Ed ecco l’idea: 60.000 assistenti civici volontari ma impreparati

In settimana la Protezione civile dovrebbe lanciare il bando per reclutare 60.000 volontari come “assistenti civici”: potranno essere utilizzati dai sindaci per attività sociali, e, soprattutto, per fare rispettare le misure di distanziamento sociale anti-virus. Ad annunciare il bando sono stati il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, e il presidente dell’Anci Antonio Decaro, sindaco di Bari. Al primo impatto, fa sorridere la surreale pensata di arruolare decine di migliaia di cittadini qualsiasi muniti di pettorina, pronti a “persuadere” qualche altra decina di migliaia di persone. Come fa sorridere immaginare frotte di volontari – pensionati, disoccupati, beneficiari del reddito di cittadinanza – che inseguono presunti “colpevoli”, senza alcuna preparazione (forse frequenteranno corsi online di buone maniere?) e senza alcuna autorità.

Tra ironia e preoccupazione

fantozziCi vorrebbe Paolo Villaggio per scrivere un copione all’altezza, con i ragionieri Fantozzi e Filini protagonisti. Quello originale del 1976 si adatta: “Apertura della caccia (in questo caso al cittadino smascherato, ndr). Travolto dall’implacabile Filini, sempre assatanato da nuove, tragiche iniziative, anche Fantozzi ha deciso di parteciparvi. Abbigliamento di Filini: berrettone Sherlock Holmes con penna alla Robin Hood, poncho argentino di una sua zia ricca, scarpe da tennis con sopra galosce, carte topografiche e trombone da brigante calabrese. Fantozzi: berretto bianco alla marinara di sua figlia Mariangela, giacca penosamente normale stretta in vita da gigantesca cartucciera da mitragliatrice, residuato della Seconda guerra mondiale, fionda elastica, siero antivipera a tracolla, gabbietta con canarino da richiamo e gatto randagio da riporto”.

Però, una volta esauriti i sorrisi, dopo i “cacciatori” di fantozziana memoria vengono in mente i Bravi descritti da Manzoni, per non parlare delle ronde padane in salsa leghista-bossiana. Di certo, il confinamento virale deve aver esaltato qualcuno. Già c’è gente che dai primi di marzo passa le giornate a fotografare, attraverso le serrande, presunti untori colti per strada, pronta a metterli alla gogna sui social network; già da settimane nei cortili dei condomini si odono le urla di quei residenti che non vogliono sentire e vedere i rari bambini mentre giocano, nonostante sia la loro unica ora d’aria. Oggi, forse, è pronto all’azione qualche aspirante “assistente civico”, che sogna di mettere una tacca sul flacone di spray al peperoncino per ogni presunto untore cuccato sul fatto.

L’esperienza dei City Angels

Davvero nel nostro Paese – dove dai vigili urbani fino alle Forze armate, passando per le varie forze di polizia sono in servizio decine di migliaia di controllori (preparati e in divisa) – c’è bisogno di arruolare 60.000 “volontari” allo sbaraglio? Mario Furlan, milanese, fondatore e animatore dal 1994 dei City Angels, mi ha raccontato che dall’inizio della pandemia i suoi 600 volontari, in caso di necessità, hanno talvolta “suggerito gentilmente” a gruppi di cittadini troppo accalcati di stare più distanti; ma i City Angels sono volontari motivati, selezionati con pazienza, formati con cura e impegnati prima di tutto nel soccorrere i senzatetto e, di questi tempi, nel fare funzionare le mense per i poveri, rimaste sguarnite durante la pandemia.

Ecco, in Italia esistono 350.000 organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e imprese sociali, con 5 milioni e mezzo di volontari e 850.000 dipendenti: fanno parte del cosiddetto Terzo Settore, piuttosto bistrattato ma indispensabile, tanto più di questi tempi. Perché inventarsi da un giorno all’altro una “milizia” improvvisata?

Autoritarismo improvvisato

Tuttavia non è solo una questione di competenze, che, appunto, tra gli ipotetici 60.000 “assistenti civici” non esistono. Dietro questa idea c’è qualcosa che non c’entra niente con i legittimi appelli alla prudenza e al senso di responsabilità. Traspare semmai la voglia eccessiva di nominare plotoni di capiclasse, con la lavagna d’ordinanza per segnare i buoni e i cattivi.

Se un progetto di questo tipo – per altro arrivato dopo tre mesi di pandemia e con i contagi in calo – dovesse andare in porto, significherebbe che si preferiscono l’autoritarismo improvvisato rispetto alla solidarietà organizzata, la delazione occasionale rispetto alla comunicazione corretta. Non è un bel segnale, perché rischia di sedimentarsi nell’immaginario della gente, di trasformarsi in consuetudine. È il contrario dell’educazione civica e del liberalismo democratico. Insomma, il richiamo alle regole è sacrosanto; il conferimento a capocchia di incarichi a presunti controllori è a dir poco sintomo di superficialità.

Necessario un giusto equilibrio

Semmai sul fronte del contrasto al virus – come in altre occasioni in cui le istituzioni devono decidere e comunicare in emergenza (pratica tuttora sconosciuta nel nostro Paese) – occorre il giusto equilibrio tra pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Proprio quell’equilibrio caro ad Antonio Gramsci: è indispensabile per progettare il futuro e governare il presente; è anche utile per tenere a bada negazionisti e catastrofisti. Per questi motivi bisogna dire no agli eccessi di incoscienza ma anche agli eccessi nei controlli, evitando di fornire pettorine e pretesti agli aspiranti sceriffi e agli “educatori” di folle. Noi italiani saremo pure un po’ allergici alle gerarchie, ma non ci sentiamo bambini né rimbambiti: siamo in grado capire e condividere quello che si deve fare, purché siano capaci di spiegarcelo coloro che vogliono stare nelle stanze dei bottoni.