Ecco come Bruxelles
potrebbe intervenire
per i disperati di Lipa

Tre milioni e mezzo di euro e tante parole dure da Bruxelles. Ma i disperati di Lipa restano là, ostaggi dell’inverno e dell’impotenza della Commissione europea. E dire che una soluzione ci sarebbe. Anzi c’è, a una trentina di chilometri più a nord del campo incendiato: è la fabbrica abbandonata di Bira, alla periferia di Bihać.  Un edificio vero, fatto di mattoni e non di tela e cartoni. Un casermone vuoto, perfino attrezzato col minimo indispensabile per accogliere i profughi di Lipa e anche quelli che arriveranno, quasi sicuramente, nelle prossime settimane seguendo la rotta balcanica per passare dalla Bosnia in Croazia e quindi entrare in Europa.

Perché non riapre la fabbrica di Bira? La domanda è stata fatta a Bruxelles e la risposta è il compendio di tutti i motivi per cui le istituzioni europee non riescono a venire, da troppo tempo, a capo della tragedia delle migrazioni. Il rifugio ospitato nella ex fabbrica è stato chiuso alla fine di settembre. Contro il nostro parere, dice un portavoce della Commissione: noi avevamo chiesto che restasse aperto proprio in vista dell’inverno. La decisione fu presa dal Cantone (provincia) di Una-Suma perché la gente di Bihaćnon voleva “gli stranieri”, minacciava sommosse e i capi locali non volevano perdere consensi. Il governo di Sarajevo era contrario, ma dovette abbozzare.

Un profugo del campo di Lipa

I 1200 profughi di Bira e altri 1200-1300 che arrivarono dopo furono mandati a Lipa e tutti sapevano che non poteva funzionare. Anche a Bruxelles lo sapevano. Laggiù mancavano corrente elettrica, acqua corrente, strutture sanitarie. Le tende non avrebbero protetto dal freddo e, anzi, c’era addirittura il rischio che crollassero se arrivava la neve, che infatti è arrivata.

Violenze e illegalità

Ora la Commissione ha aggiunto altri tre milioni e mezzo agli 88 che aveva fatto arrivare a Sarajevo dal 2018 in poi per finanziare (in minima parte) le spese che la Bosnia-Erzegovina avrebbe dovuto sostenere per dare un’accoglienza dignitosa ai migranti che rimanevano bloccati nel paese perché la Croazia ha blindato le frontiere e ha mandato polizia e squadre di volenterosi cacciatori di stranieri a fare piazza pulita sul confine e, già che ci sono, fin dentro il territorio bosniaco. Violenze e illegalità che sono un altro schiaffone alla buona coscienza del commissario europeo alle migrazioni, il greco Margheritis Schoinas, e ai suoi funzionari. Un altro scandalo di fronte al quale la Commissione non può far altro che riflettere sulla propria impotenza.

L’altro giorno l’ambasciatore dell’Unione a Sarajevo Johann Sattler ha detto che ciò che è stato fatto dalle autorità bosniache “è inaccettabile” e il portavoce del commissario Schoinas ha aggiunto ieri che “questo disastro umanitario avrebbe potuto essere evitato se le autorità bosniache avessero agito come avevamo richiesto già prima di Natale”. Ora l’esecutivo comunitario si aspetta che il governo e le autorità locali “agiscano immediatamente per risolvere la situazione” perché “si tratta di salvare la vita di centinaia di persone” e la Bosnia-Erzegovina ha “obblighi imposti” non solo dal diritto internazionale, ma anche dagli impegni che ha liberamente sottoscritto nel momento in cui, nel 2016, ha presentato la domanda per l’adesione all’Unione europea.

Belle parole, parole giustamente dure, ma dove porteranno? La Commissione UE non ha il modo per farle diventare fatti. I Trattati dicono che l’esecutivo non ha competenza sulle questioni dell’immigrazione e ogni tentativo di prendersele è stato respinto con perdite, negli anni, dai governi e dall’istituzione che li rappresenta, il Consiglio. La Commissione può manovrare sui soldi, questo sì, elargire o negare fondi e dare qualche indicazione sul modo in cui impiegare quelli che vengono accordati. Ma sul loro impiego ha solo un vago droit de regard. S’è visto quel che sta venendo fuori dalla Croazia dove – è stato denunciato – una parte dei fondi erogati per la gestione dell’immigrazione è finito a finanziare armi della polizia di frontiera e volontari per la caccia al profugo nei boschi al confine con la Bosnia.

