Stalking, retromarcia
sul “tariffario”

Il legislatore è reo confesso: la depenalizzazione dello stalking non si doveva fare. È bastato pagare una multa di 1.500 euro a un uomo di Torino accusato di aver perseguitato per mesi una ragazza, seguendola ovunque andasse, perché il suo reato non fosse più un reato. Un pasticciaccio? Una vergogna. È un “caso lieve” rovinare la vita a una donna, impaurita dai continui appostamenti, dai pedinamenti, dalla persecuzione? Il giudice (anzi, in questo caso la giudice) ha deciso che sì. E dicevano che non sarebbe successo…

 

Ora è un coro in Transatlantico: “Tradito lo spirito della legge”. Però il ministro Orlando aveva capito in quale vicolo cieco ci si stava infilando se alla fine di giugno aveva assicurato: “Il governo sta intervenendo”, una modifica “per evitare qualunque possibilità di equivoco interpretativo”.  La modifica non è arrivata, la legge – la riforma del codice penale – è entrata in vigore il 3 agosto, e “l’equivoco interpretativo” adesso è bello che sfornato.

Per sgombrare il campo da altri fraintendimenti: lo stalker non è un corteggiatore insistente, uno scomodo ammiratore, un focoso vicino, uno scocciatore.Secondo i dati raccolti dai centri antiviolenza il 15% dei femminicidi in Italia sono iniziati con lo stalking.

Lo stalker non è una persona con problemi psichici: nella maggioranza dei casi è invece un “insospettabile”.  E uno su tre è recidivo.

È vero, è una parola abbastanza nuova, non è neppure in italiano: quando in Italia nel 1978 è arrivato il film “Attrazione fatale”, quello con Glenn Close e Michael Douglas, non sapevamo neppure come definirlo ma siamo rimasti attanagliati alle poltrone. Èstata addirittura l’Accademia della Crusca a sdoganare l’espressione perché “di fronte all’alta resa funzionale del termine inglese, gli equivalenti italiani usati in giurisprudenza e in psichiatria non mostrano la stessa immediatezza e non rispondono alle esigenze dello stile giornalistico”.

È stata invece la ministra alle Pari Opportunità Mara Carfagna, nel 2009, a “imporre” lo stalking come reato, nel “decreto Maroni” (l’Italia ha poi ratificato la “Convenzione di Istanbul”, ovvero la “Convenzione in materia di prevenzione e contrasto della violenza sulle donne”solo nel 2013, lo stesso anno della legge sul femminicidio).

A metà giugno di quest’anno, indietro tutta:la Camera “liberando” definitivamente– e in gran fretta, con voto di fiducia – la Riforma penale, ha inserito tra i reati estinguibili con una multa, in caso di lieve entità, anche lo stalking. La cosa è passata tutt’altro che inosservata alle donne: quelle di Rebel Network hanno dato il via a una campagna sui social; la presidente di Telefono Rosa ha commentato: “Ancora una volta si prendono decisioni sulla vita delle donne, che non hanno voce neanche quando sono vittime”; le responsabili femminili di Cgil-Cisl e Uil hanno protestato tanto da ricevere la secca smentita del sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore: “La depenalizzazione è una notizia falsa”.

E adesso ci siamo arrivati: un uomo “invaghito” di una ragazza (così l’avvocato della difesa), lei che lo denuncia per atti persecutori, lui che offre dei soldi per chiudere la faccenda. Il fatto è che la ragazza quel denaro non lo vuole, resta nella cancelleria del tribunale. Ma la giudice comunque decide che basta così, il reato è estinto.

Adesso sappiamo anche quanto costa perseguitare una donna:millecinquecento euro. Più o meno il costo della multa per chi non mette il microchip al proprio cane, o per chi va a caccia con il silenziatore sul fucile…