Olanda, populisti primo partito. Successo
dei verdi di sinistra

Un terremoto le elezioni provinciali nei Paesi Bassi: il voto per determinare il governo dei dodici Stati provinciali, che corrispondono alle nostre Regioni per competenze e importanza, con le maggiori città come capoluogo, segna una marcata svolta a destra. Le nuove Province, in base alla costituzione, eleggeranno a fine maggio i 75 membri del Senato, la Prima Camera. Era quindi un test politico nazionale, e non solo locale.

Con un balzo senza precedenti storici, il Forum per la Democrazia di destra nazionalista, è passato da 0 a 13 seggi ed è diventato il primo partito, superando il VVD, il Partito per la libertà e la democrazia del popolo del primo ministro Mark Rutte, al suo terzo mandato. Forum per la democrazia, guidato da Thierry Baudet, è favorevole all’uscita dall’Unione Europea, è nazionalista, contro la politica di asilo degli immigrati, per la privatizzazione delle emittenti pubbliche, forte sostenitore del ritorno agli Stati-nazione, con un ritorno a un rigido controllo dei confini e un rafforzamento dell’esercito.
C’è un altro vincitore in questa consultazione: i Verdi di Sinistra guidati da Jesse Klaver, che in Senato passano da 4 a 9 seggi. Finora hanno scelto con chiarezza di restare all’opposizione, pur con un forte ruolo propositivo per rafforzare la politica del governo su temi come la lotta al cambiamento climatico, l’apertura agli immigrati, una maggiore tassazione dei dividendi. Sono stati premiati per la loro autonomia e il loro senso di collaborazione per il bene della comunità.

Per il resto, una debacle per tutti i partiti di governo. Contiene le perdite di un solo seggio il partito moderato di Mark Rutte, il VVD, (da 13 a 12 seggi in Senato); l’Unione Cristiano-democratica (CDA) perde 3 seggi, i liberali di D66 passano da 10 a 6 seggi, e l’Unione Cristiana passa da 3 a 4 seggi. Giù anche il partito di ultra-destra Geert Wilders, il Partito delle Libertà, che si è sempre contraddistinto per le sue posizioni euroscettiche e per limitare l’immigrazione, specialmente dai Paesi islamici e “non occidentali”: passa da 9 a 4 seggi. Gli elettori olandesi hanno preferito una destra più strutturata, con i programmi e le motivazioni presentati dal leader di Forum per la Democrazia. Thierry Henry Philippe Baudet, è un olandese di 35 anni, con origini in parte francesi e in parte indonesiane, lauree in storia e legge, un PhD all’ateneo di Leiden e un post-dottorato all’ateneo di Tilburg. Alle fine del 2016 Forum per la democrazia nasce come un think-tank, un serbatoio di pensiero, alimentato in buona parte dalle pubblicazioni di Baudet. Il gruppo si oppone all’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea e promuove il referendum che infatti escluderà questa prospettiva. La sua dissertazione per il PhD s’intitola in inglese “Il significato dei confini: perché i governi e il sistema giudiziario richiedono stati-nazione”. In olandese il titolo è più netto “L’attacco allo stato-nazione”. Una produzione rimpolpata dal libro “Oikofobia”, un volume che riprende il greco oikos (casa, famiglia, proprietà) per dire che è in atto una cancellazione dei valori identitari, attingendo alla cultura filosofica conservatrice del britannico Roger Scruton.


Per Thierry Baudet il multiculturalismo è negativo perché fa perdere il senso della propria identità. Baudet ha una sua precisa opinione sull’arte: quella “non occidentale” e quella dopo il 1900 sono inferiori alll’arte figurativa. Stessa repulsione per l’architettura dopo il 1950 e per la musica atonale. Sviluppa nei suoi scritti il concetto di “arte degenerata”.
L’idea di Baudet sui partiti (tutti gli altri tranne il suo) è che facciano in realtà cartello, fingendo di litigare, ma per poi mettersi segretamente d’accordo in nome del potere. Il suo numero due, Yernaz Ramautarsing ha affermato in una trasmissione televisiva che vi è una correlazione tra quoziente intellettivo e “razza”. Baudet lì per lì si era rifiutato di rispondere, ma in seguito ha detto di condividere l’opinione del suo collega. Baudet replica di essere per “una società aperta, tollerante e democratica nei Paesi Bassi” e di parlare “alla destra come alla sinistra, da quella più in auge fino alla meno conosciute”. Ci è riuscito senza dubbio: moderati e sinistra dovranno misurarsi in modo convincente su questi temi, far tornare di moda la ragione, smontare le balle, gli slogan fatti passare per distillato di pensiero e non limitarsi a bollare Baudet, cosa che pure è, per uomo di estrema destra e xenofobo.


Jesse Klaver, leader di GroenLinks, i Verdi di Sinistra, continua a sviluppare le sue proposte, non ha temuto di sostenere e incalzare il governo su alcuni temi (kinderpardon per i figli degli immigrati da anni nel Paese, tasse sui dividenti, aumento dell’IVA) ma nello stesso tempo mantiene il suo programma di equità, distribuzione della ricchezza, sostenibilità totale con un cambiamento degli stili di vita. Ha avuto e ha questa chiarezza, non si barcamena e continua a guadagnare consensi.
Adesso il governo al senato è sotto, con 31 seggi. Ne ha bisogno di 38 seggi per avere la maggioranza. Con il supporto del Partito del Lavoro, laburista o socialdemocratico, il PvdA o con quello dei Verdi di sinistra potrebbe finire la legislatura.
A Utrecht l’affluenza alle urne e il consenso alla destra è stato altissima. La città è stata colpita dalla strage commessa da un cittadino di nazionalità olandese e turca rinviato a giudizio per stupro (il processo è fissato per luglio) e messo in libertà con la promessa di collaborare con le autorità. L’uomo ha sparato e ucciso due giovani, una ragazza di 19 anni, Roos Vershuuur, un ragazzo di 28 anni e Rinke Terpstra, 49 anni, padre di tre figli, due al ginnasio e una alla scuola primaria, impiegato in una società e allenatore di pallacanestro. Ancora non è stato chiarito se il movente della strage sia il terrorismo islamico, ma questo sembra una delle piste più consistente delle indagini.
Alcuni giornali definiscono il voto nei Paesi Bassi come una prova generale di elezioni europee. Non è poi detto. C’è tuttavia da chiedersi se, con l’aria che tura, sia così saggio da parte dei responsabili dell’UE di metterla giù così dura col parlamento britannico, (prendere l’accordo con la May o lasciare l’Europa). Un parlamento antico, litigioso, lunatico, ma certamente democratico, capace di decisioni coraggiose in tornanti storici critici e orami orientato a chiedere un secondo referendum per restare.