E ora la politica
di Trump rischia
di aggravare la crisi

Nessun presidente degli Stati Uniti è mai stato rieletto con una recessione in corso. Donald Trump guarda a novembre e lo sa. Ma i suoi primi annunci dopo il crollo di Wall Street del 9 marzo scorso – il più grave dalla crisi finanziaria del 2008, con oltre 4 mila miliardi di dollari di capitalizzazione azionaria bruciati nelle ultime settimane – non lasciano ben sperare. Le caratteristiche dell’attuale crisi, legata al crollo dell’offerta di merci e servizi globali innescato dall’epidemia globale di Coronavirus, sono ben diverse dalle ‘bolle’ finanziarie esplose dodici anni fa con i mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers. Le misure proposte da Trump, viceversa, rischiano di essere inefficaci e di trovare un cammino politico difficile al Congresso.

Combinazione di proposte

La qualità dei leader di una nazione e dei suoi tecnocrati è importante, come ci ha insegnato la crisi di dodici anni fa. Ma l’inedita miscela di ignoranza, arroganza e indifferenza che regna alla Casa Bianca rischia di dare un colpo durissimo alla prima economia del Pianeta e al resto del mondo.

Trump sta spingendo per una vaga combinazione di proposte che dovrebbero includere la totale eliminazione, fino a fine anno, delle imposte sui salari dei lavoratori dipendenti (‘payroll tax’) prelevate sui datori di lavoro. Una misura che non toccherebbe i numerosissimi lavoratori flessibili – i primi a pagare una crisi – e che costerebbe 900 miliardi di dollari con un teorico stimolo maggiore del pacchetto anticrisi varato a suo tempo da Barack Obama.

Il taglio potrebbe dunque rivelarsi poco efficace a differenza di un’altra opzione, meno populista e caldeggiata dai parlamentari del partito democratico all’opposizione. La proposta dei dem consisterebbe nell’introduzione della retribuzione dei giorni di malattia. Oggi come oggi circa un quarto dei lavoratori Usa del settore privato, 32 milioni, non può prendere giorni di malattia retribuiti. Dotarli di una protezione che in Europa è ovvia, pagando lavoratori malati per stare a casa, avrebbe vantaggi immediati sia per la salute pubblica che per l’economia.

Altre misure in discussione riguardano sostegni finanziari per le aziende colpite dal virus – ma negli Usa ora non c’è alcun segno di restrizione del credito – e un salvataggio molto ‘elettorale’ per i produttori petroliferi domestici pesantemente colpiti dal crollo dei prezzi innescato dall’Arabia Saudita. Misure efficaci? Solo parzialmente. Realizzabili? Molto difficilmente, visto che le dosi e il nome delle ‘medicine’ economiche per gli Stati Uniti saranno in larga parte determinate dal Congresso, e dai democratici che controllano la Camera dei rappresentanti. A maggior ragione in un anno elettorale.

Pressioni sulla Federal Reserve

Il secondo fronte d’intervento economico dell’amministrazione Trump riguarda la Federal Reserve. La banca centrale statunitense è sottoposta a un’inedita pressione politica per tagliare i tassi d’interesse. Ma il quadro internazionale dei tassi d’interesse è asimmetrico mentre, tipicamente, l’allentamento della politica monetaria tra grandi macroaree funziona meglio quando è coordinato. In larga parte del mondo sviluppato, in particolare nell’Eurozona e in Giappone, i tassi d’interesse sono già sottozero e anche l’utilizzo di strumenti non convenzionali come l’acquisto di titoli per ‘pompare’ liquidità nel sistema finanziario è giunto al limite. Negli Usa i tassi d’interesse hanno esordito in questa crisi in un intervallo compreso tra l’1,5% e l’1,75% ma c’è già stato un taglio di mezzo punto percentuale. I margini di manovra sono dunque ridotti. Un ulteriore fattore di rischio è che tale asimmetria del costo del denaro, con nuovi tagli della Fed, spinga il dollaro al ribasso, innescando ‘guerre valutarie’ a causa di movimenti bruschi dei tassi di cambio e delle minacce di ritorsione commerciale da parte dei Paesi perdenti.

Con la politica monetaria poco utilizzabile come strumento anti-crisi, la risposta migliore resta la politica di bilancio. A partire da forti incrementi di spesa per la sanità pubblica e per le spese connesse a livello statale e locale, incluse le strutture per fronteggiare la crescente crisi sanitaria, i test diagnostici e la sicurezza dei lavoratori. Anche negli Usa, insomma, limitare la diffusione del virus è il miglior modo per minimizzare l’impatto sull’economia ed evitare la recessione.

Ma una volta passata la crisi del Coronavirus sarebbe ora che Trump mantenesse una sua vecchia promessa elettorale finora rimasta inevasa: un forte aumento della spesa federale per migliorare le infrastrutture obsolete e decrepite del Paese. Acquedotti, rete elettrica, trasporti pubblici hanno urgente bisogno di interventi. Un forte incremento della spesa pubblica per infrastrutture non darebbe probabilmente uno scatto immediato che all’economia Usa, ma porrebbe le premesse per uno sviluppo più stabile ed equilibrato. Difficile che questo schema entri nei calcoli elettorali di breve termine del presidente degli Stati Uniti.