Una polizia europea?

È vero? Non lo sappiamo – rispondono dagli uffici a Bruxelles – e come potremmo saperlo? Lei crede che il governo di Zagabria accetterebbe che inviassimo ispettori a controllare che cosa fanno con i nostri soldi? Sono problemi che si risolverebbero solo con l’istituzione di una polizia di frontiera europea che agisse obbedendo a direttive di legalità e rispetto dei diritti umani definite da Bruxelles. Credete che una soluzione del genere sia dietro l’angolo? Che i vari governi rinuncino a quella quintessenza della loro sovranità che è il controllo dei confini?

No. Non lo crede nessuno. Non oggi almeno. E però la non competenza della Commissione non deve diventare un alibi. Ci sono delle cose che anche rebus sic stantibus giuridicamente si potrebbero fare per impedire la tragedia che si sta consumando. Non solo nelle campagne innevate del nord-ovest della Bosnia e nei boschi dove i croati fanno la caccia al migrante, ma anche a Lesbo. Qui – dicono le notizie che arrivano in queste ore – la situazione nel campo di Moria soffocato dal sovraffollamento e minacciato dagli incendi continui peggiora drammaticamente mentre la politica del governo di destra di Kyriakos Mitsotakis punta solo sui respingimenti in Turchia. E Lipa e Lesbo non sono eccezioni: la rotta balcanica, il “game” dei disperati che cercano di arrivare come che sia dentro le frontiere dell’Europa è costellata di infamie. Non ne è risparmiato neppure il confine tra la Slovenia e l’Italia, come sappiamo.

Il campo di Moria

Quali sono le iniziative che la Commissione potrebbe prendere? Per esempio quella che permise, durante la fase più dura della politica salviniana sulla chiusura dei porti in Italia, la distribuzione dei migranti fra i diversi paesi. Quella misura fu risolutiva per porre fine al sequestro di persone praticato dall’allora ministro dell’Interno nei confronti dei migranti sulle navi. In precedenza, nel 2015, la ripartizione dei profughi era stata attuata in forma massiccia e riguardava quelli che stavano arrivando in grandi numeri in Italia e in Grecia. Si trattò – è vero – di decisioni prese dal Consiglio UE, ma l’iniziativa e il lavoro preparatorio furono opera della Commissione. Perché non riproporre quella soluzione per Lipa, e magari anche per Moria? Il professor Dino Rinoldi, docente di diritto europeo, suggerisce anche la possibilità di organizzare corridoi umanitari che consentano il trasferimento dei migranti in condizioni particolarmente precarie nei paesi disposti ad accoglierli.

Lo stato di diritto

L’esecutivo comunitario potrebbe poi far valere le proprie prerogative perché la Croazia rispetti l’articolo 2 del Trattato, che obbliga al rispetto dello stato di diritto ma che viene pesantissimamente violato con le operazioni anti-migranti ai confini. Potrebbe trattarsi di qualcosa ben di più che moral suasion: si è visto nella recente querelle sui fondi del Next Generation EU quale forza di persuasione pratica hanno avuto le condizioni sul rispetto dello stato di diritto fatte valere nei confronti di Ungheria e Polonia. C’è da aggiungere che la Croazia per ottenere il sì all’adesione all’Unione nel 2013 ha firmato anche un protocollo nel quale si impegnava a rimuovere tutte le lacune della sua legislazione in fatto di tutela dei diritti fondamentali. La stessa pressione dovrebbe essere esercitata sulla Bosnia-Erzegovina, che ha chiesto l’adesione all’Unione nel 2016 accettando implicitamente la condizione indispensabile di rispettare i diritti dell’uomo secondo le regole dei cosiddetti criteri comunitari di Copenaghen.

Sono solo alcune delle proposte immaginabili per uscire da un’impasse che sta mettendo in pericolo la vita di tremila disperati. L’aspetto umanitario è, ovviamente, dominante. Ma la loro adozione sarebbe anche una bella prova di vitalità e di riscatto della propria dignità istituzionale che il “governo” dell’Europa offrirebbe al mondo e, in primo luogo, ai propri cittadini.