Eppure la Calabria
nonostante tutto
oggi può sperare

Le due ondate epidemiche hanno “spiaggiato”, esposto con crudele evidenza il punto di massima dolenzia della Calabria: la sanità, paradigma di un assetto politico-amministrativo chiaramente fallito. Oggi il Covid non lo conosciamo bene, mentre è ormai diventata evidenza e scandalo nazionale la mescola letale di mala amministrazione, poteri criminali e complice inettitudine partitica che ha condotto in quella regione il welfare della salute al coma vigile. Conoscere la malattia: almeno questo è un vantaggio. E capita di ascoltare parole attese da tempo. Le pronunciano tre fra gli uomini migliori che l’Italia oggi può mettere in campo, dopo una Caporetto che dura da più di quarant’anni, dagli albori del Servizio Sanitario Nazionale “firmato” da Tina Anselmi, poi smembrato ‒ con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001 ‒ in tanti Servizi Sanitari Regionali tenuti a garantire i LEA, Livelli Essenziali d’Assistenza.

Tre “civil servants”

Dei tre, nessuno è un esponente politico e qualcosa, purtroppo, vuol dire. Chiuso il grottesco balletto di nomine, dimissioni e rinunce, sulla sedia di nuovo commissario alla sanità calabrese c’è ora l’ex prefetto Guido Longo. Ha esordito come ci si aspetta da un civil servant: “Non ho mai avuto paura, ho sempre fatto quello che è previsto dalla legge”. Evviva. Avrà vicino Gino Strada, che, davanti ai diciotto ospedali pubblici della regione finanziati, costruiti e chiusi, non l’ha presa alla larga: “In Calabria serve una rivoluzione e un ritorno alla sanità pubblica. Io non abolirei la sanità privata, credo che abbia diritto di cittadinanza purché rispetti le leggi, le regole. Credo però altrettanto fermamente che la sanità privata debba svolgere il proprio ruolo con i propri soldi, non con i soldi della sanità pubblica”. Non sono i medici e gli infermieri a dover essere coinvolti nella rivoluzione, ma “la politica che ha responsabilità decennali”. Avete mai ascoltato qualcosa di anche solo vagamente simile, uscire dalle labbra di un governatore, un presidente di giunta regionale, un assessore?

Il terzo non è nuovo al servizio in difesa dei cittadini calabresi e del paese, è Nicola Gratteri, dal 2016 procuratore di Catanzaro, sottile analista del contesto in cui opera: “I clan oggi si dedicano meno al controllo sociale, si sono trasformati in agenzie di servizi legali e illegali”. Di fronte alle tante Aziende Sanitarie Provinciali (da Reggio Calabria a Catanzaro a Vibo Valentia) sciolte per infiltrazioni e condizionamenti criminali, Gratteri ha invitato i commissari a non scegliere collaboratori nelle Asp locali, serve gente “al di sopra di ogni possibile condizionamento territoriale”. Altro che piano di rientro per la sanità, in dieci anni di commissariamento, i risultati latitano.

Una sanità che ha avuto come missione principale quella di dare occupazione ai clientes, che sono il cemento del sistema di potere, e non di incorporare un management pubblico di livello, non poteva che portare agli esiti che vediamo. Sono mali che la parte più colta e sprovincializzata della società civile calabrese vede lucidamente. In Sanità e crisi della legalità in Calabria, un saggio del 2012, Emanuela Chiodo e Antonella Coco, dell’Università della Calabria, hanno ben fotografato una realtà dove prevalgono le “spinte neopatrimoniali”, cioè quei “fenomeni che riguardano l’uso personale delle risorse delle amministrazioni pubbliche e private (denaro, materiali, uffici, assunzioni, carriere, ecc.), da parte di chi esercita ruoli di potere, al fine di raggiungere vantaggi particolaristici”, non praticando una separazione “tra la sfera privata e la sfera d’ufficio (per cui i mezzi dell’amministrazione ‒ strumenti, diritti e privilegi non appartengono al detentore del potere)”. “L’obbedienza a norme astratte e all’ordinamento impersonale in base al quale orientare le relazioni e le prescrizioni, non costituiscono ‒ scrivono le due ricercatrici ‒ i riferimenti dell’agire da parte dei funzionari pubblici e di chi ricopre ruoli di potere. Si rintracciano piuttosto spazi di potere fondati su rapporti di dipendenza e soggezione, sulla reverenza e sulla fedeltà personale tra il detentore del potere (che può essere un uomo politico, un manager, un alto funzionario) ed il suo apparato o il suo seguito personale”. Chiaro e semplice. E risaputo. Segni di svolta? La casella resta praticamente vuota.

Una svolta possibile

La ’ndrangheta è potente. Governa ‒ e non solo la sanità ‒ in prima persona. Potente perché pervasiva, “persuasiva”, articolata, finemente scaltra e manovriera, pazzescamente ricca, ben più della camorra e di Cosa Nostra. Una macchina che fattura ogni anno decine di miliardi, una multinazionale coi piedi nel terzo millennio e le radici in codici familiari e di cosca molto spesso impenetrabili. Ma l’emergenza Covid offre un’occasione irripetibile. La Calabria ha bisogno di un atto d’amore verso i suoi cittadini che vogliono essere liberi, ma anche del coraggio, di scelte, di una “guerra” con tutto quel che ne consegue, dall’uso massimo della forza (che deve essere monopolio della Repubblica) a misure eccezionali, sia economiche, da autentico New Deal, che di controllo di legalità. Uno Stato di eccezione? No, ma qualcosa che riporti lo Stato sovrano nel centro del villaggio, a dettar Legge. Osservando gli ultimi battibecchi strumentali sul Mes, gli esempi di carrierismo, l’autoreferenzialità irresponsabile di tanta parte del ceto politico attuale, vien da disperare. Eppure la vera speranza va cercata dove non ha tante ragioni per resistere. I calabresi e gli italiani che non mollano, lo sanno bene. I Borboni tagliarono molte teste, ma alla fine pure loro dovettero scendere a patti.