I fondi in arrivo
vanno investiti
in istruzione e ricerca

Ripartire, sì. Ma dalla scuola, dall’università e dalla ricerca. I tra settori che nell’era della conoscenza – la nostra era – dovrebbero avere priorità assoluta. In Italia non è andata così.  Alcuni anni fa, nel 2014 per la precisione, la ragioneria dello Stato verificò che negli anni precedenti la spesa pubblica italiana era aumentata in assoluto. In pochi comparti era leggermente diminuita. In soli tre, invece, c’erano stati bruschi tagli: la ricerca, l’università e la scuola.

Insomma, abbiamo fatto cassa sui nostri figli, sul loro futuro e anche sul nostro presente. Una scelta sciagurata che tuttora impedisce all’Italia di entrare nell’economia della conoscenza: la più redditizia al mondo. E infatti sono trent’anni almeno che l’Italia boccheggiante sta ferma se non torna indietro mentre gli altri, in Europa e fuori dall’Europa, corrono.

Approfittiamo dunque di questo momento potenzialmente keynesiano per invertire di 180 gradi la rotta. Avendo come stella polare l’obiettivo di portare l’Italia nella società (democratica e sostenibile) della conoscenza. Dovremmo specificare quei due aggettivi, democratica e sostenibile, ma diamoli per acquisiti. Come fare per raggiungere l’obiettivo?

Usciamo dall’emergenza stretta e dai vincoli che ci pone – speriamo solo nell’immediato – la lotta a COVID-19. Cerchiamo di pensare alla grande. Abbiamo più o meno a disposizione 250 miliardi di euro tra risorse interne ed europee (o, almeno, speriamo di averle).

Cinquanta miliardi

Utilizziamone un quinto per la scuola, l’università e la ricerca. Sulla scuola diremo poco, non essendo di nostra stretta competenza. Ma occorrerebbe mettere in campo non uno ma 20 miliardi aggiuntivi per realizzare un obiettivo tangibile (le infrastrutture, il corpo docente, l’abolizione delle classi pollaio) ma, soprattutto, un obiettivo intangibile, ma decisivo: progettare e iniziare a realizzare la scuola del futuro.

L’obiettivo tangibile è chiaro: nuovi edifici scolastici per una scuola moderna, accogliente, inclusiva. Soprattutto nel Mezzogiorno, che ha le infrastrutture scolastiche più obsolete. Un aumento significativo del corpo docente con stipendi che riducano almeno il vistoso gap con quelli degli insegnanti dell’Europa più avanzata. Immaginare (e realizzare) una scuola che segua il modello svedese: i migliori insegnanti nelle zone più socialmente disagiate. Perché è vero, nelle analisi internazionali (che pure andrebbero criticate) gli studenti italiani delle scuole medie superiori risultano tra i meno bravi. Tuttavia questo giudizio va articolato. Le scuole frequentate soprattutto dai rampolli delle classi più abbienti (come i licei) nulla hanno da invidiare per preparazione alle migliori scuole straniere. Anzi …

Viceversa, le scuole frequentate dai figli classi più disagiate si registra un tracollo. Che è molto più profondo nel Mezzogiorno. È qui che bisogna lavorare sia in termini infrastrutture sia in termini di inclusività. Mandando, appunto, nelle scuole più disagiate gli insegnati migliori e mettendoli in condizioni di lavorare al meglio. La scuola deve essere davvero un momento di creascita culturale per tutti.

Ma c’è anche altro da fare. Occorre ripensare – per la prima volta dopo due millenni e oltre – il modo di insegnare. Non più (solo) lezioni ex cattedra con l’insegnante che trasmette il suo sapere agli studenti, ma la cura e la promozione delle inclinazioni individuali degli studenti che possono utilizzare le piattaforme digitali per acquisire le informazioni necessari e l’insegnante che svolge il ruolo sia di tutor, aiutando a individuare e a coltivare le inclinazioni culturali dei suoi studenti, sia di capitano della nave che li aiuta a esercitare lo spirito critico nella navigazione elettronica.

Possiamo parlare di rivoluzione nell’educazione dei giovani, perché si tratta appunto di modificare profondamente un modo di insegnare antico di secoli. Non è facile, ma bisogna puntare in questa direzione.

