Perché far partecipare
i lavoratori alla
gestione delle imprese

Soldi a fondo perduto, prestiti bancari garantiti dallo Stato, flussi di liquidità, partecipazione pubblica ad aumenti di capitale di imprese private, rinvii dei versamenti di imposte, fiscalizzazione di oneri. Per contrastare la terribile caduta dell’economia determinata dall’emergenza Coronavirus il governo Conte ha messo in campo tutte le possibili iniziative per sostenere il tessuto produttivo, i servizi, il sistema imprenditoriale in generale. Forse con qualche ritardo o con un eccesso di burocrazia, lo Stato si è comunque fatto carico di reagire alla gravissima crisi economica e sociale. Inoltre il governo ha cercato di recuperare in Europa fondi utili a far ripartire il Paese. Ci sono i contributi del fondo Sure per la cassa integrazione, il fondo salva-stati (Mes) ci porta 36 miliardi da investire in spese sanitarie (un’ottima base per rafforzare la Sanità pubblica) e tra la fine di quest’anno e il 2021 arriverà la parte più consistente dei fondi europei con il Recovery Fund. Forse questo complesso di sforzi non basterà per tornare presto alla normalità, sono necessari altri interventi strutturali, profondi, radicali perchè lo scenario che abbiamo di fronte è straordinariamente deteriorato. Il Pil è in caduta di oltre il 9%, il rapporto deficit-Pil salirà all’11%, quello tra debito e Pil arriverà al 160%, mentre la produzione industriale scende oggi di quasi il 30%. Questi numeri indicano che non si può tornare indietro, non si può pensare di superare questo burrone con gli strumenti del passato. Non siamo di fronte a una normale recessione. Siamo a un doloroso e complesso passaggio storico e lo Stato ha la responsabilità di contrastare l’emergenza e di proporre, promuovere, organizzare interventi per cambiare il paradigma economico, senza dare retta ai lamenti dei sostenitori del mercato a giorni alterni, come i signori di Confindustria o certi commentatori del giornale unico degli Elkann che temono un eccesso di intervento pubblico, salvo poi batter cassa per qualsiasi esigenza.

Una scelta indipensabile oggi per il nostro Paese è di riprendere in mano l’articolo 46 della Costituzione: “La Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Proprio in un momento di emergenza economica e sociale può essere più semplice trovare soluzioni innovative capaci di far ripartire il Paese su basi più giuste. E’ ora che i lavoratori partecipino direttamente alla gestione delle imprese, senza distinzioni. Quando si parla di cogestione viene alla mente il “modello tedesco”, la Mitbestimmung, la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa, varata in Germania nel 1951 dopo un referendum indetto dalla DGB (la confederazione dei sindacati tedeschi) e inizialmente contrastata da Konrad Adenauer e dall’associazione degli industriali. Fu una prova di forza del mondo del lavoro tedesco, in particolare dei metalmeccanici e dei minatori, che aveva chiara l’idea di voler assumere un ruolo di prima fila, controllando le redini, nella rinascita della Germania dopo la tragedia del nazismo e della guerra.

L’esperienza tedesca

La condivisione delle responsabilità dell’impresa trovò una piena legittimazione politica con il governo socialdemocratico di Willy Brandt che nel 1976 impose la cogestione alle aziende di tutti i settori industriali con più di 2000 addetti. In Germania, con una legge dello Stato, il mondo del lavoro è rappresentato nei consigli di sorveglianza che definiscono le strategie delle imprese, nominano i manager e controllano il loro operato. Il consiglio di gestione, invece, è composto dai manager che hanno la responsabilità operativa delle attività aziendali. Questo sistema dualistico di governance delle imprese, comunque lo si giudichi, ha resistito fino a oggi ed è diventato una delle chiavi decisive dello sviluppo e del successo dell’economia e della società tedesca. I salari sono alti, la protezione sociale funziona e l’“economia sociale di mercato” trova una concreta dimostrazione al di là della teoria. La Germania è diventata la prima industria manifatturiera d’Europa, una potenza industriale che si riflette anche sugli assetti proprietari e sulla valutazione dei mercati che sanno di non poter accentuare gli aspetti speculativi degli investimenti finanziari perché nessun raider di Borsa può sognare di scalare e fare a pezzi Volkswagen o Bayer.

