Eroi del deserto
Non clandestini

E stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balia dell’immenso fiume di braccia. Mi accorgo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me. Senza nemmeno sapere in quale essere mi trasformerà, ormai non posso fermarmi. Cercavo il perché migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare. Perché non fanno come Amadou, il giovane papà incontrato al mercato di Ayorou, che era quasi arrivato in Europa ma ha avuto il coraggio di ritornare a casa? Perché non rinunciano? Non si salvano? Non tornano indietro? Volevo scoprire cosa c’è sulla rotta per l’Europa di più spaventoso della morte in mare. E l’ho scoperto.

Qui nel deserto ho conosciuto la morte da vivi. Eppure era facile immaginarlo già prima della partenza. Ma il viaggio mi aspettava. Era la prova da superare per poter guardare senza più complessi di inferiorità i sopravvissuti sbarcati in Italia, ma anche la storia degli italiani, degli europei partiti nell’Ottocento e nel Novecento per le Americhe. Un insostituibile esercizio della memoria.

All’improvviso esplode la nostalgia. Per i morti che non ho conosciuto. Come Kofi. E per i vivi abbagliati dalle menzogne. È l’assaggio del dolore dell’anima che accompagnerà il mio ritorno, ne sono sicuro. Una nostalgia al contrario. È ancora presto perché mi manchi casa. Ma già so che non sarò a casa, mi mancheranno il viaggio e i suoi eroi. Dovrò come sempre affidarmi a Lei. Chissà cosa sta facendo. “Avrò un bel daffare per farti guarire da questa follia” mi ha scritto nel suo ultimo sms prima che lasciassi Agadez.

Non appena Orione è allo zenit, si leva una brezza gelida. Una carezza fresca fin dentro i polmoni. Lo sbalzo di temperatura fa crepitare le rocce che affiorano come scogli dalla sabbia. Sembrano parole, pezzi di frasi portate dal vento. I gin hanno molte favole da raccontarsi stanotte. Contro il dolore dell’anima, il sonno è il migliore analgesico. Almeno fino a domattina.

Il suono arriva da lontano. Un ruggito lento. La mente scruta nella parte dell’inconscio per capire se è un sogno. Il suono insiste. Svanisce. Ritorna. Gli occhi si accorgono che è già chiaro al di là delle palpebre chiuse. Il ruggito si avvicina. Il volume aumenta e diminuisce. Dipende se il motore è in cima a una duna o in fondo a un avvallamento. Stanotte ha fatto così freddo che è stato necessario mettersi addosso la giacca a vento. Tutt’intorno, sulla sabbia ondulata, un topolino bianco ha lasciato le fragili impronte della sua escursione. ma ci sono anche tracce più grandi. Troppo grandi per essere un fennek. Tracce lasciate in punta di zampe. Uno sciacallo. Ha girato ovunque. Avrà annusato i nostri respiri, la cassa con i viveri, il bidone dell’acqua. Nel Sahara l’acqua ha un odore inconfondibile. Un profumo metallico che eccita immediatamente la gola impastata di caldo e polvere. Impari a riconoscerlo subito.

Gli occhi osservano le facce. Una per una. Hanno ciglia e sopracciglia incrostate di sale e polvere. Labbra secche e bruciate. Molti passeggeri devono essere ammalati. L’odore di diarrea fa venire la nausea.

Sarà il gelo della notte, la sua aria cristallina entrata nei polmoni che nemmeno la tosse rabbiosa adesso riesce a espellere. Ma oggi vorrei essere ovunque. Non qui.

(Fabrizio Gatti, “Bilal. Viaggiare e morire da clandestini”, 2007)