Emergenza periferie
un milione di invisibili

Il lavoro svolto dalla Commissione d’Inchiesta sulle città e le periferie italiane segna il ritorno del Parlamento alla nobile tradizione delle inchieste sociali che ha avuto grandi precedenti come la Commissione sulla condizione agraria istituita nel 1877 dopo l’Unità d’Italia e come quella sulla Miseria e i mezzi per combatterla istituita nel 1951. Due precedenti che imposero all’attenzione dell’opinione pubblica la principale emergenza sociale di allora: l’arretratezza delle campagne nell’un caso e la miseria dilagante nelle città e nei borghi spopolati del dopoguerra, nel secondo caso.

Grazie al Parlamento e a quelle inchieste, gli strumenti di lettura e di interpretazione complessivi delle società nazionali del tempo cambiarono radicalmente e furono, a poco a poco, intraprese iniziative concrete per rispondere ad alcune domande sociali urgenti, usando il metodo dell’indagine, delle scienze statistiche, dei numeri e del raffronto disciplinare.
Anche oggi abbiamo bisogno di aggiornare i nostri strumenti di interpretazione della realtà urbana e metropolitana del Paese, in primo luogo, superando una vecchia idea di “periferia” che non corrisponde più del tutto ad una netta separazione tra centro ed esterno. Abbiamo bisogno di avere un quadro chiaro delle complesse condizioni di disagio, di degrado, di abbandono, di impoverimento, di obliterazione del patrimonio ambientale, storico ed archeologico, del rischio sismico ed idrogeologico, di vetustà del patrimonio edilizio, di insicurezza urbana, di disgregazione dei nuclei familiari, di aumento della solitudine, di convivenza tra migranti e residenti, di infrastrutturazione degli insediamenti, di adeguato supporto delle funzioni produttive e formative del Paese che così diffusamente caratterizzano le città ed i territori metropolitani e che sono i motori della crescita e del nostro sviluppo materiale , morale e culturale.

Nelle periferie italiane propriamente dette vivono oggi circa 15 milioni di individui mentre 21 milioni sono gli abitanti della somma intera delle maggiori città. Un terzo esatto della popolazione che vive nei grandi comuni è interessata da situazioni di forte disagio economico (circa 3 milioni e mezzo su 10). Tra il 2007 ed il 2017 la quota di popolazione che si autodefinisce di “ceto medio” è scesa nelle grandi aree urbane dal 52% al 35% del totale. Il tasso di disoccupazione è ancora molto differenziato tra le zone centrali e quelle periferiche della città. In particolare a Torino ( quasi il doppio ) ma anche a Napoli e Roma ( 40 e 30 %).

Altri fattori che contribuiscono all’instabilità dei sistemi urbani e che in parte derivano dalla crescita delle situazioni di povertà sono le occupazioni abusive del patrimonio abitativo pubblico ed il fenomeno del traffico illecito di rifiuti e la loro combustione presso i campi rom per la tratta del materiale ferroso. Si calcola che circa il 9% del patrimonio abitativo pubblico ( case comunali o ex Iacp ) sia illegalmente occupato. La città record è Roma dove su 48 mila alloggi di proprietà Ater circa 7000 sono occupati senza regolare assegnazione. Nella gran parte dei casi tali occupazioni derivano da racket criminali che si sostituiscono allo Stato lucrando sulla domanda sociale di abitazioni. A Roma la domanda abitativa viene computata su circa 25 mila alloggi; il che significa che una gestione più corretta del patrimonio ne potrebbe risolvere almeno il 20%.

Sappiamo che un terzo della popolazione italiana vive nelle grandi città metropolitane ed è destinata ad aumentare. La popolazione censita cresce e ad essa si affianca una quota non indifferente di popolazione non censita, i cosiddetti “invisibili” che sfiorano ormai il milione in tutta Italia, in gran parte clandestini, immigrati e senza fissa dimora, stipati nelle zone di risulta delle città o alloggiati in case private sovraffollate, nascosti alle statistiche e lavoranti in nero. Tutto questo in un paese dove la popolazione immigrata non ancora regolarizzata ammonta a circa 6 milioni di abitanti (di cui circa 500 mila a Roma ) e pari al 10% della popolazione.
Secondo le stime dell’ONU entro il 2025 ( quindi tra pochi anni ) la popolazione mondiale urbana crescerà di 100 milioni circa di individui ( più di 10 milioni all’anno su scala mondiale ) e anche in Italia la curva demografica ha ripreso ad andare verso l’alto dal momento che in tutte le città oltre i 300 mila abitanti si prevede un aumento di popolazione. Tuttavia ad un aumento della popolazione non può e non deve corrispondere un ampliamento dei perimetri urbani ma occorre, invece, un’azione per rigenerare i tessuti esistenti attraverso vigorosi investimenti e una modernizzazione organica del sistema normativo, oggi vecchio e nemico del rinnovo urbano e di un coerente riequilibrio tra la città pubblica e la citta privata; le ragioni della rendita e quelle dei diritti. Obiettivi che invece sono alla base delle indicazioni dell’Agenda Urbana Europea.

