È emergenza Covid
anche per la sicurezza
nei luoghi di lavoro

L’infezione da nuovo coronavirus rimbalza anche negli ambienti di lavoro, dove il virus sembra circolare senza fretta ma senza tregua. Se il ricorso alla figura retorica della guerra, come metafora dell’emergenza che stiamo affrontando, ha soventemente contraddistinto la narrazione quotidiana della pandemia, allora possiamo accostare i lavoratori e le lavoratrici oggi contaminati in occasione di lavoro, ai lavoratori e alle lavoratrici che restarono feriti, mutilati o uccisi nei luoghi di lavoro a causa dei conflitti. Fuor di metafora, una comparazione storica è possibile farla con l’ultima terribile pandemia dell’età contemporanea, sopraggiunta nello stesso momento in cui stava per estinguersi l’incendio della Grande guerra: la cosiddetta “spagnola”, che tracimò senza incontrare ostacoli nelle fabbriche, nelle campagne, nei servizi di pubblica utilità; abbattendo braccianti, operai, impiegati, dipendenti pubblici e privati.

Oggi, al contrario di quanto accadde allora, prevale una maggiore attenzione per la tutela della salute dei lavoratori e delle lavoratrici. La cultura e la legislazione della salubrità e della sicurezza nei luoghi di lavoro ne hanno percorsa di strada, come documenta il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, sottoscritto il 14 marzo scorso dal Governo e dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori; tanto più, dunque, serve tenere sotto controllo l’andamento degli infortuni da Covid-19 in occasione di lavoro, al fine di verificare l’opera di contenimento della propagazione dell’infezione. Lo strumento, peraltro, non manca ed è messo a disposizione da un’istituzione autorevole come l’Inail, che monitora il fenomeno attraverso la struttura della Consulenza Statistico Attuariale.

L’ultima rilevazione statistica resa pubblica dall’Istituto rivela che, al 30 settembre 2020, le denunce d’infortunio da Covid-19 in occasione di lavoro pervenute all’Inail sono state 54.128, di cui 319 con esito mortale. Secondo la stima fornita dall’Inail, le denunce d’infortunio da Covid-19 equivalgono al 17,2% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’Istituto Superiore di Sanità alla stessa data; le denunce con esito mortale corrispondono, invece, allo 0,9% dei decessi per Covid-19 comunicati dall’Istituto Superiore di Sanità alla data del 30 settembre 2020. Si tratta di numeri e casi provvisori, avverte l’Inail, in fase di consolidamento per via dell’iter amministrativo e sanitario che segue ogni singola denuncia. Dietro questi numeri, tuttavia, compaiono le persone, i lavoratori e le lavoratrici, con le loro storie, i loro affetti, le loro aspirazioni, messi in pericolo o annientati dalla diffusione dell’infezione: i contagi hanno interessato prevalentemente le donne per il 70,7%; le denunce con esito mortale sono riferite maggiormente agli uomini per l’84,0%.

Rinviamo ad altra occasione la triste graduatoria deglicovid-19 infortuni per territorio e per settore di attività economica, che vede rispettivamente primeggiare le Regioni del Nord-Ovest e i settori della sanità e dell’assistenza sociale, sia per le denunce d’infortunio non mortali e sia per quelle con esito mortale. Ciò che qui preme mettere in risalto è invece quello che sembra manifestarsi come un fenomeno carsico, un dato da non sottovalutare e che pone problemi.

