Elezioni, un rito umile e resistente

Per trasformare una stanza in sezione elettorale (stanza che di solito è un’aula di scuola o di tribunale, il camerino d’un refettorio, d’una palestra, o un qualsiasi locale d’un ufficio del Comune) bastano poche suppellettili – quei paraventi di legno piallato, senza vernice, che fanno da cabina; quella cassa di legno pure grezzo che è l’urna; quel materiale (i registri, i pacchi, le schede, le matite, le penne a sfera, un bastone di ceralacca, dello spago, delle strisce di carta ingommata) che viene preso in consegna dal presidente al momento della “costituzione del seggio” – e una speciale disposizione dei tavoli che si trovano sul posto. Ambienti insomma nudi, anonimi, coi muri tinti a calce; e oggetti più nudi e anonimi ancora; e questi cittadini, lì al tavolo – presidente, segretario, scrutatori, eventuali “rappresentanti di lista” – prendono anch’essi l’aria impersonale della loro funzione.

Quando incominciano ad arrivare i votanti allora tutto s’anima: è la varietà della vita che entra con loro, tipi caratterizzati uno per uno, gesti troppo impacciati o troppo svelti, voci troppo grosse o troppo fine. Ma c’è un momento, prima, quando quelli del seggio sono soli e stanno lì a contare le matite, un momento che ci si sente stringere il cuore.

Specialmente là dov’era Amerigo: il locale di questa sezione – una delle tante allestite dentro il “Cottolengo”, perché ogni sezione raccoglie circa cinquecento elettori, e in tutto il “Cottolengo” di elettori ce n’è delle migliaia – era in giorni normali un parlatorio per i parenti che vengono a trovare i ricoverati, e aveva torno torno delle panche di legno (Amerigo scacciò dalla mente le facili immagini che il luogo evocava: attese di genitori campagnoli, panieri con qualche frutta, dialoghi tristi) e le finestre, alte, davano su un cortile, irregolare di forma, tra padiglioni e porticati, un po’ da caserma, un po’ da ospedale (delle donne troppo grandi portavano dei carretti, dei bidoni; avevano gonne nere come contadine di tanto tempo fa, scialli neri di lana, cuffie nere, grembiuli azzurri; si muovevano svelte, nella pioggerella che veniva; Amerigo dette appena un’occhiata e si tolse via dalle finestre).

Non voleva lasciarsi prendere dallo squallore dell’ambiente, e per far ciò si concentrava sullo squallore dei loro arnesi elettorali – quella cancelleria, quei cartelli, il libriccino ufficiale del regolamento consultato a ogni dubbio dal presidente, già nervoso prima di cominciare – perché questo era per lui uno squallore ricco, ricco di segni, di significati, magari in contrasto uno con l’altro.

La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grige, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiante a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada.

(Italo Calvino, “La giornata d’uno scrutatore”, 1963)