Edo Ronchi: “Rifiuti
a Roma, il governo
deve intervenire”

Cosa può aiutarci in questo momento di crisi profonda, con una città, e non una città qualsiasi ma la capitale d’Italia, messa in ginocchio dall’immondizia e una classe politica e istituzionale che si arrovella, non per scongiurare (che significherebbe una situazione ancora governabile), ma per capire come uscire dal pantano nel quale è precipitata?

Tocca andare a rileggersi le buone intenzioni che avevano prodotto, tra il 2012 e 2013, atti istituzionali significativi, che ci avevano salvato da una procedura d’infrazione annunciata, ma che poi furono disattesi a causa di una pavida politica attendista, fatalista, incapace di prendersi rischi e responsabilità. Buona solo a far di conto… elettorale. Perché questo è.

Il Patto per Roma

Del “Patto per Roma” per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, sottoscritto nel 2012 dall’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini, dal Commissario delegato per il superamento dell’emergenza ambientale nel territorio della Provincia di Roma Goffredo Sottile, dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma Capitale, niente è stato realizzato.

Eppure si trattò di un Decreto particolarmente significativo, scaturito da ricognizioni accurate su tutto il territorio regionale e lungimirante su tutto ciò che sarebbe servito per rispondere con degli atti concreti alla spada di Damocle del rischio di infrazione comunitaria per la conformità alla Direttiva del 1999, della discarica di Malagrotta. Rischio che, solo quello, fu abilmente bloccato.

Due direttrici

Ma quali erano le risposte urgenti che il “Patto per Roma”, attraverso il Commissario di Governo, metteva in campo? Due erano le direttrici: raccolta differenziata con obiettivi del 50% nel 2014, 60% nel 2015 e 65% nel 2016; sistema integrato per la gestione dei rifiuti finalizzato ad assicurare la piena efficienza degli impianti già in funzione e la realizzazione di nuovi. E un obiettivo a brevissimo termine: l’individuazione del sito per la discarica di servizio che avrebbe dovuto sostituire Malagrotta, avviata verso la chiusura.

Si davano quindi, al Commissario, pieni poteri per rientrare dall’emergenza e raggiungere l’obiettivo di conferire in discarica solo rifiuti trattati nel rispetto della Direttiva comunitaria. I tempi stabiliti dal Decreto erano strettissimi per individuare gli impianti di tmb con capacità residua di trattamento autorizzata; così come era stringente la tempistica finalizzata al completamento delle procedure degli impianti di tmb ancora non autorizzati.

Diffide

E, particolare importante, si diffidavano le Autorità competenti e le imprese titolari degli impianti nel caso di mancata adozione del provvedimento, così come si diffidavano le Autorità competenti e le imprese ad assumere tutte le iniziative per rendere operativo il piano di raccolta differenziata e ad assumere tutte le misure necessarie per favorire il recupero energetico dei rifiuti urbani e ridurre il quantitativo dei rifiuti urbani avviati a smaltimento.

Scaduti i termini previsti dal Decreto, il Commissario provvedeva all’adozione di provvedimenti sostitutivi.

Ma cosa è accaduto da allora, da quel piano ambizioso, fino ad arrivare alla crisi di oggi?

Lo abbiamo chiesto a Edo Ronchi, ex ministro e “padre” della legge sui rifiuti: ricostruire i passaggi che hanno vanificato quel piano e provare a definire come fermare questa deriva drammatica di una delle più belle città del mondo.

“Intervenga il governo”

“Deve intervenire il Governo. Non può più rimanere neutrale.

La mia proposta – rilancia Edo Ronchi – che ho esposto al Ministero dell’Ambiente, è di mettere a punto un Piano preciso, comprensivo di tutti gli impianti previsti, e sottoporlo a referendum popolare, utilizzando un commissario di governo per poterlo attuare in tempi stretti.

Una proposta organica che coinvolga i cittadini e faccia pesare la loro voce. Perché, sono certo che un buon piano, con le migliori tecnologie, buoni impianti e migliori costi economici, verrebbe apprezzato anche dai cittadini.

Tutto quello che serve, discarica di servizio, impianti di compostaggio e impianti di recupero energetico e completamento dei tmb, rimesso alla decisione dei cittadini. Senza questa soluzione si paga il doppio, il ciclo non funziona e ci troviamo i rifiuti per strada.

“Serve un commissario”

Naturalmente è indispensabile un commissario perché – è convinto Ronchi – questa amministrazione non può essere in grado di risolvere la situazione. L’unico atto che ha prodotto è un emendamento inserito nella legge di bilancio che stabilisce che il Comune di Roma può derogare con procedure semplificate, per impianti di digestione aerobica fino a 20mila tonnellate.

Ma oggi – si chiede l’ex ministro dell’Ambiente – chi farebbe, a Roma, un impianto di digestione aerobica (che puzza parecchio) fino a 20mila tonnellate? Non c’è nessuna idea di cosa serva in questo momento. E poi. Pensare di risolvere con accordi per esportare i rifiuti all’estero vuol dire, non solo la razionalità degli impatti ambientali che aumenta, ma anche, che i costi enormi per lo smaltimento mettono in sofferenza tutta la filiera”.

