“Presidente avvocato”:
il vecchio che avanza

I giornali dicevano che avrebbe dedicato la notte a scrivere il discorso. Qualche foto lo ritraeva mentre era intento alla tastiera, alla presa con i dolori del concepimento. Mai parto fu più banale. Talvolta l’italiano scivola incerto. E il programma diventa un testo “formalizzato sotto forma di contratto dalle due forze politiche che formano la maggioranza parlamentare”.

Tolta la solita retorica sulla estraneità alla politica (con linguaggio burocratese attesta: “non ho pregresse esperienze politiche”), il presidente “cittadino”, “garante”, “portavoce”, “avvocato” si perde in un fiume piatto senza un pensiero, un balzo, un’intuizione. Per “offrire risposte concrete”, naturalmente a “chi vive fuori da questi Palazzi”, il “garante” si presenta come depositario di “un supplemento di responsabilità” che, unico nella storia repubblicana, lo pone in condizione di gestire il potere con “disciplina e onore”.

Ritiene di aver scovato il principale male della politica. E dichiara che lui è pronto a combattere “la crescente disattenzione verso le istituzioni e la perdita di prestigio”. Forse è proprio per trafiggere la “disattenzione”, palpabile a Palazzo Madama, che ogni trenta secondi cambia la direzione dello sguardo, raggiungendo la parte opposta dell’aula. Però, malgrado lo sforzo del corpo ballerino del garante di destare l’attenzione dell’uditorio, la sensazione del nulla è incalzante.

Niente che somigli a un’analisi politica, a un ragionamento. E del resto non si è populisti e antisistema per caso. Non c’era neanche bisogno che ricordasse che “non esistono più forze politiche che come un tempo esprimono una visione del mondo”. Si vede a occhio nudo cosa produce la mancanza di “sistemi ideologici”. Per “ascoltare i bisogni della gente” il governo promette miracoli a volontà, e non rinuncia a un solo nemico: il “business dell’immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello di una finta solidarietà”. Il “portavoce” sa bene come accendere la corda dei ri-sentimenti del padrone leghista.

Dopo le descrizioni sulle minuzie del programma, il presidente rimarca la “necessità di aprirsi al vento nuovo che soffia”. E, oltre al bicolore che lo sostiene (“le forze politiche che integrano la maggioranza”), invoca gli altri parlamentari a sentire “il vento”. E quindi a staccarsi dalle vecchie sigle per entrare tra qualche mese a sostegno dell’esecutivo. Conte dice che lui non pensa “secondo categorie politiche tradizionali”. E però, quello che chiede ai senatori, si chiama in un modo certo molto antico: trasformismo. Dove finisce la lotta al transfughismo, da sconfiggere attraverso il vincolo di mandato? Gratta il nuovo e ritrovi solo l’Italia più vecchia che ha solo assunto maschere nuove.