Sea Watch: liberati i profughi
Arrestata la capitana
ma su Salvini l’ha spuntata lei

L’odissea della Sea Watch è finita come avrebbe dovuto finire molto tempo prima, risparmiando sofferenze ai naufraghi salvati in mare, una pessima figura al paese che ha cercato in tutti i modi di non farli arrivare a terra contro il diritto internazionale e ogni buon senso e una lacerazione del suo senso di civiltà. La nave nella notte ha attraccato al molo del porto di Lampedusa. La capitana Carola Rackete ha forzato il blocco sfiorando una lancia della Guardia di Finanza che cercava di ottemperare agli insensati proclami di Salvini ed è stata arrestata. Qualunque cosa le succeda adesso, sarà accompagnata dall’ammirazione e dalla gratitudine della parte di questo paese che non si riconosce nelle prepotenze e nella crudeltà del suo attuale governo. E che dobbiamo sperare sia una maggioranza.

Cinque paesi

Solo poche ore fa eravamo a chiederci perché i profughi della Sea Watch non fossero stati ancora portati a terra. Eppure cinque Paesi, Francia, Lussemburgo, Germania, Portogallo e Finlandia, avevano dichiarato la propria disponibilità ad accoglierli. Non è quello che voleva Salvini? Non proprio. Da quanto si capiva dalle sue

mosse e dalle sue dichiarazioni che trascoloravano dall’isteria a vere e proprie forme maniacali, l’iracondo ministro di tutti i ministeri avrebbe voluto prima che la comandante della nave, la “sbruffoncella” che gli ha tenuto testa, venisse arrestata con tutto l’equipaggio e che l’imbarcazione venisse sequestrata. E poi avrebbe voluto che almeno qualcuno dei profughi finisse dalle parti di Amsterdam, che sarebbe stato ai suoi occhi un modo di vincere la guerra personale che ha dichiarato ai Paesi Bassi con una escalation di insulti che ha superato abbondantemente la soglia dell’incidente diplomatico. Ha ottenuto, per ora, solo l’arresto, dopo che la Procura di Agrigento aveva comunicato che Carola Rackete è stata iscritta nel registro degli indagati con le ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di disobbedienza all’ingiunzione a fermarsi da parte di una nave militare per aggiungere subito, comunque, che si tratta di “atti dovuti” dopo la denuncia che era stata presentata dalla Guardia di Finanza. Lei aveva risposto che la sua preoccupazione più impellente era la sorte dei 40 naufraghi rimasti a bordo (due fratelli sono stati sbarcati l’altra notte perché il più grande stava molto male) e che tutto il resto veniva dopo. Compreso quello che di lei pensa Salvini. E ha agito di conseguenza.

Per qualche ora, ieri pomeriggio, l’ombra del carcere si è allungata anche sopra i parlamentari del PD, di Sinistra Italiana e di Più Europa che erano a bordo e ci sono restati finché i profughi non sono sbarcati. In un tweet che è circolato dopo l’ennesima comparsata televisiva pareva che Salvini avesse chiesto l’arresto anche per loro. Il ministro dell’Interno che reclama la galera per dei deputati della Repubblica non è proprio uno scherzo. Poi il tweet è stato cancellato e si è sostenuto che s’era trattato di un equivoco. Chissà. Ma il fatto stesso che per qualche ora la cosa sia stata considerata credibile la dice lunga sul clima che il capo della Lega ha creato intorno alla vicenda.

Moavero ammette: la Libia non è sicura

Ieri pomeriggio, comunque, nella scena occupata tutta dal ministro di tutti i ministeri ha fatto una breve ma significativa incursione il vero ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Rispondendo, solo perché era costretto a farlo, a una domanda durante la conferenza stampa tenuta insieme con l’inviato dell’Onu Ghassam Salamé il ministro ha ammesso che in Libia non ci sono porti sicuri. “Non siamo noi a dirlo”, ha precisato mettendo le mani avanti per evitare l’immediata scomunica di Salvini e Di Maio, “perché la definizione di porto sicuro viene dalle convenzioni internazionali e queste condizioni per la Libia non ci sono. So che da questo nascono varie precisazioni di carattere mediatico su convergenze di posizioni o meno, ma è un dato di fatto del diritto internazionale”.