Si deve guardare, insomma, con nuovi occhi a quella che è una “nuova questione urbana” e che non riguarda solo la “periferia” in senso stretto ma che, come in altre grandi nazioni occidentali, vede sempre più sovrapporsi in modo trasversale i fattori di difficoltà tra le zone centrali e quelle semicentrali ed esterne ed in cui allo sviluppo espansivo verso le campagne – giunto da tempo ad un punto limite – si è progressivamente sostituita una dinamica dominata da lacerazioni interne, strappi dei tessuti insediativi, espulsione di brani di città produttiva dal circuito urbano (a causa dell’innovazione tecnologica nelle manifatture e nei servizi terziari e commerciali), frammentazione delle funzioni, immigrazione.

Si tratta di nuovi e possenti processi di mutazione che incidono sulla percezione e sulla realtà delle cose producendo insicurezza sociale, insicurezza di vita materiale, insicurezza dei luoghi non più presidiati e riconoscibili, insicurezza delle strutture fisiche, dei territori e delle masse edilizie vecchie e inquinanti, insicurezza verso i propri simili se hanno una lingua o una pelle diversa.
Si deve considerare che queste nuove contraddizioni si sommano, in Italia, ad antichi problemi che hanno impresso segni indelebili alla forma delle nostre città, che pur diverse, pagano ancora oggi le conseguenze di patologie comuni e antiche.

Da cosa derivano infatti i grandi complessi abitativi pubblici che tanto scandalo oggi suscitano alla vista del loro degrado ed abbandono se non, anche, dalla storia e dalle caratteristiche tutte particolari di un inurbamento rapido e concentrato in pochi decenni nel corso del Novecento e tra le due Guerre? Cosi come le grandi periferie, di origine spontanea ed abusiva e mai completamente sanate, del centro e del sud, così come la distribuzione molecolare di un apparato produttivo che nel centro e nel nord ha seguito anch’esso la strada di un’incerta pianificazione e infrastrutturazione.

Questo è stato il dominio della rendita fondiaria ed urbana in un paese giunto allo sviluppo industriale tardivamente e senza un’adeguata accumulazione originaria, povero di materie prime e che ha fatto della terra una delle leve della sua trasformazione da paese agricolo a paese industriale.
Un Paese che ha sofferto e soffre quindi ancora per la fragilità della dimensione pubblica delle città, che si esprime faticosamente nei servizi, nel verde, nella residenza pubblica per i meno abbienti (la più bassa d’Europa) e nelle deboli infrastrutture, perché le risorse materiali e finanziarie per tutto questo sono sempre risultate insufficienti.

Ecco perché al centro di una rinascita delle nostre città e delle nostre periferie si pone un tema di fondo, non tecnico, ma profondamente sociale e che fa i conti con le tracce profonde della Storia d’Italia, con l’oggi ma anche con il futuro: quello di una riforma generale della normativa urbanistica, ferma ad una legge vecchia di 75 anni.

Un tema ancora oggi apertissimo e che rappresenta il grande assente nel dibattito politico italiano; una delle cause della nostra arretratezza rispetto al resto d’Europa; uno dei nodi irrisolti della Repubblica e della sua stessa tenuta democratica, come ben ricordano, ancora oggi, tanti protagonisti della vicenda politica italiana degli anni ’60.

Il peso della rendita urbana ha condizionato la nostra economia, il nostro sistema finanziario e la politica, attraverso lo stretto rapporto di sostegno economico dei partiti e dei ceti politici nella prima, come nella seconda Repubblica rendendo impraticabile a monte – tranne rare eccezioni e momenti – una vera autonomia della politica dal sistema degli interessi in materia urbanistica.

(1/SEGUE)