Il fallimento di oggi ci obbliga a risalire all’unico atto ufficiale, il Decreto del 2012/2013, con cui il Governo di allora rispose alla richiesta di infrazione che l’Unione europea minacciò per l’Italia.

“Fu l’ultimo tentativo di delineare una soluzione complessiva del problema basandosi sui numeri di produzione e gestione dei rifiuti urbani del Comune di Roma. Quello era il quadro delineato nel 2012. Che è successo nel frattempo? Di fatto non si è applicato quello e non se ne è proposto un altro”.

Cosa prevedeva quell’atto?

“Si prevedeva il completamento del recupero dell’incenerimento con la seconda linea dell’impianto di Albano, il termovalorizzatore di Colleferro, quello di San Vittore e l’impianto sperimentale di pirolisi che Cerroni aveva previsto a Malagrotta.

La ricognizione sulla capacità degli impianti evidenziava che nel Lazio c’erano impianti con capacità residua che potevano servire, a parte la discarica di servizio, che in ogni caso era necessaria, a chiudere il ciclo dei rifiuti di Roma. Si presentò allora un piano credibile. Era prevista però, in quella proposta, anche la discarica, che non fu mai localizzata. Si disse all’Europa, e loro ci credettero, che avevamo tre siti tra i quali avremmo scelto il più idoneo”.

…e quel “Piano per Roma” non partì mai

“Le cause del fallimento di quel piano sono molteplici: il compostaggio era sopravvalutato e, non essendoci stato nessun adeguamento impiantistico, abbiamo iniziato a portare l’umido fuori Regione. Una parte dell’umido di Roma va in giro e costa parecchio. La capacità d’incenerimento non è risultata quella prevista in quel piano perché non è partita la seconda linea di Albano, l’impianto di pirolisi di Cerroni è funzionato solo per un breve periodo sperimentale e poi non è stato mai attivato e il termovalorizzatore di Colleferro è stato addirittura chiuso. La discarica di servizio non è stata localizzata né attivata. Rimane quindi una carente impiantistica che obbliga a portare i rifiuti di Roma fuori regione, in posti lontani, in impianti costosi”.

Dati Ispra del 2017 parlano di circa un 38% di frazione umida (circa 400mila tonnellate)che viene quasi tutta portata fuori dalla Capitale, immagino con costi giganteschi.

“La gestione dei rifiuti urbani costa il doppio a Roma rispetto a Milano. Naturalmente se si spende tanto nello smaltimento, restano pochi soldi per organizzare bene la raccolta, i mezzi, la pulizia delle strade, il personale.

L’Ama ha sofferto moltissimo questa situazione riempiendosi di debiti. Sarà anche stata gestita in maniera inefficiente, ma è stata molto asfissiata dalla mancanza di risorse e di investimenti. E il punto debole è proprio l’esborso doppio, rispetto all’azienda dei rifiuti di Milano, per gestire i rifiuti di Roma. E non si può continuare a caricare tutto sui cittadini che già pagano tanto.

La filiera delle responsabilità è complicata. Dal Comune di Roma, ai Comuni che potevano ospitare gli impianti, ai gestori degli impianti, alla programmazione. E’ molto complicato. La stessa amministrazione attuale, in tre anni avrebbe potuto fare molte cose, tra le quali cercare un sito alternativo a Malagrotta per la discarica di servizio. Molto più piccola di Malagrotta dovendo riguardare qualche centinaia di migliaia di tonnellate annue, ma non l’ha fatto. E sulla parte degli impianti, non aver mantenuto la programmazione del 2012 è stato un grave errore.

Puntare solo sull’impianto di compostaggio aerobico di Casal Selce è stato sbagliato. Almeno due grossi impianti di compostaggio nel Comune di Roma andavano fatti. Non piccoli impianti ma impianti grandi, industriali, perché altrimenti la frazione umida che mandi in giro, per l’80% composta da acqua, pesa moltissimo, costa nel trasporto e chi la riceve la fa pagare cara.

Non dobbiamo dimenticare, infine, che a tutta questa situazione fallimentare si sono aggiunti i fatti recenti occorsi ai Tmb (un trattamento intermedio ma che comunque riduce il volume dei rifiuti). Di tre impianti uno è bruciato, l’altro è chiuso e l’ultimo funziona a regime ridotto. Rispetto al 2012 anche la capacità di tmb è praticamente dimezzata anziché rafforzare il trattamento meccanico biologico.

Noi tutti guardiamo e viviamo solo la coda: l’Ama non raccoglie i rifiuti per le strade, spazza male, gestisce male, fa male. Tutto vero – conclude Ronchi- ma bisogna capire perché”. E rimboccarsi le maniche, tutti. Non è più tempo per le recriminazioni, tocca mobilitarsi ad ogni livello perché Roma è la Capitale d’Italia”.