Osservato dalla prima rilevazione resa disponibile dall’Inail il 21 aprile all’attuale del 30 settembre, infatti, l’andamento delle denunce d’infortunio da Covid-19 in occasione di lavoro evidenzia una grave e decisa tendenza all’aumento della numerosità di casi: dalle 28.381 denunce d’infortunio di aprile si è passati alle 54.128 di settembre; e dalle 98 denunce con esito mortale di aprile si è giunti alle 319 di settembre. Tale incremento di casi pervenuti all’Inail non si è interrotto neppure quando si è assistito a un’oscillazione della curva dei contagi diagnosticati in tutta la Penisola. La curva generale dei contagi, infatti, come ricorda il “Report Covid-19. Fermare l’accelerazione della pandemia”, pubblicato dall’Associazione Lavoro&Welfare il primo novembre, ebbe un picco a marzo e un minimo a luglio, per poi risalire dal mese di agosto. Le denunce d’infortunio, comprese quelle mortali, al contrario, non hanno registrato questo intervallo e hanno continuato ad aumentare. Tanto è vero che, come riportano i documenti statistici dell’Inail, se si divide il tempo del virus in due diversi periodi (fase di lockdown, fino a maggio compreso, e fase post lockdown, da giugno a settembre), questa tendenza all’aumento delle denunce d’infortunio da Covid-19 in occasione di lavoro, campeggia minacciosa.

La tendenza all’aumento, peraltro, è ulteriormente rimarcata dai seguenti due fattori: il numero dei lavoratori non ammessi dalla normativa vigente alla tutela Inail; e il numero di lavoratori cui è stato garantito l’accesso alla cassa integrazione e che dunque sono stati temporaneamente esclusi dalla forza lavoro. Nel periodo compreso tra i mesi di gennaio e settembre, difatti, sono state autorizzate in Italia 3.192.064.467 ore di Cig totali che, secondo le analisi contenute nel “Report Cig. Cassa Integrazione Guadagni. Gennaio – settembre 2020”, elaborato sempre dall’Associazione Lavoro&Welfare, equivalgono a un’assenza a tempo pieno dall’attività produttiva di circa due milioni di lavoratori dall’inizio dell’anno. A essi vanno aggiunti circa cinque milioni di lavoratori che, in base all’ultima rilevazione disponibile realizzata dall’Inail nel 2017, restano esclusi dalla protezione infortunistica dell’Istituto; tra essi, solo per fare un esempio, i medici di famiglia e i Vigili del Fuoco. Ne consegue che approssimativamente sette milioni di lavoratori e lavoratrici sfuggono al monitoraggio compiuto dall’Inail. Se a tutto questo si aggiunge il fenomeno del lavoro nero, imperante soprattutto al Sud e nelle campagne, dobbiamo convenire che probabilmente gli infortuni da Covid-19 in occasione di lavoro siano più di quelli istituzionalmente conteggiati.

I dati statistici Inail e la dimensione che progressivamente sta assumendo il fenomeno rendono dunque evidente la necessità di alzare ancor di più la guardia nei luoghi di lavoro per contrastare e rallentare quanto più possibile la propagazione della pandemia.

Che fare, dunque? Nell’immediato è bene che le Organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori attuino una più efficace azione di vigilanza sul rispetto delle norme anti-contagio previste dai protocolli di sicurezza sui luoghi di lavoro, istituendo magari commissioni paritetiche interne che periodicamente forniscano rapporti ufficiali alle autorità sanitarie sull’applicazione delle misure e su eventuali difficoltà sorte in fase di attuazione. Il Governo, inoltre, dovrebbe individuare risorse e mezzi per rafforzare l’opera di contrasto al lavoro nero e al caporalato che, oltre ad essere fonte d’illegalità, oggi costituiscono anche causa di potenziali e incontrollabili focolai pandemici. Pure in questo caso i meccanismi legislativi ci sono, bisogna farli funzionare con più rapidità. Occorrerebbe poi puntare lo sguardo su quegli ambienti e ambiti di lavoro non sottoposti alla tutela Inail, per controllare lo stato delle misure anti-coronavirus e le condizioni di assistenza ai lavoratori e alle lavoratrici a infortunio avvenuto.

Per il lungo periodo, una delle lezioni più severe che sta impartendo il coronavirus è quella della necessità di consolidare e irrobustire la tutela della salubrità e della sicurezza nei luoghi di lavoro, a cominciare dall’estensione della tutela Inail a quei lavoratori e lavoratrici e a quei settori economici e professionali ancora oggi esclusi e dalla riorganizzazione di forme, tempi e modi del lavoro.