È mai finita
la Grande Guerra
in Europa?

È tutto nel punto di domanda finale del titolo il senso di una mostra a Bruxelles, nel cuore politico d’Europa, che è un imponente sforzo storiografico: s’intitola “Bruxelles, Novembre 1918. Dalla guerra alla pace?” l’esposizione allestita al BELvue MUseum, accanto al palazzo reale. Rivoluzioni, la terribile influenza spagnola, ondate di violenze che non avrebbero mai lasciato in pace diverse aree d’Europa, e Bruxelles al centro di vicende che recano tutte le premesse di un conflitto che, per gli storici, dura ancora oggi in varie forme. Anche l’associazione Auschwitz nella memoria (Auschwitz in Gedachtenis) contribuisce a questo profondo sguardo storico, reso possibile dal Centro per la ricerca storica e la documentazione sulla guerra e la società contemporanea (CEGESOMA Belgium) assieme agli archivi di Stato. Vengono sviluppati i temi della persistente violenza in Europa dopo il 1918, l’esplosione delle migrazioni europee, l’espansione delle dittature, l’immigrazione degli ebrei in Belgio nel 1920 e, soprattutto il trattato di Versailles. Un trattato che nelle intenzioni dei vincitori doveva punire la Germania e che resterà per vent’anni come una bomba inesplosa, fino all’ascesa di Hitler. Il bello della mostra è che il materiale didattico, a disposizione di studenti di ogni livello, dalle elementari all’università, è vivace e mai “polveroso”.

Vi sono i documenti, le foto, i film, lo streaming delle conversazioni storiche, il racconto di attori che impersonano varie figure, dal soldato alla madre di famiglia che diventa infermiera. Finì mai veramente il conflitto? In quali forme continua ancora oggi? Bruxelles, nel cuore dell’Europa, spiega la storica e curatrice della mostra Chantal Kesteloot, più che la fine della guerra celebrò la vittoria: inizia un lungo regolamento di conti sottotraccia. Nei giorni finali della guerra a Bruxelles si ribellano contro il Kaiser i soldati tedeschi: sono loro, spiega Chantal Kesteloot, a liberare la città. C’è un tentativo dei soldati tedeschi rivoluzionari di coinvolgere nell’insurrezione anche i belgi, ma la popolazione aveva patito troppo, una fame e un freddo lunghi quattro anni. I fisici indeboliti sono esposti al virus che viene chiamato “influenza spagnola”.

Moriranno 25 milioni di persone in Europa tra il 1918 e il 1920, almeno altrettante nel resto del mondo. Dal 3 al 5% della popolazione mondiale perde la vita nella pandemia.  La mostra racconta quanto fosse terribile per i genitori che avevano avuto la gioia di vedere il figlio tornare dal fronte perderlo a causa della spagnola. Bruxelles era la più grande città occupata dai tedeschi dell’Europa occidentale. Il sindaco, Adolphe Max, era stato arrestato nel settembre 1914 per aver sospeso il pagamento dei contributi di guerra. Era rimasto in una prigione tedesca fino al 1918. I settecentomila cittadini di Bruxelles capiranno che la guerra è finita quanto Max, il 17 novembre, si mostra alla folla e prende la parola sulla Grand Place, di fronte al municipio. Torna il re Alberto I, arrivano centomila rifugiati dai campi di battaglia francesi e delle Fiandre. Non è facile reggere questa pressione, dopo cinquanta mesi di occupazione tedesca. La mostra spiega come il conflitto, con diciassette milioni di morti tra militari e civili, un numero assai più alto se si considerano le cause correlate, abbia gettato un’ipoteca sulla pace in Europa. Ipoteca che ancora oggi pesa in molte aree di instabilità.

Sono tornati da alcuni anni, mai sopiti nonostante il benessere e il processo di unificazione, i nazionalismi, le ideologie xefonofe e a favore della dittatura. Ad oggi la cartina d’Europa, aggiornata a ottobre 2018, mostra le posizioni notevoli raggiunte dai partiti nazionalisti di estrema destra nelle più recenti consultazioni: in Finlandia The Finns sono al 18%; in Svezia i Democratici Svedesi al 17,6%, in Germania Alternative für Deutschland al 12,6%, in Danimarca il Partito del Popolo Danese è al 21%, nei Paesi Bassi il Partito della Libertà è al 13%, in Austria la FPÖ è al 26%, in Svizzera il Partito del popolo svizzero è al 29%, in Slovacchia La nostra Slovacchia è all’8%, in Bulgaria i Patrioti Uniti al 9%, in Ungheria Jobbik è al 19%, in Italia la Lega ha avuto il 17.4% alle ultime elezioni, in Grecia Alba Dorata il 7%. È uno scenario che non sembra poi così evolutivo rispetto ai fantasmi del 1914. Quel punto di domanda dopo la parola pace alla mostra di Bruxelles ci sta tutto, purtroppo.