Recovery Fund,
è il momento
della responsabilità

Qui si fa l’Italia o si muore” : di fronte ad una valanga di miliardi (duecento otto miliardi virgola ottocento milioni, cioè 127,4 miliardi di prestiti e 81,4 di trasferimenti) viene voglia di ripetere la celeberrima frase pronunciata da Garibaldi sulle alture di Calatafimi, quando la battaglia volgeva al peggio (in realtà un incitamento attribuito all’eroe dei due mondi dalla fantasia dello scrittore Giuseppe Cesare Abba).

L’alternativa è secca e il risultato positivo assai arduo da raggiungere anche perché ne chiederebbe un altro, pure straordinario: “fare gli italiani”, come aveva predicato in epoca risorgimentale un altro scrittore e pure capo del governo sabaudo, Massimo D’Azeglio. Slogan e storielle sì, ma fino a un certo punto perché mi pare diano il senso, anche se in tono epico-letterario, della sfida che ci attende, della sfida che attende la politica, la via delle riforme, degli interventi strutturali, della giustizia sociale, del lavoro, della cultura (e quindi della scuola e poi dell’università), contro quella che premia i furbetti, i gattopardi, gli arraffoni, che ci consegnerebbe al disastro, senza possibilità di riparazione. Forse…

Sarebbe una sfida non solo italiana, perché tra un fare e l’altro si dovrebbe fare anche l’Europa, che per ora, pure dopo il calcione rifilato ai sovranisti d’ogni latitudine (un calcione da 750 miliardi di Recovery Fund), resta un assemblaggio di Stati che spesso litigano e talvolta, però, come in questo caso “storico”, raggiungono un accordo, epocale, il più importante dopo la creazione dell’euro, come ha scritto Paolo Gentiloni, commissario europeo: “la più importante decisione economica dalla ;introduzione dell’euro”.

Il richiamo del Presidente

 

Anche il presidente Mattarella lo ha sottolineato durante il colloquio con Conte: un esito che rafforza il ruolo dell’Unione e “contribuisce alla creazione di condizioni proficue perché ‘Italia possa predisporre rapidamente un concreto ed efficace programma di interventi”. Il presidente del Consiglio non ha potuto che confermare: “Avremo una grande responsabilità: con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre”. Buoni propositi. C’è lavoro per tutti e tutti dovrebbero, come si dice, rimboccarsi le maniche.

Il problema è che la responsabilità dovrebbero sentirsela addosso proprio tutti, come non è mai stato. Dovrebbe sentirsela addosso il governo, che nei prossimi mesi dovrebbe riuscire ad approntare un progetto condiviso, che non sia il solito saltabeccare a tappare un buco e un altro, che stabilisca le priorità: dalle autostrade all’Ilva, dall’Alitalia alle reti a banda larga, dalla pubblica amministrazione al sistema sanitario e a quello pensionistico, dalla montagna che frana alle discariche abusive, dal “restauro” del territorio all’economia verde, dai tribunali ai codici, dismettendo le pratiche assistenzialiste, rinunciando alle mance e ai sussidi che finiscono nelle tasche della camorra. Grandi opere, ma anche piccole opere, come aggiustare i marciapiedi e livellare le strade, concedendo molto alle autonomie, ma vigilando perché la mafia ovvero i metodi mafiosi in Italia parlano tutti i dialetti. Certo, rispondendo alle condizioni dell’Europa, condizioni che conosciamo da decenni. Ma all’Europa abbiamo offerto su un piatto d’oro troppe carte per biasimarci: quante volte qualcuno dei ventisette paesi dell’Unione ci ha rinfacciato i numeri dell’evasione fiscale, del sommerso, del nero? Anche gli altri nascondono scheletri negli armadi, ma pure in questo campo fa gioco la moderazione.

Conte potrebbe pure assumersi, nell’occasione capitale, la responsabilità di rifare il proprio governo: ha bisogno di competenti e di autorevoli collaboratori, non di improvvisate prime donne. Non lo farà, perché la responsabilità non è appunto una virtù diffusa e perché non so chi vorrebbe rinunciare a un posticino. Conte cercherà supplenze altrove: immagino che non mancheranno task force a disposizione. Conte e questo nostro malmesso paese avrebbero bisogno anche di una opposizione politica responsabile: per ora la Meloni brilla per moderazione e cautela, lasciando al socio la parte dello sgangherato e insulso sfasciacarrozze. Forse la Meloni si è accorta in tempo che non si poteva tifare per il fallimento della trattativa e che duecento e passa miliardi sono tanta manna per noi al contrario della fregatura vaticinata da Salvini (ormai in difficoltà nel suo stesso partito).

Infine responsabili tutti dovrebbero sentirsi gli italiani e qui viene il bello, perché gli italiani, incoraggiati dal coronavirus, continuano a mostrarsi campioni del lamento e della questua, dell’insofferenza alle regole e della protesta, del conflitto d’interessi e della corruzione. Il senso dello Stato, della collettività, della solidarietà a volte affiorano, altre volte sprofondano e diciamo che i tempi non sono belli, perché sono i tempi dell’individualismo indotto dal consumismo: tutto si realizza nell’acquisto di un oggetto, non in una “opera di bene”.

Ci aiuteranno quei duecento miliardi e soprattutto quelle condizioni? Perché dovremo presentare piani, dovremo spiegare alla Commissione come si useranno quei soldi per il rilancio, dovremo attendere il voto d’approvazione del Consiglio (a maggioranza qualificata, 55 per cento dei paesi pari al 65 per cento della popolazione Ue, nessun diritto di veto). Quello che Salvini definirà un capestro, mi pare sia uno stimolo ad operare nella concretezza e nella trasparenza per quelle riforme in piedi da decenni e via via rinviate. Ci sono i soldi per realizzarle. Ho letto in una nota giornalistica su questo Recovery Fund che “nessun pasto è gratis”: bella espressione di sintetico realismo. L’accordo è forse un primo superato gradino per costruire un’Europa meno matrigna e più solidale, più vicina nei valori e nelle finalità: mettiamoci pure un po’ di giustizia sociale, voce sempre trascurata e pure tanto determinante nella crescita, nel progresso, nell’unità stessa del vecchio continente, un po’ meno vecchio se ritrova la voglia, come pare stia dimostrando, di sistemare ai margini quegli egoismi nazionalisti, alimentati dalla crisi e da tanta incosciente, irresponsabile, speculazione elettoralistica.