E ora c’è pure
l’anticomunismo fancazzista

L’Italia è il paese con il maggior numero di vittime del comunismo. Non di quello che ha governato buona parte del mondo fino all’89. Ma del comunismo che è venuto dopo, quello che, con acuta intelligenza, scoprì Silvio Berlusconi, il primo vero martire dei bolscevichi nostrani ormai ridotti ad una clandestinità piena di cattiverie e di cattivi pensieri. Cioè quelli come noi.

Il pericolo comunista è una bandiera che, ormai, viene usata a destra come a sinistra. Il mite Bondi, prima di pentirsi del proprio berlusconismo, spiegò nelle aule del parlamento di quali nefandezze fossero capaci i comunisti. Fior fiore di intellettuali, e quasi tutti i columnist italiani, anche quelli che erano stati comunisti, levarono il velo alla “dittatura rossa” sulle case editrici, sulle Università, sui giornali.

L’elenco del martiri è lunghissimo, non c’è paese dell’est che ne vanti uno simile. Fra le tante vittime del comunismo c’è stato anche Matteo Renzi che contro i comunisti annidati nel partito che lo aveva eletto segretario (con voti comunisti) ha condotto una battaglia, al limite della pulizia etnica chiamata “rottamazione”.

Il povero Alberto Ronchey, che del fattore K aveva fatto una chiave di lettura del blocco del sistema politico italiano, poco si sarebbe riconosciuto in questa affollarsi di vittime del Cremlino clandestino e nazional-popolare. Salvini, comunista per pochi mesi e poi fondatore dei comunisti padani, è un altro personaggio che ha dovuto faticare prima di liberarsi dalla dittatura. Ho scritto “faticare” usando un termine esagerato essendoci un conflitto fra questi nuovi governanti e il lavoro, tradizionalmente inteso.

La fotoshoppata Giorgia Meloni ha scoperto, con mezzi propri, cioè con la sua intelligenza investigativa, che il razzismo, cioè quella cosa che i fascisti applicarono agli ebrei mandandoli a morire, con i rom e i sinti, nei campi di concentramento in Germania, dopo aver espulso dalle università i professori “giudei”, che il razzismo, dicevo, è figlio della sinistra. Loro invece sono candidi come gigli.

L’anticomunismo è stato nel mondo, e anche in Italia, una cosa seria. Ha avuto grandi intellettuali nelle sue file in un elenco che va da Benedetto Croce a Nicola Chiaromonte a scrittori come Giuseppe Berto, a giornalisti di temperamento, e dalla vita ambigua, come Montanelli. Insomma gente seria, e vorrei non dimenticare l’anticomunismo democratico cattolico.

Questo anticomunismo era figlio dei primi del Novecento, della paura della rivoluzione del ‘17 e dello slogan “fare come in Russia”. Non credeva nella statalizzazione dell’economia e tanto meno alla dittatura del proletariato, era per il pluralismo democratico e religioso, aveva a cuore la libertà. Insomma ragioni e sentimenti che a poco a poco si sono fatti strada anche nel mondo comunista italiano che via via ne ha acquisito i principi. Questo anticomunismo era un bell’avversario. Nel combattimento si cresceva e si cambiava assieme.

Poi il comunismo è crollato, com’era giusto che accadesse e a piangerlo non sono stati gli orfani e le vedove, ma quelli che sognavano di esserne vittime. Ecco quindi il fenomeno della vittima postuma, generalmente  personale politico e intellettuale rabbioso dei propri insuccessi (tranne Berlusconi), frustrato da quelli altrui, evocatore di tutte le idee che la tradizione liberal-democratica aveva combattuto. Intendiamoci ci sono tuttora fior di conservatori anticomunisti  della cui amicizia mi vanto e la cui penna si esercita sulla rivista che co-dirigo. Ma la maggioranza sono facinorosi alla Di Maio, alla Di Battista, alla Salvini, alla Meloni. E’ l’anticomunismo fancazzista. Se non fossero pericolosi, verrebbe da ridere.