Eccidio a Gaza. Grazie anche a Trump

Un annuncio via Twitter neanche si trattasse del taglio del nastro di un supermercato. “L’inaugurazione dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme è in diretta su @FoxNews & @FoxBusiness… Un grande giorno per Israele!”. Il tono di Donald Trump è quello di uno spot pubblicitario. Non fosse per le decine di morti che si contano a fine giornata tra i palestinesi caduti sotto il fuoco dell’esercito israeliano – oltre 2700 i feriti – il trasferimento della sede diplomatica nella città santa e contesa potrebbe sembrare una giornata di festa. Ed invece tra le immagini patinate di Ivanka Trump e consorte spediti a rappresentare la Casa Bianca al fianco di Netanyahu e i roghi lungo il confine della Striscia di Gaza si allunga una distanza sempre più incolmabile. Dalla guerra nel 2014 non si vedeva una simile carneficina.

Trump pretende che la sua decisione sia un tassello di un processo che porterà alla pace in questa regione martoriata. Il sangue versato ieri racconta una storia diversa. Non ci si accredita come mediatore di un nuovo negoziato sposando le tesi di una sola parte, sommando fatti compiuti ai tanti già creati da Israele nel corso dei decenni. Sbriciolando quel che resta degli accordi di Oslo, che prevedevano il rinvio della soluzione sullo status di Gerusalemme ad ulteriori negoziati.

Per il presidente Usa è soprattutto una promessa elettorale mantenuta – caldeggiata dagli evangelici americani – una spunta da aggiungere alla lista, e per di più dove nessuno dei suoi predecessori aveva osato: e già questo è abbastanza per solleticare l’ego dell’uomo che stampa il suo nome sui grattacieli. Apparentemente Trump non ha nemmeno una strategia precisa. Ignora la risoluzione contraria dell’Onu, gli inviti alla cautela della Ue, agisce in solitudine e controcorrente. A conti fatti la sua decisione, come anche la denuncia dell’accordo sul nucleare con l’Iran, rafforza Israele ma segna uno spartiacque con i Paesi arabi, seminando diffidenza nei confronti dell’amministrazione americana, che usa il suo peso per precondizionare qualunque futura trattativa con i palestinesi e assume lo status quo come punto di riferimento, mentre indebolisce Abu Mazen come interlocutore e regala ragioni agli oltranzisti di Hamas. In prospettiva, è un favore alla Russia di Putin sempre più presente e attiva in questo quadrante, come temono gli analisti Usa, e non solo quelli di fede democratica.

Trump sostiene che la sua scelta non implichi una presa di posizione sullo status finale di Gerusalemme. Però, mentre trasferisce la sua ambasciata, evita di citare l’obiettivo dei due stati, limitandosi a dire che gli Usa sostengono una soluzione concordata. Troppo poco per i palestinesi, che finora non hanno visto niente sul loro piatto della bilancia: lo squilibrio è plateale. E non solo sull’ipotetico tavolo negoziale, come dimostra la carneficina di queste ore – e delle scorse settimane, lungo la “marcia del ritorno”, la protesta indetta da Hamas.

Proprio ad Hamas la Casa Bianca imputa i 55 morti nel suo “grande giorno”, parlando di una provocazione contro la quale Israele ha il diritto di difendersi. “Diritto”: Trump usa la stessa parola per giustificare il trasloco dell’ambasciata. Israele, ha detto, “ha il diritto di scegliere la sua capitale”. Eppure è la legalità internazionale che l’amministrazione Usa ha deciso di ignorare, infischiandosene delle Nazioni Unite che non hanno mai avallato le pretese unilaterali di Israele su Gerusalemme. Nello stesso modo l’amministrazione Usa finge di ignorare l’asimmetria tra le proteste palestinesi sui confini della Striscia di Gaza e la pesante risposta militare di Israele. Sassi da una parte, cecchini e bombardamenti dall’altra.

Quando si entra con un lanciafiamme in una santabarbara può succedere che le conseguenze eccedano l’imprevidenza dell’incendiario. Ma è lecito dubitare che che sia questa la strada verso la pace. Per ora Trump apre la sua ambasciata – presto lo seguiranno Guatemala e Paraguay, forse anche l’Honduras che si era opposto alla risoluzione Onu di condanna. Potrebbero seguirlo anche Romania e Repubblica ceca, in dissonanza con la posizione Ue che ieri ha lanciato appelli alla moderazione e ricordato che non solo il popolo ebraico vanta diritti sulla Città santa. Il danno comunque è fatto, ogni ricucitura, ogni negoziato sarà più impervio. Difficile credere che le ambasciate a Gerusalemme ovest saranno la premessa per fare di Gerusalemme est la capitale di uno Stato palestinese. Ma Trump può vantarsi via Twitter. Che bella giornata.