È pronto il Sistema Italia
a rispondere alla sfida
del fondo europeo?

Sere fa Carlo Calenda, a Ottoemezzo, ha mostrato due volumi rilegati.  Il primo ben grosso, di circa 300 pagine, contenente il Piano di Rilancio del Governo francese. Il secondo più smilzo (molto) le linee guida del Governo italiano per la redazione del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR) destinato all’utilizzo dei fondi del Recovery Fund.

La sua osservazione era polemicamente scontata. In Francia sono molto più avanti. E qui potremmo anche fermarci perché non della tradizionale gelosia (reciproca) verso i cugini transalpini mi interessa parlare.

Il fatto è che si discute della più grande sfida di ristrutturazione e rilancio delle economie dei paesi europei dal dopoguerra a oggi. Sicuramente è così per l’Italia.

Abbiamo tutti salutato con favore le decisioni europee che, a fronte di ritardi e scarsa volontà politica del passato, hanno assunto una dimensione storica. Oltre750 miliardi di euro confluiti nel Next Generation EU, di cui appunto oltre 675 nel Recovery Fund.

L’interrogativo che pongo a me stesso, e che qui rilancio per i lettori di strisciarossa, è il seguente: sarà capace il sistema Italia, quindi non solo il governo centrale, ma anche le sue articolazioni territoriali (regioni, enti locali), imprese (grandi e piccole), centri di ricerca, Università, di raccogliere questa sfida?

Un equivoco sui tempi

Si è creato un equivoco sulla questione dei tempi. E’ vero, il Recovery Fund deve essere presentato alla Commissione europea entro il 15 ottobre, ma poi si aprirà una finestra di 8 settimane per un confronto sulle proposte, e solo a partire da gennaio 2021 si potrà, diciamolo così, cominciare a spendere.

Fa bene quindi  il Ministro Enzo Amendola, che peraltro è impegnato nel difficile compito di coordinamento, a ricordarlo.

Il confronto con la Francia (e non solo, si potrebbe dire con la Germania, ma anche con la Spagna) riguarda la capacità del nostro paese di utilizzare i fondi europei. Questione annosa che chiama in causa governi di tutti i colori, al centro e nelle regioni.

Il ministro Enzo Amendola

Il punto essenziale mi pare questo. I fondi europei, sia quelli provenienti dal bilancio ordinario pluriennale (in questo caso il prossimo, 2021-2027) che quelli straordinari del Next Generation Eu non sono un assegno in bianco. In quest’occasione si potrà disporre, probabilmente, di margini di manovra più ampi proprio nell’ottica di un piano che, oltre che di rilancio delle economie, deve essere di ricostruzione. Resta il fatto che sia il PNRR che poi, successivamente, i singoli progetti devono ottenere il consenso di Bruxelles. E  questo per la semplice ragione che si tratta di fondi “europei”, che in larga misura genereranno, per la prima volta “debito europeo”. Normale quindi aspettarsi che investimenti, opere ed iniziative del piano nazionale corrispondano ai criteri adottati a monte (non dalla Commissione europea, ma dal Consiglio europeo in cui sono presenti i Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati membri).

Maggior coordinamento

Il lavoro di queste settimane sembra procedere con uno sforzo di maggior coordinamento tra i vari ministeri e gli altri organi di spesa. Bene. E però, e qui valgono le riserve espresse da molti commentatori e da me condivise, siamo ancora ad un compendio di idee, progetti tirati fuori dai cassetti (si è parlato di oltre 600 proposte da inserire nel PNRR).

Restano  dunque fondati motivi di preoccupazione. Le risorse del Recovery Fund, a differenza di quelle del bilancio ordinario, devono essere spese entro il 2024. E l’erogazione degli stessi fondi è prevista per tranche legate all’effettivo stato di avanzamento nella realizzazione dei progetti in questione.

Qualcuno ha fatto notare che l’Italia ha una schiera di bravi funzionari nei ministeri e nelle regioni, esperti di questioni comunitarie. Ne ho testimonianza personale. Ho conosciuto alcuni di loro, di regioni diverse come la Lombardia e l’Emilia-Romagna, per esempio, e in entrambi i casi ho potuto constatarne l’efficienza. Programmi presentati in tempo e risorse spese integralmente. Sì, ma il grosso dei fondi strutturali europei non è quello che va a queste regioni. Qui si parla del 70/80 per cento di fondi destinati alle aree del sud o quelle in ritardo di sviluppo. Sull’uso di questi fondi i ritardi italiani sono bene noti. E si badi, non si parla della capacità di spesa effettiva, ma addirittura degli impegni di spesa. E’ tanto vero questo che, allo scoppio del COVID 19, la Commissione europea ha (giustamente) liberato, per l’Italia, risorse per circa 11 miliardi di euro non impegnati della vecchia programmazione in scadenza nel 2020,  dando facoltà di destinarli in altri settori e in altri territori.

Il limite più grave delle esperienze passate, tuttavia, riguarda in realtà i contenuti, la coerenza programmatica. Le risorse europee sono per definizione aggiuntive o (come nel caso del Recovery Fund) straordinarie, ma vincolate al raggiungimento di obiettivi ben chiari: riconversione ecologica, digitalizzazione, infrastrutture, ricerca, diseguaglianze sociali).

Dov’è dunque la differenza, allo stato attuale, con la proposta  del Piano francese?

Attenzione ai giovani

Di sicuro i tempi di preparazione. In Italia abbiamo assistito allo show degli Stati Generali, in Francia, in silenzio sono stati consultati tutti gli stakeholders (istituzioni, imprese). L’attuale versione del Piano ha solo tre pilastri (Ecologia, Competitività, Coesione) con all’interno delle azioni mirate. Delle 296 pagine, vale  la pena di leggere le ultime 4, dove con tabelle chiarissime sono indicate i progetti o le azioni e i relativi importi di finanziamento. Quel piano di rilancio economico è di 100 miliardi ma, per portarsi avanti e dare coerenza, vi sono stati inclusi già i circa 40 miliardi che la Francia otterrà come sovvenzioni dal Recovery Fund (l’Italia ne avrà 80).

E di quel piano varrebbe la pena leggere e studiare le ben 54 pagine (!) dedicate ai giovani. Di sicuro in un paese come il nostro, che ha proprio nelle politiche giovanili, di formazione, istruzione, avviamento al lavoro, una delle sue maggiori fragilità (che coincide largamente con la questione del Sud).

Vorrei abbozzare una breve conclusione. L’attuale governo Conte, i ministri Gualtieri e Amendola, il Commissario Gentiloni (e con loro il Presidente del Parlamento europeo Sassoli) hanno fatto un eccellente lavoro negoziale nei mesi scorsi. Sono stati bravi. Sia lecito però tenersi qualche riserva sulla capacità di risposta del sistema paese. L’esperienza purtroppo ci induce a un meditato pessimismo. Lieto, ovviamente, di essere smentito nei prossimi, decisivi, mesi che abbiamo davanti.