E’ giunta l’ora
di correggere
un regionalismo malato

Una cosa è certa: l’Italia è arrivata a fronteggiare la pandemia da Covid 19 con una classe dirigente in senso lato assai malmessa da tempo e con un’armatura istituzionale, burocratica e civile piena di buchi. Se nei mesi di marzo e aprile e parte di maggio tutto ciò è stato oscurato dal lockdown generalizzato voluto dal governo e condiviso dalla maggioranza degli italiani, l’odierna seconda ondata ha fatto riemergere in modo dirompente una diffusa cialtroneria politico-mediatica che ha infettato anche alcuni cosiddetti esperti sanitari per fortuna fuori dal Comitato Tecnico scientifico e dall’Istituto superiore di sanità cui si rifà Conte.

L’anomalia di una classe politica non all’altezza

Uno dei punti più evidenti di questa débâcle è senza dubbio il personale politico che alligna nelle Regioni. Non tutto, per carità, ma, come si dice, con le dovute eccezioni, che, per l’appunto, appaiono sempre più felici anomalie alla regola. I presidenti di questi enti, a maggioranza di centrodestra, hanno mostrato nel complesso una tale incapacità di governo nella preparazione dell’apparato sanitario alla seconda ondata – il governo della sanità è di competenza regionale e rappresenta l’80% dei bilanci regionali – che ha lasciato stupito solo chi, per superficialità o malafede, non si era accorto o aveva taciuto sulla bassissima qualità di questi politici. Eppure i fatti, anche giudiziari, che hanno lastricato il calvario regionale negli ultimi lustri, in particolare proprio nel campo della sanità, erano, da tempo, più che noti. E non si è trattato solo dei presidenti di centrodestra ma anche di alcuni di quelli cosiddetti di centrosinistra. Solo a nominare i peggiori c’è da rabbrividire: Fontana, Cirio, Toti, Tesei, il provvisorio Spirlì, De Luca, Musumeci, Solinas. L’elenco delle loro prodezze è lungo e sta lì a dimostrare a quale livello d’insipienza politica è sceso il governo delle Regioni.

Oggi è opinione generalizzata che bisogna mettere ordine nel rapporto fra Istituzioni centrali (governo) e Regioni per mettere fine a un processo politico-istituzionale che, con l’improvvida riforma dell’anno 2000-2001 – preparata dal governo D’Alema nel 1999 e fatta dal centrosinistra di Rutelli in tutta fretta in vista delle imminenti elezioni politiche, pensando così di tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega allora di Bossi – ha ridotto l’Italia a una pezza a colori con un aumento inusitato della spesa e del debito pubblico. E non mi riferisco, con tutta evidenza, al quotidiano colore cangiante delle zone (rosse, arancioni, gialle) indotto dalla pandemia.

In verità questa consapevolezza di tornare a una distinzione netta e meno confusa fra poteri regionali e Stato, si era fatta strada già prima del Covid 19, ma le revisioni costituzionali in ballo erano state inserite in contesti di riforma, da Berlusconi prima (2005) e Renzi poi (2016), da risultare indigesti e peggiori dei mali che dicevano di eliminare. Solo Renzi, contro ogni evidenza e decenza, continua ogni tanto a raccontare bugie sul tema, evitando con cura di rammentare che nella sua riforma, per esempio, il potere delle Regioni sulla sanità, cioè il punto massimamente dolente venuto alla luce con la pandemia, era confermato tal quale.

Il tema delle autonomie regionali ha un’origine antica. Nel Risorgimento, com’è noto, fu il Cattaneo a sostenere un’unità nazionale su base federalista e il cattolico Gioberti nel suo “Primato morale e civile degli italiani” prospettò addirittura una Confederazione di stati italiani presieduta dal Papa. La conquista regia dell’unità nazionale, sotto la dinastia sabaudo-piemontese, mise fine a queste ipotesi e l’Italia fu organizzata sotto un arcigno centralismo prefettizio. Anche le preoccupazioni di Cavour, che sul letto di morte aveva raccomandato, oltre al principio laico del “Libera Chiesa in libero Stato”, di non governare il Meridione con lo stato d’assedio, furono accantonate a tal punto che Gramsci scrisse sessant’anni dopo su “L’Ordine Nuovo”: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.”

