Le parole e la violenza:
la Carta dei giornalisti

Il direttore del Tg1 e quello della Gazzetta dello Sport; la direttrice di Sky e quella del Manifesto; il direttore dell’Ansa e la condirettrice dell’AdnKronos… Persino l’elenco dei direttori e delle direttrici è lunghissimo, tutti quelli della Rai, molti tra quelli che contano nei maggiori giornali nazionali e regionali, le agenzie di stampa, la stampa femminile e femminista, e poi tanti presidenti degli Ordini regionali dei giornalisti, a partire da Carlo Verna e Elisabetta Cosci, appena eletti ai vertici dell’organismo nazionale. E ancora centinaia e centinaia di giornaliste e giornalisti. Tutti che hanno firmato, diciamo così, una lettera di intenti, una promessa ai lettori: liberare le parole dei media dalla violenza.

Murale di Alice Pasquini per Baobab. Foto di Ella Baffoni

Si chiama “Manifesto di Venezia”, e viene presentato nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice nella Giornata internazionale contro la violenza alle donne: è un decalogo di scrittura, di attenzione alla cronaca, di rispetto e cura della dignità della persona. Quello che ogni buon giornalista dovrebbe far di suo, sempre: ma così è detto e dichiarato, perché al contrario la cattiva stampa – anche e soprattutto involontariamente – può far molto male. Può rendere vittima due volte chi è stata sopraffatta dalla violenza maschile.

Come? Quando i giornali cedono al facile uso dello stereotipo. Del “se l’è cercata”. Del “com’era vestita”. Del pettegolezzo (su di lei). Della ricerca dello scandalo (su di lei). Della ricerca di attenuanti (per lui): era un bravo ragazzo, era ubriaco, era disoccupato, l’amava tanto, è stato un raptus, lo ha fatto per passione, lo ha fatto per gelosia.

Quando c’è una donna che ha subito violenza, e un uomo – di solito qualcuno “con le chiavi di casa”, il marito, il fidanzato, l’ex – che ha esercitato violenza, i giornalisti del “Manifesto di Venezia” si impegnano a raccontare dalla parte di lei. Il particolare “piccante” non solo non è notizia, ma neppure informazione: è invece un modo per far dell’altro male a chi è già stata stuprata, picchiata, addirittura uccisa.

I giornalisti che hanno firmato questo documento sono convinti che “la violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi civile” e dichiarano: “Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità”.

Ecco i dieci punti del “manifesto” (che è stato il frutto del lavoro della Commissione pari opportunità della Fnsi insieme al sindacato Veneto dei giornalisti, alla Cpo Usigrai e all’associazione GiULiA giornaliste):

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

 

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza;

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;

8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

IL MANIFESTO DI VENEZIA