Ripensare l’università

Anche l’università italiana ha bisogno di essere ripensata. Il tentativo di creare pochi atenei di eccellenza e di lasciare che altre decine di università si liceizzassero (insegnamento senza ricerca) deve essere abbandonato. Le università sparse su tutto il territorio italiano sono (devono essere) una ricchezza, non una palla al piede. E devono essere tutte humboldtiane: insegnamento e ricerca. Non c’è educazione superiore se non c’è questo binomio, cui bisogna aggregare la terza missione: l’università aperta e disponibile per una crescita cognitiva della società. Anche in questo caso bisogna agire sulle infrastrutture e occorre superare i tagli alla spesa e all’organico operati nell’ultimo decennio e più: Gli obiettivi devono essere chiari. Tra i principali: immettere nel corpo docente nuova linfa. Giovani. Con 2,5 miliardi sarebbe possibile iniziare a dotare le università (tutte) delle necessarie infrastrutture. Con altri 2,5 miliardi (l’anno) sarebbe possibile assumere 25.000 giovani (preparati, ovviamente) l’anno per raggiungere un quinquennio uno standard europeo. Con un obiettivo specifico: ribaltare letteralmente le classifiche che vedono l’Italia ultima (Romania a parte) per numero di giovani laureati: appena il 25% dei giovani italiani in età compresa tra 25 e 34 anni ha una laurea. Non diciamo di raggiungere lo standard della Corea del Sud (71% di laureati), ma almeno di raggiungere e magari superare la media europea: 40% di laureati.

Questo è un obiettivo irrinunciabile per un paese che vuole entrare nella società (democratica e sostenibile) della conoscenza. Per l’Italia questo obiettivo è una necessità economia. Sono trent’anni almeno che la nostra economia vede aumentare la differenza con quella degli altri paesi europei e dei paesi a economia emergente nel resto del mondo. Il motivo di questa difficoltà, sostengono molti, sta nella specializzazione produttiva del nostro paese. Che è, certo, la seconda manifattura europea, ma produce in genere beni a media e bassa tecnologia, dove la concorrenza dei paesi emergenti è più forte. Mentre dovremmo puntare, come molti paesi dell’area centroeuropea (Germania e dintorni) su produzioni di beni e anche di servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto.

Occorre anche qui un drastico cambiamento. Un ribaltamento della prospettiva. Come fare?

Investire nella ricerca

La prima cosa da fare è investire nella ricerca scientifica altri 5 miliardi, per consentire l’ingresso progressivo nei laboratori pubblici nazionale di centomila giovani in grado di portare l’intensità di ricerca del nostro paese verso standard europei. Ciò consentirebbe all’Italia anche di raggiungere progressivamente la media europea in fatto di investimenti in ricerca, passando dall’1,3% attuale ad almeno il 2,0% degli investimenti rispetto al Prodotto interno lordo.

Con 5 miliardi l’anno si possono finanziare con 500.000 euro in media 10.000 progetti di industria e servizi innovativi. Nel giro di dieci anni i progetti finanziati sarebbero 100.000. Siamo pessimisti: uno su cento ce la fa. Ma in capo a un decennio avremmo mille nuove imprese innovative che darebbero alla nostra economia un segno diverso e finalmente dinamico.

Finora abbiamo impegnato 45 miliardi (anche se alcune spese vanno effettuate ogni anno) dei circa 250 nominalmente disponibili. Rispetto al nostro impegno iniziale ne restano altri 5. Che impegneremmo in maniera analoga a quanto dopo la Grande Depressione del ’29, fece il presidente americano Franklin Delano Roosevelt: finanziando l’industria creativa delle lettere e delle arti. Finanziamento illuminato, non solo perché quell’industria è diventata egemone nel mondo (noi oggi consumiamo più letteratura e arte made in USA che nostra), ma perché ha consentito di creare quel milieu culturale – un crogiolo ove si mescolano scienza e arte – necessario per fare di una città o di un paese una città e un paese creativo. Finanziamo con 5 miliardi i centri culturali, ma non solo per ammirare i beni culturali che già abbiamo, ma per crearne di nuovi.

Ci dispiace constatare che in dieci giorni gli Stati Generali, tranne rare eccezioni, non abbiamo dato alcuna indicazione analoga. Eppure, rischiano di essere bocciati dagli economisti di professione che si muovono in un ambito troppo chiuso per essere innovativo, siamo convinti che investendo solo un quinto del budget che probabilmente avremo a disposizione potremo invertire il percorso di declino che il nostro paese ha imboccato da almeno trent’anni.

Non sarebbe certo poca cosa.