Epidemia e guerra, amiche da sempre

Durante l’undicesimo anno della guerra dei Trent’anni (1), mentre gli Spagnoli assediano Casale abbandonandola poi ai Francesi, l’imperatore Ferdinando invia un esercito a conquistare Mantova, contro le pretese dinastiche del duca Carlo di Gonzaga-Nevers. Ventottomila fanti e settemila cavalli, sotto il comando di Albert Wallerstein, scendono dalla Valtellina seguendo il corso dell’Adda e ottengono l’autorizzazione ad attraversare in otto giornate di marcia il ducato di Milano, fermandosi prima, in tappe di venti giorni, a depredare le terre di Colico, di Bellano, della Valsassina per sboccare infine nel territorio di Lecco.

I Lanzichenecchi portavano la peste, come un secolo prima quelli che erano scesi o che erano rimasti, dopo il sacco di Roma, ad assediare Firenze. Nel milanese si era verificata una grave carestia, accompagnata da tumulti e saccheggi, apparentemente domati dal governatore spagnolo con un tratto di penna che abbassava il prezzo del grano ma non provvedeva a rifornire di viveri la città di Milano, stracolma di profughi in grave stato di debilitazione e di cittadini, umili e potenti, prostrati da denutrizione e miseria, facile preda del contagio che presto avrebbe imperversato in tutta la Lombardia, in Liguria, in Piemonte, nel Veneto e in Emilia.

Le prime avvisaglie dell’epidemia si ebbero nella primavera del 1629 in quella “striscia di territorio percorsa dall’esercito” e nelle terre confinanti con il bergamasco. Il tribunale della sanità che inviava affannosamente esperti e capitani di giustizia a indagare e vigilare sulle cause e sulle condizioni del contagio, esitò a lungo prima di dichiarare lo stato di emergenza per non provocare panico fra le popolazioni: ma quando i morti di accumulavano per le strade non era più possibile mentire.

Era peste bubbonica, portata dai reggimenti del Wallerstein e dagli squadroni dell’Altringer, ma arrivata chi sa come e da dove, come sempre, da millenni, compagna e seguace di guerre e carestie. Non per niente la liturgia cattolica ha inserito nei suoi rituali l’invocazione “A peste, fame et bello libera nos, Domine”, e istituito il culto del piagato S. Sebastiano e poi di S: Rocco e inventato l’architettura funzionale dei Lazzaretti, ripensando al Lazzaro lebbroso resuscitato da Gesù. In India si era costruito un tempio dedicato al Dio del vaiolo, e in ogni città e villaggio dell’Europa cattolica esistono chiese e cappelle dedicate a S. Rocco.

Le pestilenze hanno anticipato, determinato o seguito eventi storici, hanno spopolato regioni e continenti creando nuove generazioni di immunizzati, sconvolto situazioni economiche, fortune dinastiche, assetti territoriali e strutture politiche e sociali nel corso dei secoli: piccole e ingenti fortune accaparrate dai sopravvissuti o passate per testamenti in articulo mortis a confraternite e congregazioni religiose, cupe atmosfere di terrore e di penitenza, esaltazione della morte nella scenografia macabra dei “trionfi” medievali, e insieme sfrenata corsa ai piaceri, alla gioia del vivere effimero, alla conquista di una porzione di felicità, compromessa da prevedibili o profetizzate ecatombi. Dio e Satana, che la cultura classica aveva unificato nei due aspetti dell’Apollo Alexìkakos-Ekàergos (liberatore) e Phoibo-Ekebòlos (saettante); streghe e untori, come riferimenti religiosi e sociali, cause immediate del male, da esorcizzare e distruggere.

