Dalla peste al Covid-19, le pandemie spingono la storia a ritroso

Ogni epidemia, e il coronavirus non farà eccezione, è un colossale reset storico per l’umanità. Nulla è più come prima, nel bene e nel male.

Forse non c’è nessuna relazione storica più duratura di quella tra popoli e malattie, specialmente le maggiormente contagiose. Questo rapporto ha condizionato l’agricoltura, la formazione delle città e, se fossero confermate le ricerche sulla diffusione della tubercolosi, la massiccia immigrazione dall’Africa.

La quarantena

Santa Maria della Salute a Venezia eretta per la fine dell’epidemia di peste del 1600

Dalla preistoria a queste settimane, le pandemie hanno cambiato il corso della storia in molti modi: nella demografia, nella cultura, nell’economia e nella configurazione biologica di esseri umani e animali. Anche i tentativi di contenimento, e tutti i diversi pareri su come attuarli, dall’approccio magico a quello scientifico, con un confine talvolta incerto, dicono molto su noi. Ad esempio Venezia e altre città stato italiane come Milano furono le prime a usare la quarantena durante la peste bubbonica, individuando isole e zone dove cercare di bloccare per un periodo di sicurezza navi, merci, uomini, soprattutto stranieri. I poveri evitavano i contatti restando quanto più in casa, gli aristocratici andavano in villa, aspettando che il morbo passasse. La lunga ombra della peste si allunga nei secoli. La sola Venezia, ne patì ventidue ondate tra il 1361 e il 1680.

Frank Snowden, docente emerito di storia della medicina a Yale, nel suo nuovo libro “Epidemie e società: dalla morte nera ad oggi”, ci racconta come le epidemie abbiano forgiato la politica, contribuito a far scoppiare rivolte e rivoluzioni e rafforzato le discriminazioni razziali ed economiche. Ogni ondata patologica su larga scala ha alterato le società, influenzando i rapporti umani, la produzione di artisti e intellettuali e l’ambiente naturale e antropizzato.

L’idea di fondo è che ogni società ha prodotto i propri punti vulnerabili: comprenderli significa capire una comunità, la sua struttura, i suoi standard di vita e le sue priorità politiche. L’Organizzazione mondiale della sanità, anche in questi giorni, ha sottolineato come ciò che fa ammalare qualunque persona in qualunque posto avrà ripercussioni su altrettante e più persone ovunque. Questo con buona pace dell’approccio darwiniano e datato di Boris Johnson e Mark Rutte nei Paesi Bassi: perdere milioni di cittadini significa lasciare in un mare di guai chi resta, con la magra soddisfazione di essere un gregge immunizzato sì, ma molto più debole socialmente, culturalmente e allo sbando sul piano filosofico.

La peste bubbonica e la schiavitù

La peste sollevò più di ogni altra dissertazione teorica la questione del rapporto tra uomo e Dio, o un qualunque altro essere superiore che orienti al bene la nostra esistenza. La peste bubbonica uccise metà della popolazione in tutti i continenti ed ebbe un tremendo effetto sulla rivoluzione industriale che rese il lavoratore un’appendice delle macchine. Gli effetti della mancanza di forza lavoro pesarono sull’imporsi dello schiavismo e della servitù.

Snowden e altri studiosi in questi giorni ci ricordano che le malattie e le epidemie non affliggono l’uomo in modo casuale o caotico. Sono, al contrario, eventi ben ordinati, poiché gli agenti patogeni si replicano in modo selettivo e si diffondono per esplorare le nicchie ecologiche che l’uomo ha creato.

Troppo vicini, troppo antropizzati

In Spillover, di David Quammen, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2014, l’autore dimostra come la deforestazione e la forte antropizzazione di zone prima allo stato naturale, abbia pericolosamente avvicinato uomini e animali, che sono i vettori di zoonosi pandemiche. Nipah, Ebola, SARS, e tanti altri patogeni dormienti sono stati covati da maiali selvatici, zanzare, scimpanzè, pipistrelli che erano del tutto inoffensivi quando c’era una naturale distanza critica dagli esseri umani. È in questo modo che virus, batteri e organismi monocellulari presenti negli animali ogni tanto fanno il salto, lo spillover, e infettano l’uomo. Quammen ha seguito per anni spedizioni scientifiche ed è stato uno dei primi a notare una moria di gorilla nelle foreste del Congo mentre anche le persone incominciavano ad ammalarsi. Era Ebola.

L’impatto sociale di ogni epidemia fa arretrare l’umanità, soprattutto quella più povera, allontanando per essa l’obiettivo di minori sofferenze e ingiustizie.
“Ecco a cosa sono utili le zoonosi – scriveva già alla fine degli anni Novanta Quammen – Esse ci ricordano, come versioni moderne di San Francesco, che in quanto esseri umani siamo parte della natura e che la stessa idea di un mondo naturale distinto da noi è sbagliata”. C’è un mondo solo, in cui viviamo noi, gli animali, le piante, i virus di Ebola, delle varie influenze, della SARS. Ne fa parte anche il coronavirus, che ha fatto il salto. Dipende in buona parte da noi trovare una strada, scientifica e politica, per non fare un drammatico salto indietro nella storia.