Epidemia, la pessima
prova dei media
ormai simili ai social

Nell’Italia in balìa del coronavirus, una delle battute ricorrenti, sui social e sui più blasonati mass media, è questa: “Nulla sarà come prima!”. L’affermazione si riferisce allo stile di vita e alle procedure necessarie per affrontare eventuali future emergenze analoghe (sul fronte sanitario, economico, sociale, assistenziale, organizzativo, eccetera). Tuttavia c’è un settore cui la battuta si adatta male: è proprio quello dei mass media ufficiali. Sarebbe davvero meglio se, in futuro, i professionisti dell’informazione potessero essere di nuovo “come prima”; perché prima, ancora fino a un decennio fa, la professionalità e l’affidabilità erano, con le ovvie eccezioni, fari insostituibili: la pensavano così tutti gli addetti ai lavori, dai direttori fino al cronista alle prime armi.

Forse non si corre il rischio di passare per anziani nostalgici (sebbene chi scrive abbia superato i 60 anni e faccia il giornalista da quasi 40) se si afferma che il sensazionalismo catastrofico, inseguito dalla maggioranza dei media italiani sul fronte del coronavirus, rappresenta un altro colpo per la credibilità dell’informazione in Italia, già in crisi per una serie di altri fattori (dal web dilagante alle difficoltà economiche). Magari tantissimi media – grazie all’epidemia venduta un tanto al chilo – hanno “conquistato” qualche copia, spettatore o click in più; però deve essere chiaro che, finita la bolla dell’emergenza, saranno letti, visti, ascoltati e cliccati sempre meno. Questa brutta prova è solo l’ultimo capitolo di un lento (ma neanche tanto…) declino della qualità dell’informazione italiana, nonostante il proliferare di scuole di giornalismo post-laurea.

Un diluvio universale

Vediamo meglio come stanno le cose. La rivista online SenzaFiltro.it ha commissionato a Pier Luca Santoro, project manager di DataMediaHub e tra i massimi esperti di informazione e comunicazione, un’indagine sul modo in cui i media italiani hanno trattato l’emergenza coronavirus nel mese di febbraio 2020. Sostiene Santoro: “Le citazioni sono state oltre 202.000 e hanno coinvolto più di 30 milioni di italiani, tra like, condivisioni e commenti, generando una portata teorica di un triliardo di impression, che stimo ragionevolmente in 250 miliardi di impressioni effettive. Una potenza di fuoco colossale che, a partire dal giorno del primo morto nel nostro Paese il 20 febbraio scorso, è cresciuta a dismisura”. Un diluvio universale mediatico, considerando che – in gergo internettiano – le impression irappresentano il numero di volte che un contenuto web ha avuto la possibilità di essere visualizzato dagli utenti. Se quel contenuto fosse stato basato su una verifica e un approfondimento attento delle notizie proposte, tutto sommato si sarebbe trattato di un servizio utile per la cosiddetta “pubblica opinione”. Il fatto è che troppi professionisti dell’informazione, e i media su cui scrivono, spesso lanciano bordate di news non verificate o mal verificate, non capite, poco approfondite, a volte pompate; l’importante è spararle sempre più grosse. Risultato tra le gente: il panico.

“Il tampone andrebbe fatto ai giornalisti”

Stefania Zolotti, nel commentare i dati forniti da Santoro, ha scritto su SenzaFiltro.it un articolo intitolato “Il tampone andrebbe fatto ai giornalisti”, in cui giustamente afferma: ”Se il giornalismo italiano si mette a scimmiottare lo stile dei social network ispirati a velocità, sensazionalismo, superficialità del titolo, magrezza del contenuto, economia dell’attenzione e leve percettive, la deriva è vicina”. Opinione condivisibile, ma forse ottimistica: la deriva in Italia non è vicina; è in corso ed è cominciata da tempo. E il modo irresponsabile in cui – in linea di massima – i media italiani hanno affrontato la questione del coronavirus ne è una dimostrazione pratica su scala larghissima; dimostrazione di cui, ahimé…, non si sentiva davvero la mancanza. Dunque la Fnsi (il sindacato dei professionisti dell’informazione) e l’Ordine dei giornalisti hanno fatto bene, negli ultimi giorni, a lanciare appelli perché sia evitato l’allarmismo. Però è il momento di provare a ragionare – tutti – su ciò che sta dietro l’alluvione di informazione dopata.

Manca l’ossigeno

Ovviamente, pesa la ricerca spasmodica di click, lettori e spettatori; così, nel caso del coronavirus (e non solo), non si diffondono le notizie sensate, bensì quelle farlocche che, secondo gli esperti del senso comune nell’era dei social, un cittadino desidera leggere con avidità ipocondriaca, al di là dell’accuratezza e della fondatezza. Pesa pure il fatto che, guarda caso…, manca l’ossigeno. Per esempio, i lettori di quotidiani dal 2003 sono diminuiti di due terzi. Molte testate di ogni tipo sono state chiuse. Contemporaneamente – con licenziamenti, cassa integrazione e prepensionamenti (pagati dall’Inpgi, il salassato istituto di previdenza dei giornalisti) – gli organici delle redazioni superstiti sono diminuiti del 30-40%. Inoltre gli editori hanno espulso i redattori “anziani”, in grado di insegnare il mestiere (come succedeva una volta) alle nuove leve. Nuove leve che, per altro, sono sempre più spesso rappresentate da giovani pagati pochissimo e a pezzo, privi di tutele sindacali, mandati allo sbaraglio; cui si aggiungono cronisti più maturi, rimasti disoccupati. Infatti oggi tre giornalisti su quattro non hanno un contratto da dipendente e dietro la facciata della libera professione si nasconde la precarietà sottopagata. C’è infine il fatto che contemporaneamente molti editori usano (e spesso “formano”) i cosiddetti “influencer” (sempre sottopagati) come alternativa ai giornalisti professionisti; riescono persino a inserirli nelle redazioni, al posto dei secondi, nonostante la legge lo vieti.

I contraccolpi quali sono? Ovviamente la gente, se si accorge di leggere sui media ufficiali a pagamento notizie prive di credibilità e autorevolezza, decide (e deciderà sempre più) che tanto vale “informarsi” gratis, leggendo qua e là quello che capita, col rischio di intossicarsi di paure, balle e pregiudizi. Peccato. Perché se c’è un periodo in cui potremmo e dovremmo avere la garanzia di essere informati in modo corretto è questo. Però oggi nelle alte sfere, incluse quelle mediatiche ed editoriali, si preferisce “influenzare” la gente, piuttosto che informarla. I risultati si vedono. E l’emergenza dettata dal coronavirus li ha messi ancor più in evidenza.