“Ebrei ai forni”:
ora viaggia sul web
l’infamia neonazista

Si è dovuto leggere in questi giorni come Lia Montel Tagliacozzo, durante la presentazione del suo Libro, “La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia”, presentazione organizzata dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza, sia stata insultata e minacciata da un gruppo di neonazisti che ostentavano ritratti di Hitler e manifesti con la svastica . Urlavano i neonazisti: “ebrei ai forni”, “sono tornati i nazisti”, “vi bruceremo tutti”, “dovete morire tutti”…

A raccontarla così, sembrerebbe che Lia Tagliacozzo e quanti ascoltavano le sue argomentazioni siano stati sorpresi e aggrediti da un manipolo di imbecilli e violenti nella saletta di una libreria o di un centro culturale. Forse in tempi normali, non pandemici, sarebbe andata così. Invece no: questa volta la piazza è stata telematica, secondo le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, secondo i vincoli imposti dalla diffusione del maledetto virus, secondo le licenze consentite dall’etere. Lia Tagliacozzo parlava dal salotto di casa propria, chi ascoltava viveva la conferenza nella medesima condizione, gli arditi assalitori chissà dove s’erano rintanati, in gruppo, perché il fascista non agisce mai da solo. Tutto su una piattaforma, zoom mi pare, piattaforma che non ha colpe, lo dobbiamo chiarire subito: gli strumenti sono strumenti, l’uso che se ne fa dipende dal cervello di ciascuno di noi o da quella fattispecie di cervello che contraddistingue chi grida: “ebrei ai forni”.

Le connivenze

Lo scandalo è in quelle parole, in quelle svastiche, nelle immagini di un criminale mostrate e rivendicate come  un manifesto politico. Ogni volta siamo costretti a chiedere dove nasca tanta imbecillità, ogni volta rendendoci conto di quanto poco possa rappresentare quel termine, “imbecillità”, il disastro che stiamo vivendo, quel termine in verità come altri termini vicini: ignoranza, dimenticanza, tracotanza, negazione della storia… Ogni volta ci sentiamo in dovere di immaginare le cause, secondo le definizioni della sociologia: emarginazione, bassa scolarizzazione, rivendicazione di una identità, regressiva cultura dell’intrattenimento, spirito di rivincita… Forse, per spiegare, si dovrebbe tenere tutto assieme e la somma sarebbe un mostro, uno di quegli “ultracorpi” che in tanti film d’animazione si sbriciolano quando incontrano la parte buona dell’umanità, ma qui, nel nostro paese o in Europa o negli Usa,  si alimentano della connivenza o dell’omertà  di troppi, partiti, organi dello Stato, giornali.

Restano le “piazze”. Soppiantata quella tradizionale, si anima quella virtuale nelle sue molteplici manifestazioni: può essere assai democratica, libera, paritaria, non distingue più tra la tribuna degli eccellenti e gli spalti di quelli destinati ad ascoltare… La “piazza televisiva”, l’invenzione di Michele Santoro, dava la voce a tutti, come gli infiniti “microfoni aperti” che si sono succeduti, e dava pure un volto a tutti. La “piazza telematica” ha moltiplicato l’effetto, con un vantaggio per chi si presenta armato di violenza, di volgarità, di stupidità, di odio: garantisce l’anonimato. Se l’aggressione subita da Lia Tagliacozzo (non è stata la prima per lei e chissà quante altre se ne sarebbero potute contare) fosse avvenuta in un locale qualsiasi, quegli inconsapevoli idioti  sarebbero magari stati respinti, qualcuno sarebbe stato identificato (l’apologia di reato esiste ancora), qualcuno se ne sarebbe andato dopo un bel ceffone. La piattaforma li ha lasciati agire indisturbati. E’ vero che per essere ammessi al “meeting  video” bisogna essere invitati, si deve possedere una “parola d’ordine” (la password), ma niente nel mondo di internet, nessun codice, nessuna chiave, mette al riparo dalle intrusioni. Non ci si può augurare di vivere “blindati”, di discutere “blindati”. La “democrazia” promessa dal web dovrebbe essere più aperta, più accessibile di quella offerta “in presenza”.  Ma l’apertura e l’accessibilità lasciano la porta spalancata.

Esercizi brutali

Siamo ad un altro passo. Tra le tante vie dell’insulto, tantissime siamo stati costretti a conoscerle da tempo, esercizi brutali di volgarità e oscenità.  Nel sito internet di un importante media, ai piedi dell’articolo che riferiva l’episodio vissuto da Lia Tagliacozzo, nello spazio riservato ai commenti, si poteva leggere: “Ancora con queste storie”,  “Il solito libro di cui non c’era bisogno, per provocare disordini”, “Basta con questi piagnistei continui !!!”.

Tornano le domande di prima, quelle che riguardano la profonda corruzione dei nostri tempi, lo svilimento dei rapporti, la caduta del senso di appartenenza a una comunità.

Si può rimediare? Si può rimediare a tutto o a poca cosa almeno, restituendo, anche attraverso vincoli e divieti, dignità e responsabilità alla piazza, quella di una città come quella telematica, la piazza primo luogo, di base, dell’esercizio della democrazia.

Censura

Di censura si è discusso a lungo in questi giorni, quando la censura si è abbattuta su Trump, cancellato da Facebook. La censura non è il rimedio, ma può evitare il male. La piattaforma è un luogo privato e non si capisce perché non si possa impedirne l’ingresso a chi non rispetta le regole (le reti si presentano con pagine e pagine di regole, che nessuno legge). Il controllo non guarisce, ma può limitare i danni quando qualcuno tenta di aggredire valori fondamentali, i valori della convivenza civile, del rispetto, della conoscenza.

Non sarà stato un tweet ad aver scatenato l’assalto al Campidoglio, ma la sua complicità insieme con altre profonde, conosciute o sconosciute ragioni, geografia complessa della nazione americana,  nessuno potrà negare.