E’ il “Tempo di Chet”. Jazz all’Auditorium, tra musica e teatro

Le luci si accendono sul palco, ad illuminarne lo spazio ampio. Lo spazio per i musicisti è posizionato in alto, su una sorta di piccola balconata che affaccia sulla scena, interamente occupata dalla scarna ma molto suggestiva ricostruzione di un locale americano degli anni 50: un bancone da bar con bottiglia e bicchieri, un tavolino di legno con due sedie, una poltrona dal lato opposto, due porte, una per lato. E tante insegne colorate al neon, che si riflettono sugli alti muri in mattone rosso.

Il jazz e la tromba di Chet

chet baker, paolo fresuÈ l’ambiente in cui, per circa due ore di spettacolo, si fa rivivere la parte più controversa, sofferta, emozionante ed artisticamente significativa della parabola di Chet Baker, indimenticato trombettista indissolubilmente legato alle stagioni migliori del jazz ed ugualmente legato all’Italia degli anni 50, nel bene e nel male. Ad accompagnare la storia, al centro della quale il bravo Alessandro Averone interpreta il personaggio di Chet, la musica di Paolo Fresu, Dino Rubino e Marco Bardoscia: a tratti sottofondo, a tratti contrappunto, spesso in piena evidenza nell’esecuzione di brani significativi del trombettista, per tromba, piano e contrabbasso.

La regia di Leo Muscato lavora sull’avvicendarsi ininterrotto di personaggi della vita di Baker, cominciando e finendo con i suoi genitori, padre amante del jazz dell’epoca ubriacone perso e madre arrendevole e comprensiva. Al centro della scena lui, Chet. A confrontarsi con i suoi fantasmi, i suoi mèntori, i suoi numerosi amori, la sua tromba, la sua dipendenza dalle droghe che lo avrebbero un giorno definitivamente perduto.

Da “Everything happening to me” a “My funny Valentine”

Sfilano sul palco anche Charlie Parker e Gerry Mulligan, a confermare da testimoni la grandezza di Chet (mai totalmente riconosciuta) e la bontà del suo stile provocatoriamente bianco e californiano in un mondo (quello del jazz), dominato da afro-americani della east coast. E nell’avvicendarsi dei personaggi, teso a coinvolgerci nella storia e nel suo passionale e drammatico sviluppo, rimane costante e crescente la parte musicale, con uno spazio meritatissimo per alcune esecuzioni magnifiche caratterizzate dalla splendida tromba di Paolo Fresu, da Everything happening to me a My funny Valentine, episodi importanti della carriera di Chet, legato all’Italia anche da episodi burrascosi come il periodo trascorso in carcere per questioni di droga.

 

Una vita da artista, nel nome della grande musica

chet-bakerCome in un magnifico libro di una ventina di anni fa scritto da Geoff Dyer (But Beatiful, in italiano Natura morta con custodia di sax) che romanzava in modo smaccatamente teatrale ed altrettanto efficace momenti topici della vita di grandi jazzisti, anche questo Tempo di Chet lavora sulla colorata, enfatica, emozionale rappresentazione di una vita da artista maledetto nell’epoca d’oro del jazz, sulle contraddizioni, sulle ispirazioni, sulle scelte maledette, sulle dipendenze, soprattutto sulla candela che si consuma implacabilmente nel nome della grande musica. E, pur nelle sue inevitabili imperfezioni, rende l’idea magnificamente: avvicinando il neofita, appassionando ulteriormente il fan di vecchia data, mettendo a tacere le recalcitranti osservazioni dei puristi a caccia dell’errore. Bravi tutti, dall’eccellente trio di musicisti al gruppo degli attori.