Il regionalismo nella nostra Costituzione

Dell’ordinamento regionale della Repubblica appena nata si tornò a parlare nell’Assemblea costituente. A volerlo fermamente furono i democristiani sensibili ai temi dell’autogoverno, più dubbiosi furono i comunisti più sensibili all’unità nazionale. Il piemontese Togliatti disse che nella storia d’Italia erano state le città ad aver avuto un ruolo significativo non le regioni. Sta di fatto che la Costituzione ordinò la Repubblica in Regioni, Province e Comuni. Col sopravvenire della “Guerra fredda” e il conseguente blocco attuativo della Costituzione, l’ordinamento regionale non ebbe seguito. La Dc e i suoi alleati laici temevano che i comunisti, insieme ai socialisti, avrebbero governato almeno tre regioni rosse: Emilia, Umbria e Toscana.

Infatti, bisognò aspettare il 1970 perché le Regioni fossero istituite dopo lo spostamento a sinistra del Paese. A reclamarne l’attuazione erano stati per ventidue anni proprio i dubbiosi comunisti e i socialisti. Per vent’anni le Regioni furono, bene o male, insieme alle Province e ai Comuni, un’articolazione dello Stato centralistico che cedeva terreno alla cosiddetta Repubblica delle autonomie. Poi, venuta meno la Prima Repubblica con i suoi partiti e la sua classe politica, la situazione piano piano cambiò con l’introduzione del sistema dell’elezione diretta e maggioritaria dei Presidenti, autodefinitisi “governatori” per significare di essere divenuti non un’articolazione dello Stato ma una sorta di elemento confederale. Di qui la “pezza a colori” in cui è stata ridotta l’Italia.

E’ difficile dire, nel bel mezzo della pandemia in cui siamo, se, come e quando, si potrà aggiustare questa situazione. Una costatazione, però, deve essere chiara: senza l’avvento di una classe politica regionale degna del ruolo anche la più adeguata riforma del rapporto fra Regioni e Stato centrale che riconduca le prime nel solco di una decente unità nazionale, sarà una pia illusione. E questo riguarda soprattutto, anche se non solo, la sinistra. Che cosa essa sia diventata, infatti, in tante Regioni è cosa oscura.  Non si è lontani dal vero a immaginarla un agglomerato di cacicchi e capibastone alla testa di robuste reti clientelari, sostanzialmente chiusa a ogni empito di rinnovamento proveniente dalla società civile e condizionante anche la dirigenza nazionale.

 

Una sfida per la sinistra progressista

Il fatto che la cosiddetta sinistra istituzionale (Pd e altri) abbia governato tante regioni, alcune storiche, (vedi, per esempio, Piemonte, Basilicata, Calabria, Sardegna, Umbria, Marche, Liguria) passate alla destra nel volgere di pochi anni – a parte quelle storicamente di destra come la Lombardia e il Veneto – la dice lunga sul processo di decadimento politico-sociale e anche morale avvenuto in quella medesima sinistra. Anche il restringimento del consenso nelle regioni tradizionalmente “rosse” come l’Emilia e la Toscana, per tacere dell’Umbria, ci dice di uno sgretolarsi del blocco sociale progressista. Ricostruire una formazione progressista e di sinistra unita, popolare per radicamento sociale e specchiata dal punto di vista etico, è il compito che urge anche a livello regionale. Non si raddrizza il rapporto malato fra Regioni e Stato senza una nuova classe dirigente. E ciò non riguarda solo la sinistra ma anche – soprattutto direi – la destra da Berlusconi a Salvini a Meloni e corti al seguito.

Solo che se non inizia la sinistra progressista a dare l’esempio, gli altri continueranno impunemente ad avere i loro clown detti “governatori” e amministratori.