Abbastanza contorto, ma non di meno chiaro. Finora il governo italiano ha sempre sostenuto il contrario, contro il parere dell’Onu, della Commissione e del parlamento europeo e le evidenze del buon senso. E l’ammissione avrà necessariamente delle conseguenze giuridiche quando si dovrà giudicare nel merito la condotta della Sea Watch e della sua capitana. Se le autorità italiane riconoscono che la Libia non è un approdo sicuro dovrebbero anche riconoscere che ha fatto bene la nave della ONG a non portare lì i profughi raccolti e a non consegnarli alle motovedette della guardia costiera di Tripoli. Il porto sicuro che a quel punto la nave, come è prescritto dal codice marittimo, doveva raggiungere non poteva essere che Lampedusa, nonostante le accuse lanciate da Salvini e ripetute a pappagallo da tutti i commentatori e i media amici suoi secondo le quali la ONG avrebbe scelto l’isola italiana “per ragioni politiche”, in attuazione di un complotto ordito da chissà chi. Magari da Soros, come insinua nel suo scombiccherato comunicato dell’altro giorno l’ineffabile Di Maio. Non erano infatti sicuri i porti della Tunisia, le cui autorità non rispondono mai alle richieste di aiuto delle navi e davanti ai quali aspettano da settimane due pescherecci carichi di profughi, né quelli di Malta, per la semplice ragione che quell’isola è ben più lontana di Lampedusa dal luogo dove i naufraghi sono stati salvati (160 miglia contro 116). Negli eventuali futuri procedimenti giudiziari sul caso della Sea Watch di questa circostanza si dovrà tener conto. E magari, chissà, verrà chiamato a deporre anche il ministro Moavero.

La campagna contro i Paesi Bassi

Torniamo alla “campagna olandese” del capo della Lega. Ancora una volta ieri il governo dell’Aia ha respinto la pretesa di essere indicato come complice dei reati commessi dalla comandante (tedesca) della Sea Watch perché la nave batte bandiera olandese e ha segnalato a quello di Roma di non voler prendersi alcun profugo, chiusura deplorevole ma esattamente identica a quella italiana, e questo non ha certamente fatto abbassare la tensione.

Poi a complicare ancor di più le cose sono arrivate altre due circostanze. La prima: in un faccia a faccia avvenuto al margine del vertice di Osaka il premier olandese Rutte è stato molto esplicito a segnalare a Conte di aver in qualche modo preso la testa dello schieramento che non farà sconti all’Italia quando, tra poco, si arriverà al momento della verità sulla procedura d’infrazione per eccesso di debito. Non è una sorpresa: la severità in fatto di disciplina di bilancio per gli olandesi è tra i sacri princìpi che non si discutono. C’è solo da sperare che le cose possano un po’ cambiare se e quando il governo diretto dal liberale ultraliberista Rutte dovesse lasciare il posto a un esecutivo guidato dai laburisti che hanno vinto le recenti elezioni europee. Un governo spostato più a sinistra potrebbe essere, forse, più ben disposto sul fronte dei conti pubblici. Ma non lo sarebbe certamente verso le intemperanze sovraniste degli attuali governanti italiani.

La seconda circostanza è che, proprio mentre Salvini guerreggiava da Roma e Conte si faceva maltrattare a Osaka, sono girate indiscrezioni secondo le quali nei negoziati in corso sugli assetti al vertice delle istituzioni dell’Unione europea per la presidenza della Commissione si starebbe formando un orientamento sul nome dell’olandese Frans Timmermans.

Frans Timmermans

Diciamo subito che contro la credibilità di questi rumors milita il fatto che Timmermans è stato alle elezioni di fine maggio lo Spitzenkandidat dei socialisti e non si vede perché i popolari dovrebbero preferirlo al loro compagno di partito francese Michel Barnier, il cui nome pure circolava ieri da altre fonti.

L’ipotesi Timmermans

Timmermans è vissuto in Italia, parla benissimo l’italiano ed è puro tifoso della Roma.

Ma queste caratteristiche non lo renderebbero certamente più digeribile a Salvini e ai suoi. I quali ieri debbono aver provato un brivido: una Commissione europea guidata da un esponente socialista sarebbe un pugno in un occhio per tutti i sovranisti, a cominciare da quelli che comandano a Roma.

Vedete quanto il dramma che ha trovato nella notte una prima conclusioner a Lampedusa si intrecci con la politica di casa nostra e con la politica europea. D’altronde è inevitabile proprio perché è tutta politica la questione che il vero capo del governo italiano, Matteo Salvini, ha costruito cinicamente intorno alla sorte di quei poveri cristi salvati in mare, portati per due settimane a girare intorno alle acque territoriale di un paese che non li vuole e infine tenuti prigionieri sulla nave ancorata davanti a un porto in cui non potevano sbarcare. L’obiettivo era, ed è, quello di costruire un nemico, le ONG “pagate da Soros o da chissà chi”, e d’offrirlo in pasto a un’opinione pubblica che è meglio dimentichi i fallimenti del governo.  E  sulla pelle di quaranta poveri cristi senza colpa.