La via tedesca alla cogestione, ma neanche una formula più edulcorata di partecipazione dei lavoratori, non ha mai sfondato in Italia. Storicamente la prevalenza di un sindacato “di classe” ha spinto i lavoratori e i sindacati italiani al conflitto per conquistare diritti e tutele, anche se nel pensiero di leader sensibili come Bruno Trentin era chiara la prospettiva di promuovere il passaggio da sfruttati a produttori, attraverso una battaglia politica e culturale che conquistasse il consenso necessario per emancipare la classe operaia. Tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso ci furono alcuni progetti, anche imprenditoriali, per aprire alla cogestione in Italia. Ma non se ne fece niente. La Cisl era sensibile al tema, mentre la Cgil riteneva che la difesa dei lavoratori sarebbe stata più efficace con la contrattazione. Negli ultimi anni, anche per trovare soluzioni a gravi crisi industriali come per l’Alcoa di Portovesme, è riaffiorato il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale in ruoli di responsabilità. Non c’è mai stata, comunque, una forte pressione politica e sindacale, soprattutto è mancata l’elaborazione di un progetto originale da parte delle forze sindacali e progressiste, per mutare le relazioni nella gestione delle imprese. Questa mancanza deriva anche dalla diffusa contrarietà degli imprenditori che, in generale, hanno sempre opposto un netto rifiuto a questa innovazione, gelosi dei loro affari, del loro potere, dei loro circoli.

Partecipazione responsabile

Eppure, proprio oggi in questo momento così difficile, sarebbe utile riprendere a discutere della partecipazione responsabile dei lavoratori alla conduzione delle imprese, in particolare sarebbe importante per il sindacato confederale che attraversa una lunga fase di debolezza e di mancanza di proposte e idee capaci di sparigliare l’esangue confronto con imprese e istituzioni. In Germania e in altri Paesi, nel Nord Europa, la cogestione ha funzionato favorendo lo sviluppo delle aziende, dell’occupazione, dell’economia, introducendo nel sistema anche elementi di maggior equità e un controllo sociale sui poteri e sui privilegi spesso eccessivi dei manager e dei grandi azionisti. I dipendenti e i sindacati contano meno rispetto agli azionisti di maggioranza, però dal consiglio di sorveglianza esercitano alcuni poteri decisivi attraverso la consultazione e l’informazione e hanno il diritto di veto su operazioni straordinarie come le fusioni, le acquisizioni, la chiusura di impianti, le ristrutturazioni, le localizzazioni all’estero. Pensiamo come sarebbe utile oggi per i lavoratori italiani poter intervenire sulla ripartenza delle fabbriche e dei servizi, sulla nuova organizzazione del lavoro, sulla necessità di ridurre o modulare l’orario, di rafforzare le misure sanitarie.

Accanto all’emergenza economica e sociale è,dunque, indispensabile affrontare i prossimi anni pensando di superare o almeno di correggere questo sistema generatore di ineguaglianze, soprusi e sfruttamento. D’altra parte, già prima della pandemia, persino tra i capi delle corporation americane, tra i padroni del capitale si era manifestata una filosofia per una governance migliore, un’elaborazione economica e culturale finalizzata a rendere l’impresa più sostenibile, valorizzando il ruolo dei dipendenti, rafforzando l’attenzione verso i consumatori e le comunità, promuovendo uno sviluppo più inclusivo. La tremenda crisi in cui siamo precipitati per il virus può avviare questa metamorfosi, svelando anche possibili ipocrisie e falsità. Volgere lo sguardo al passato, come se nulla fosse successo, comunque non è possibile.