Dai camalli di Genova porti chiusi alle armi per la guerra in Yemen

Porti chiusi, porti aperti, porti chiusi, porti aperti. Porti decisamente chiusi questa volta. A conferma del detto che anche un orologio rotto, per un minuto al giorno, segna l’ora esatta, in questo caso – l’unico, probabilmente, da quando Salvini ci ha costretto a sfogliare la stucchevole margherita – la risposta giusta è porti chiusi. A gridarlo contro il mondo, è proprio il caso di sottolinearlo, i portuali genovesi. Giù il cappello e impariamo qualcosa da questa lezione di civiltà dei camalli, in questa vicenda uniti, come vorrebbe l’internazionalismo dei lavoratori, ai dockers francesi, inglesi e spagnoli.

Al centro della contesa la nave Bahri Yanbu, battente bandiera saudita. Come racconta una nota diffusa dalla Filt, la federazione dei trasporti della Cgil, il cargo trasporta armi destinate a insanguinare ulteriormente, come se ce ne fosse bisogno, la carneficina in atto nello Yemen. Il natante si aggira in acque continentali “nel tentativo di caricare armamenti destinati alle forze armate della monarchia assoluta saudita”. Dopo aver accolto, nel suo pancione, munizioni di produzione belga ad Anversa, l’imbarcazione ha zigzagato, con alterne fortune, tra gli scali di Regno Unito, Francia e Spagna, spesso respinta dalle proteste e, negli ultimi giorni, ha fatto rotta verso la Lanterna. “L’8 maggio – ne ricostruisce con puntualità gli spostamenti la nota sindacale di cui sopra – sarebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare 8 cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani. Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander, dove è giunta per uno scalo non previsto, presumibilmente per aggirare l’azione legale avviata dagli stessi attivisti francesi”.

L’intrigo internazionale ha incendiato rapidamente le polveri della protesta. E alla fine anche a Genova la nave carica di morte ha trovato pan per focaccia. Ieri mattina all’alba, un vero e proprio esercito guidato dai corpi scelti dei camalli, coperto, sulle ali, dalla cavalleria delle associazioni pacifiste, ha invaso, con la fanteria degli antifascisti genovesi, la banchina del terminal Gmt del porto. Così, quando alle 6 è attraccata la Bahri Yanbu, l’equipaggio ha trovato ad attenderlo le milizie pacifiste armate fino ai denti di striscioni e dissenso. Il terreno era già stato minato da avvertimenti inequivocabili. Il Calp, il collettivo autonomo lavoratori portuali, aveva raggiunto e bloccato l’ingresso degli ormeggiatori con lo striscione “Stop ai traffici di armi, guerra alla guerra”, anche se gli addetti agli ormeggi sono stati fatti passare via mare e la nave è riuscita a raggiungere la banchina.

“Vogliamo segnalare all’opinione pubblica nazionale e non solo che, come hanno già fatto altri portuali in Europa, non diventeremo complici di quello che sta succedendo in Yemen”, hanno scritto i segretari Filt Enrico Ascheri e Enrico Poggi, veri ufficiali di collegamento della piccola armata. Motivo dell’attracco, la necessità di caricare due grossi generatori elettrici forniti da una ditta specializzata nella progettazione, assemblaggio, integrazione e test di sistemi e soluzioni militari, la Defence Teknel. L’azienda si occupa prevalentemente di apparecchiature belliche e quei generatori potrebbero far parte dei sistemi di protezione di comando e controllo e di comunicazione tattica. Per sciogliere lo stallo c’è voluto un vertice chiesto e ottenuto dai sindacati in prefettura. Alla riunione erano presenti la Filt Cgil, la Camera del Lavoro, i terminalisti e il Port Authority. La riunione ha portato a una decisione: i due generatori rimangono in porto a Genova, in una zona controllata del deposito “merci varie” dove verranno ispezionati. Poi, forse, verranno portati alla Spezia via terra dove potrebbero venire imbarcati, sempre che la nave attracchi a una banchina “protetta” come quella dell’Arsenale militare. Già, perché se dovesse attraccare in una banchina “pubblica”, i camalli torneranno a incrociare le braccia e, potete giurarci, manterranno anche lì le proprie posizioni, come è successo sotto la lanterna. Porti chiusi, porti aperti, in questa lezione di civiltà abbiamo imparato a risolvere questo rebus con una regola che sembrava scontata e invece non lo è più. Porti chiusi alle armi, porti aperti alle persone.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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