Erosione, il mare si mangia le coste. “Italia sicura” è un fallimento

Dalle rilevazioni digitali di questi giorni compiute dall’Istituto idrografico della Marina di Genova la conferma che il fenomeno dell’innalzamento del mare risulta sempre più accelerato: venti centimetri in più sulle coste liguri. Solo là? Ma no, questa è solo l’ultima notizia data da un giornale.

La drammatica inerzia dei poteri pubblici

In realtà l’allarme per l’erosione delle coste è ben più diffuso, è generale. Mettiamoci i devastanti mutamenti climatici in atto, aggiungiamoci appunto l’innalzamento del livello dei mari, e sommiamoci naturalmente la sostanziale inerzia dei poteri pubblici (aggravata dai maledetti frutti del trasferimento dallo Stato alle Regioni anche delle competenze in materia di difesa dei litorali), ed ecco il risultato: 1.662 chilometri di arenili, da un capo all’altro del Paese, da Ventimiglia a Punta Passero, da Riace Marina a Ostia, sono in progressiva erosione, stanno sparendo o, peggio ancora, sono già letteralmente spariti.

La denuncia del disastro è tra i dati contenuti in un rapporto ufficiale della direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque, una delle divisioni più importanti del ministero dell’Ambiente. Ebbene, di 7.465 km di costa italiana, le spiagge rappresentano più della metà (3.950 km), e di queste ben il 42% sono in erosione. Il top del disastro è nella piccola Molise: con 36 km di costa (di cui 25 difesi da scogliere) il mare si sta mangiando addirittura il 91% delle spiagge. In Basilicata, lungo la fascia ionico-metapontina, l’erosione degli arenili raggiunge quota 78%. Né la situazione è migliore in Puglia (erosione in atto del 65% delle spiagge), in Abruzzo (61%), in Marche e Lazio (54%). Nelle altre regioni, il consumo degli arenili è tra il 43 e il 33%, mentre i valori più bassi si registrano in Emilia-Romagna (25), Veneto e Friuli rispettivamente con il 18 e il 13.

 

Così è fallito il progetto “Italia sicura”

Il rapporto fa anche un paio di conti sul bilancio delle variazioni della linea costiera in mezzo secolo, dal 1960 al 2012. Queste variazioni hanno fatto registrare per un verso un arretramento delle coste di 92 chilometri quadrati (interessando 1.534 km di coste, il 23% del totale) e, per un altro verso, un avanzamento, invece, per 57 chilometri quadrati (su 1.306 km costieri, il 19% del totale), da cui un bilancio negativo di 35 chilometri quadrati di litorali andati perduti, fino a minacciare la sicurezza e la condizione economica di abitanti e infrastrutture.

Questo bilancio negativo dimostra il sostanziale fallimento di quel che si è fatto e si è speso sin qui dal 2014 quando era stata istituita una “struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”, denominata “Italia Sicura”, che raggruppa (o raggruppava? Certo non se ne parla più) ministeri, regioni e 3.600 enti sparsi sul territorio con lo scopo di attivare cantieri, quasi duemila, e finanziamenti, quasi quattro miliardi, solo in parte andati a buon fine.

Perché si è fatto poco e male? Anzitutto: non sono una risposta adeguata le sole opere di ingegneria strutturale e di difesa passiva – a questo erano destinati soldi e cantieri –, ma con tutta evidenza bisognava (e tanto più bisogna) intervenire con una gestione complessiva delle aree costiere e con i così detti piani di adattamento che consentano di rispondere in modo efficace all’evoluzione futura di un habitat così delicato. Ancora: vero è che undici regioni costiere (le altre tre sono latitanti), talune approssimativamente e tal’altre in modo esemplare, hanno adottato strumenti di pianificazione estesi alla gestione e tutela del territorio costiero. Ma è vera anche la disorganizzazione e la mancanza di dati omogenei per cui, durante i lavori del Tavolo nazionale sull’erosione costiera (costituito nel 2016), sono emerse difficoltà di comparazione e di riconduzione in un quadro nazionale di dati in possesso delle diverse regioni, in alcuni casi anche per carenza di dati, che non hanno consentito di pervenire a stime omogenee del fenomeno erosivo a scala nazionale.

Come dire che sono sin qui fallite le idee-forza delle “Linee guida per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici, versione 2018” che dovevano “fornire indicazioni su come sia possibile procedere ad un percorso di allineamento, standardizzazione e completamento delle basi essenziali per potere arrivare gradualmente ad una condivisione delle informazioni e delle stime a livello nazionale pienamente attendibili e aggiornati su base regionale”.

Quante parole al vento e quante ammissioni di impotenza, proprio mentre domenica scorsa Repubblica annunciava allarmata (vedi foto qui accanto) che “si alza il mare: 20 centimetri in più sulle coste liguri”.