Eppure dovremmo proteggere
da questo male la fragilità di Jacopo

Alcune delle poesie più importanti del secondo Novecento e della prima parte degli anni Duemila le ha scritte il poeta marchigiano Umberto Piersanti, sono dedicate al figlio Jacopo. Erroneamente considerato dalla critica anche autorevole come “l’uomo delle Cesane” per questa capacità di raccontare la natura attorno ai territori in cui è vissuto, nel corso degli anni è apparsa con sempre maggiore evidenza la costruzione dell’opera di Piersanti: solo all’interno di una natura non inquinata dalla società, dall’arrivismo e dalla perfezione, solo all’interno di una natura piena il figlio Jacopo può finalmente trovare una dimensione di quotidianità e di normalità. Jacopo è stato un bambino e oggi è un uomo autistico.

[…] tra le lente galline

Jacopo siede, assorto e assente

nella luce quieta,

e gli scorre la terra

tra le dita,

dai giorni che verranno

riparato nella conca perfetta

che lo cerchia,

e gridano le taccole

nel folto, ma l’aereo

nel cielo è solo un punto

e trascorrere lento,

senza un suono

o come prego il giorno

che non passi, che siano

le ore le più lente,

che si fissi per sempre

questo quadro con Jacopo

lì fermo nella luce,

l’antica col canestro

che sparge cibo […]

(Umberto Piersanti, da L’albero delle nebbie, Einaudi 2008, p. 73/74)

In questi giorni la madre di Jacopo ha raccontato la vita delle famiglie con persone autistiche in tempi di Coronavirus “Con la chiusura dei centri diurni per il contenimento del contagio le famiglie vivono situazioni di grande difficoltà perché la brusca interruzione delle abitudini rende i ragazzi disorientati, più facilmente in preda all’ansia e all’aggressività”. Non è un capriccio quello di Jacopo, non è come partecipare ad una festa di laurea.

La pandemia colpisce innanzitutto le categorie più deboli, l’elenco è lunghissimo: dai piccoli imprenditori alle famiglie le cui aziende sono oggi chiuse, dal comparto turistico su cui si basa ottima parte della nostra economia ai senza fissa dimora. La questione non è nemmeno il sacrificio della quotidianità per chi comunque è in grado anche di superare questa emergenza, il tema che sempre più sta spingendo non è l’eventualità di proibire i mega-concerti o le partite negli stadi, ma creare le condizioni per cui dal primo momento possibile ogni attività lecita e in sicurezza possa essere compiuta, gradualmente, territorialmente, ma possa ricominciare.

Nemmeno i carri armati potranno evitare a una persona a rischio di uscire dalla propria abitazione e prendere uno sciroppo magari non necessario, giusto per farsi una passeggiata, ma questa pratica così egoistica rischia di procrastinare le altre emergenze che iniziano ad essere emergenze di tutto il paese. Ecco allora che all’emergenza pandemica con la stessa forza e con lo stesso rigore e con la stessa discesa in campo di esperti va sollecitata l’emergenza sociale che non può come già si è capito fermare alla questione economico-assistenzialistica ma va declinata in ogni altra modalità a partire dalle umane necessità psicosociali della popolazione.

Scrive in questi giorni David Grossman in un articolo molto citato che “l’unicità di ogni persona si fa sentire improvvisamente a gran voce partendo dal profondo”. Ecco forse è arrivato il momento di provare a comprendere anche le esigenze di ogni singolo individuo, non quelle misere ed egocentriche, non quelle futili e rinviabili, ma quelle essenziali come la dignitosa sopravvivenza collettiva. La dignità è quella che cerca Umberto Piersanti nella sua opera per il figlio Jacopo, non perché Jacopo sia indegno o inumano ma perché il mondo, o meglio perché la società non riconosce gli elementi fragili e cerca di allontanarli invece che farli propri.

E’ tempo che anche la politica e l’opinione pubblica utilizzi il medesimo approccio ed abbandoni i calcoli populistici e la ricerca di consenso, perché nella polis si trovava e si trova qualsiasi cittadino e il senso di comunità complessivo nel quale tutti dobbiamo potere abitare è forse il maggiore scoglio contemporaneo da superare.