È dalla fragilità che nasce la forza:
Louise Glück, Nobel per la letteratura

Primogenito // Le settimane passano. Io le ripongo, / sono tutte uguali, come barattoli di minestra scorticati… / i fagioli inacidiscono nel pentolino. Guardo la cipolla isolata / che galleggia come Ofelia, incrostata d’unto: / tu svogliato, giochi col cucchiaio. / E adesso ? Ti mancano le mie premure ? Il tuo cortile matura / in un padiglione di rose, come un anno fa quando suore di servizio / mi spingevano lungo la corsia… / Tu non potevi guardare. Vidi / l’amore convertito, tuo figlio, / sbavare sotto vetro, affamato… // Mangiamo bene. / Oggi il mio macellaio spunta il suo coltello esperto / sul vitello, la tua passione. Io pago con la mia vita.

E’ il 1968 e Louise Glück ha 25 anni essendo nata a New York nel 1943, è già una talentuosissima poetessa, vincitrice di una borsa di studio della Rockfeller Foundation per il ’67-’68 e di un premio della Academy of American Poetry. Le sue poesie sono già uscite per le maggiori riviste americane, da Poetry fino alla consacrazione per The New Yorker. E’ già stata inclusa nelle maggiori antologie dell’epoca, da The young american poets all’antologia di Richard Kostelanetz The young american writers, ed è questo il testo da cui prende il titolo la sua raccolta Firstborn, uscita quell’anno per New American Library.

Una predestinata insignita ieri e a sorpresa del Premio Nobel per la Letteratura 2020, sorpresa almeno da queste parti, perché solo pochi appassionati di poesia la conoscevano in Italia, uscita nella curatissima traduzione di Massimo Bagicalupo per l’editore Giano, uno dei piccoli editori che hanno retto la poesia nel nostro paese, riproposta nell’altrettanto coraggiosa edizione della libreria napoletana Dante & Descartes / Editorial Parténope nel 2019, introvabile nella antologia uscita nel 1973 per Einaudi e curata da Gianni Menarini, Giovani poeti americani. Intanto in patria Louise Glück macinava consensi, premio Pulitzer nel 1993, poeta laureato negli Stati Uniti per l’anno 2003, National Book Award nel 2014 e prestigiosa insegnante di poesia presso la Yale University, il tutto senza avere mai ottenuto la laurea dopo avere abbandonato gli studi presso la Columbia University (per problemi legati all’anoressia) condotti sotto la supervisione di Leonie Adams.

Nella motivazione dell’accademia svedese si legge che “la sua inconfondibile voce poetica con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale” ma difficile non pensare alla sua poesia come a un immenso quadro di Hopper che altrettanto bene ha descritto la solitudine americana, difficile non pensare alla privazione dei rapporti umani in una fase come questa dove sembra riacutizzarsi in maniera pervasiva il lockdown, difficile non pensare che quella società fondata sull’esasperato consumo, sulla impossibilità alla totale felicità, quella sommatoria di odio e amore che in maniera così disperata altrettanto in quegli anni veniva raccontata con esiti fatali dalla coppia Sylvia Plath – Ted Hughes non trovi qui una via diversa di composta e appartata rassegnazione, di frustrazione insopprimibile come per l’appunto in un collettivo lockdown.

Negli stessi anni, precisamente nel 1965, Giovanni Giudici usciva con La vita in versi [ Metti in versi la vita, trascrivi / fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi. (…) ] e sembra davvero che Louise Glück si muova in quella direzione raccontandoci tutto il disamore che stiamo provando, tutta l’autodistruzione che non modifica i luoghi ma ne uccide i protagonisti. Una uccisione mai tragica, quasi garbata come nell’attenzione bucolica ai fiori. Eppure sta in questa forza una possibile via di riscatto: da questa fragilità, questa debolezza sembra manifestarsi anche l’antidoto, una immane potenza che attraverso la poesia riesce a contrastare ogni difficoltà. Una forza che è dignità e rispetto e che forse solo da una poetessa poteva prendere forma: l’Accademia di Svezia questa volta sembra davvero convincere tutti, anche chi forse si aspettava narratori ben più seguiti in questi anni. In fondo nemmeno di Wislawa Szymborska il grande pubblico sapeva molto prima di essere consacrata a icona della scrittura contemporanea per la stessa tenacia, la stessa voglia di rimanere nonostante tutto e tutti attaccata alla vita.

«[…] Lascerei che la casa andasse in fiamme per questo fuoco»

Matteo Fantuzzi.