È salatissimo il conto
che l’Italia sovranista
rischia di pagare

Se il vicepremier Matteo Salvini dichiara che “il deficit di bilancio sfonderà il 3% del Pil” e che “nessuno ci obbligherà ad aumentare l’Iva” cosa può succedere all’economia, al nostro debito pubblico, alla credibilità internazionale del nostro Paese? Nulla di sorprendente: gli investitori internazionali iniziano a vendere i nostri Btp, lo spread torna a salire verso i 290 punti, le imprese fanno più fatica a finanziarsi e a investire. Questa volta i mercati non hanno atteso nemmeno la proposta della nuova Legge di Bilancio, attesa a ottobre. Hanno iniziato a scappare dai nostri titoli, poi in autunno sentiremo la stangata. Già oggi ci sarebbe bisogno di una manovra correttiva perché le previsioni del governo non reggono. I conti sono sballati.

Ma Salvini, in prossimità del voto europeo del 26 maggio, ripete lo stesso copione delle elezioni politiche del 2018, attaccando i patti europei, immaginando di ribaltare la Commissione e il parlamento dell’Unione, minacciando anche gli alleati grillini che, a sorpresa, esprimono un severo distacco e Luigi Di Maio arriva a condannare le parole del capo leghista come “irresponsabili”.

Il governo non è riuscito nemmeno a consolarsi e a valorizzare il fatto che il Pil nel primo trimestre ha segnato un progresso dello 0,2% allontanando lo spettro della nuova recessione ed ora, in coincidenza con una nuova prova elettorale, deve fronteggiare l’irritazione dei mercati, degli investitori per le sparate propagandistiche di Salvini che gioca pesante sul voto europeo. Anche se il premier Giuseppe Conte ammette che “non sarà facile evitare l’aumento dell’Iva”, sollevando così il velo sulle clausole di salvaguardia che peseranno per 52 miliardi di euro nei prossimi due bilanci, Salvini guarda oltre, immagina un trionfo elettorale e di far saltare il banco di Bruxelles con Orbán e i suoi potenziali alleati sovranisti e neofascisti.

La radicalizzazione dello scontro politico surriscalda i toni della campagna elettorale e della dialettica tra i partiti della maggioranza. Tra Lega e M5S le polemiche stanno arrivando alla soglia della crisi di governo dopo che il presidente del Consiglio ha tolto le deleghe al sottosegretario leghista Andrea Siri, perché indagato in un’inchiesta di corruzione, e mentre il ministro dell’Interno presenta un secondo decreto sicurezza, non condiviso dagli alleati grillini, che va incontro a un iter parlamentare tortuoso. Ma prevale ancora il richiamo della foresta, cioè la tutale della poltrona e la garanzia del potere. Il clima politico dovrebbe restare incandescente fino al 26 maggio e poi, una volta noti i risultati in Italia e in Europa, gli azionisti di maggioranza del governo tireranno le somme e verificheranno se esistono le condizioni minime per mantenere in vita il governo che già oggi appare instabile.

Salvini carica il voto europeo di enorme significato, lo considera decisivo per “riprendere le chiavi di casa nostra” ed enfatizza la consultazione come un referendum sulla sua linea d’azione.

Gli ultimi sondaggi (Pagnoncelli e Diamanti), pubblicati prima del silenzio imposto dalla legge, offrono la stessa tendenza sull’orientamento degli elettori. La Lega è indicata nettamente come il primo partito (32- 34% circa), ma per la prima volta da un anno il suo motore perde giri, con una flessione tra il 2 e il 4% dei voti rispetto ai massimi. I grillini e il Pd si giocano il secondo posto, entrambi appena sopra il 20%. Per il M5S sembra impossibile confermare il risultato alle politiche 2018 quando si affermò come prima forza politica con circa il 32%, mentre il timido Pd sarebbe soddisfatto di un risultato un po’ superiore al 20% (alle europee di cinque anni fa nella stagione del renzismo trionfante conquistò il 40%). Tutti gli analisti politici, comunque, avvertono che almeno un terzo degli elettori non sanno ancora per chi votare e quindi il risultato finale potrebbe essere sensibilmente diverso dai numeri dei sondaggi.

L’Italia, tuttavia, appare già oggi come un caso emblematico e forse unico in Europa. Le previsioni sulla composizione del prossimo parlamento europeo indicano un’affermazione delle forze sovraniste, ma sarebbe una crescita non preponderante, non sufficiente a conquistare la maggioranza e a determinare la formazione della prossima commissione Ue. Le forze europeiste tradizionali, i socialisti e i popolari, pur a fatica potrebbero riuscire a mantenere una posizione decisiva e a dare continuità al processo d’integrazione che, invece, verrebbe non solo fermato ma anche progressivamente smantellato in caso di netta vittoria delle forze politiche della destra sovranista. L’Italia potrebbe avere un partito di maggioranza relativa come la Lega, dunque sovranista e anti-europeo, ed essere minoranza in Europa dove potrebbe essere confermato l’asse tra i partiti storici europeisti. Se si configurasse questa situazione l’Italia sarebbe isolata in Europa, resterebbe spesso in minoranza, non potrebbe contare su alleati decisivi per aver una voce in capitolo nel governo Ue. E inoltre se il governo italiano mandasse in Europa un commissario sovranista che peso avrebbe in una commissione composta in larga maggioranza da esponenti europeisti?

Questi sono interrogativi che potranno essere sciolti solo dopo il voto del 26 maggio. Ma non c’è dubbio che la consultazione elettorale potrebbe assumere un peso storico: cade in coincidenza con i nuovi, forse decisivi, passi per la Brexit; per la prima volta nel dopoguerra le forze contrarie al processo unitario sono determinate, forti e godono di ampi consensi; l’Europa come soggetto politico internazionale rischia una retrocessione drammatica davanti al neo-unilateralismo degli Stati Uniti, al corteggiamento della Cina verso alcuni singoli Paesi del Vecchio Continente, alle pressioni della Russia. Sono tutte questioni fondamentali per il nostro Paese dove il dibattito politico, però, è in gran parte dominato da insulti e aggressioni verbali tra i capi politici, da fatti di cronaca strumentalizzati da qualche regista dei social media o da pure invenzioni. Lo dimostrano il proclama di Salvini di voler chiudere i negozi che vendono derivati dalla cannabis (una sparata propagandistica, c’è una legge che disciplina la materia), il balletto dei veti e non sulla partecipazione di un editore fascista al Salone del Libro di Torino, l’annuncio del presidente della Rai Foa sulla necessità di assumere più giornalisti cattolici o il taglio di tre trasmissioni a Fabio Fazio, conduttore bon ton dai compensi sorprendenti. Intanto il debito cresce di 6 miliardi di euro al mese, l’economia rallenta, i mutui sono più cari e lo spread risale. Salvini si occupa d’altro: “Non mi interessa cosa fa lo spread”.