La recessione inchioda Erdogan. Perse le grandi città, non è più invincibile

Sarà difficile farglielo ammettere ma quella di domenica scorsa è stata una sconfitta. La coalizione guidata dall’Akp del presidente Erdogan è stata battuta nelle grandi città, nelle elezioni amministrative. Persa Ankara e altri 6 dei 12 maggiori centri urbani in cui si votava, a cominciare da Istanbul dove il candidato del partito d’opposizione Chp, Ekrem Imamoglu, prevale di un soffio su quello governativo, l’ex primo ministro Binali Yidirim.

Imamoglu su Twitter si proclama sindaco, ma l’Akp che aveva già disseminato la città di manifesti in cui ringraziava gli elettori per il successo della coalizione governativa, contesta il risultato e snocciola presunte irregolarità. Per Erdogan, che aveva fatto del voto amministrativo un referendum sulla sua leadership, scendendo in prima persona al fianco dei suoi candidati – è arrivato a fare fino ad 8 comizi in un solo giorno, chiedendo un voto per la salvezza del Paese e del suo partito – è un risultato bruciante, anche se fuori dai grandi centri urbani conserva la maggioranza e può dirsi ancora alla guida del primo partito. Comunque finirà la partita di Istanbul, dalla città che è stata il suo trampolino di lancio politico e da dove era partito come sindaco per la sua scalata al potere, arriva un segnale inequivocabile per il presidente, ormai in sella da sedici anni: è finita l’era in cui era invincibile.

A determinare un cambiamento degli umori dell’elettorato, più che le spinte autoritarie del presidente e il clima di intimidazione e repressione contro opposizione e stampa, è stato piuttosto lo stallo economico. La recessione in cui è entrata la Turchia ha cominciato a sollevare interrogativi che erano rimasti sopiti fino a quando una crescita pompata da grandi opere infrastrutturali e speculazioni edilizie – con il corollario di corruzione e mix indigesti tra politica e affari – hanno garantito almeno un pezzetto di torta per tutti. Le cose non stanno più così, l’inflazione viaggia intorno al 20 per cento, la lira turca ha perso un terzo del suo valore e l’acquisto di materie prime all’estero è diventato proibitivo. E in tanti temono che il peggio debba ancora venire, quando la Turchia sarà costretta a finanziare il proprio debito sui mercati internazionali.

Erdogan in campagna elettorale ha cercato di parlare d’altro. Ha mostrato nei comizi le scene dell’attacco alle moschee in Nuova Zelanda, sollecitando l’elettorato islamista. Ha rilanciato la proposta di riconvertire Santa Sofia, oggi un museo, in una moschea, mostrandosi paladino dell’islam e sponda per le frange più conservatrici e nazionaliste. Ma per tacitare il malcontento per i prezzi dei generi alimentari aumentati del 30 per cento, il presidente ha anche organizzato la vendita diretta di ortaggi a prezzi calmierati, saltando l’intermediazione dei commercianti subito additati come “terroristi del cibo”. Le code che si sono formate davanti ai mercatini di Erdogan per comprare qualche cipolla e spinaci scontati non restituiscono certo un’immagine lusinghiera dello stato di salute del Paese.

Come reagirà il presidente? Erdogan non è abituato a perdere, ha già colto l’occasione del tentato golpe del 2016 per sbarazzarsi degli oppositori e fare un repulisti in tutti i settori della società, dai reporter ai militari, passando per l’Hdp curdo, perseguitato con l’accusa di connivenza con il Pkk. E’ probabile che in questa circostanza non incasserà in silenzio il voto contrario degli elettori. C’è da aspettarsi quanto meno una sfilza di contestazioni legali, la delegittimazione dell’esito elettorale facendo leva su presunti brogli. E dire che alla vigilia del voto a finire sotto accusa erano stati proprio i registri dei votanti stilati dal governo: manipolati, secondo l’opposizione, per favorire l’Akp farcendoli con nomi falsi. Come Ayse Ekici, un elettore che risulta nato nel 1854 e che a 165 anni sarebbe andato a votare per la prima volta.