Peste (il bacillo parassita della pulce dei topi e dei roditori: la pasteurella pestis, i cui germi patogeni verranno identificati da Pasteur a fine Ottocento, insieme a quelli della tubercolosi e del colera da parte di Koch), colera, vaiolo, tifo, lebbra, scorbuto, dissenteria, difterite, malaria, influenza (famosa la “spagnola” del 1918-19, poi l’“asiatica” di Hong-Kong del 1957 e la “filippina” del 1983), sifilide, insieme a guerre e carestie, sono attori principali nello svolgimento della storia umana. Le bibliche “piaghe” d’Egitto, la mitica “camicia di Nesso” (2), la peste-flagello (loimos-loigos) che Apollo diffonde con le sue frecce vendicatrici nel campo Acheo durante la guerra di Troia, la peste di Atene descritta da Tucidide e da Lucrezio, la peste degli animali nel Norico (3) raccontata da Virgilio, le pestilenze a Roma ricordate da Livio, quelle che prendono il nome da imperatori famosi (Antonino, Giustiniano); il vaiolo che decimò e prostrò le popolazioni amerinde facilmente soggiogate da Cortéz e Pizarro; i felici risultati di imprese belliche per la sopravvenuta prevenzione (vaccinazione) degli eserciti, fino alla raggiunta, ma sempre precaria, immunità degli adulti sopravvissuti, che si trasforma, negli ultimi secoli, nella cronaca spicciola familiare delle malattie infantili (morbillo, scarlattina, rosolia ecc.), e fino alla paradossale inversione dovuta alla conquista di condizioni igieniche ottimali che provocano nuove malattie, come la poliomielite (4).

Dal mito alla storia: milioni e milioni di morti, fino a pochi decenni fa, hanno contribuito all’equilibrio demografico del pianeta, secondo le teorie di Malthus. Il vaiolo e la sifilide hanno permesso la conquista del Nuovo Mondo da parte degli Spagnoli; la vaccinazione preventiva ha consentito a Napoleone di manovrare i suoi eserciti in Europa; il limone antiscorbutico (insieme al cannone) ha consacrato la strapotenza della marina britannica; il nuovo tipo di rete fognante progettata da E. Chadwick per Londra e il problema della depurazione delle acque potabili per le grandi città europee, dalla fine dell’800, hanno consentito all’umanità di difendersi dalle epidemie, proponendo tuttavia altri problemi gravissimi come quelli della sovrapopolazione, dell’approvvigionamento di viveri, e quello della pervicace volontà distruttiva dell’uomo che, scoperti i vaccini e gli antibiotici, inventa la guerra atomica e batteriologica.

Resta comunque il fatto che i contagi infettivi non sono affatto scomparsi, e vivono allo stato di endemicità cronica, pronti a scatenare le loro propaggini micidiali se venisse allentata la prevenzione igienico-sanitaria che nel XX secolo ha mutato radicalmente le condizioni di vita della gente.

(Franco Mollia, introduzione a “Osservazioni sulla morale cattolica, Storia delle colonna infame” di Alessandro Manzoni, nell’edizione Garzanti 1985)

(1) Durata dal 1618 al 1684 in Europa Centrale.

(2) Nella mitologia greca, è la tunica contaminata dal sangue avvelenato del centauro Nesso che causò la morte di Ercole.

(3) Noricum era il nome di una provincia alpina dell’Impero romano, un territorio tra Austria, Slovenia e una piccola parte d’Italia. Della “peste del Norico” parla Virgilio in un passo delle Georgiche.

(4) “Paradosso poliomielite. Fenomeno legato al miglioramento delle condizioni di vita che comportò una diminuita probabilità di contrarre l’infezione nella primissima infanzia. Infatti, prima del 1800, i poliovirus erano endemici e infettavano la maggior parte dei neonati, quando ancora anticorpi materni bloccavano o mitigavano il decorso della malattia perchè la circolazione del virus teneva alto il tasso anticorpale delle madri. Con l’industrializzazione e le migliori condizioni igieniche si ebbe un progressivo innalzamento dell’età al primo contatto col virus, con epidemie sempre più importanti”. (Da “Poliomielite Storia di una malattia e della vittoria della medicina” di Maria Serenella Pignotti , 2016)