che serve per far nascere un nuovo partito. Non due mesi, due anni. Perché andare al voto subito brucerebbe ogni tentativo in questo senso.

Ma percorrere questa strada sarebbe però un disastro per il Pd e per tutta la sinistra. Ci si dovrebbe piegare a quel che resta dei Cinque Stelle con un giro di valzer – dopo una guerra frontale durata anni e passando sopra a tutte le immense differenze programmatiche – che gli elettori non capirebbero e che sicuramente si pagherebbe a caro prezzo alla prima prova elettorale. Per di più si tratterebbe di un patto di governo senza nemmeno quel minimo di riflessione critica da parte dei grillini su questo anno vissuto pericolosamente con gli estremisti della Lega e sugli errori commessi.

No, sarebbe una strada sbagliata. Nicola Zingaretti, sempre più sotto assedio nel Pd e sempre più ostacolato nel suo lavoro di segretario, lo ha capito subito e resiste. Forse dovrebbe gridarlo più forte, farsi sentire, archiviare la strategia degli equilibrismi con cui non si può governare a lungo un partito sperando di tenere insieme le troppe anime che insieme stanno ormai con eccessiva difficoltà in un clima di sospetti reciproci. E’ il momento di fare chiarezza.

Sono certo, però – e questa, in fondo, è la cosa più importante che mi rassicura – che Sergio Mattarella dall’alto del Quirinale non darà mai il suo via libera a un accordo incerottato alla bell’e meglio pur di evitare il ritorno al voto.