Due passi nella memoria
al carcere delle Murate

 

Eppure sembra di sentirlo ancora sulla pelle l’eco di grida di notte, passando sotto le Murate a Firenze. Adesso sulle mura ci sono finestre. Il portone – quel portone: l’ho valicato una volta sola e sono dovuta rimanere in attesa nell’andito, buio, tetro, con le guardie carcerarie che mi tenevano d’occhio, inutili le proteste: niente donne lì dentro – non c’è più. È diventato l’accesso di una strada, “Via delle vecchie carceri”, con negozi, librai, mostre d’arte, case popolari che s’affacciano sui ballatoi.

Le Murate sono proprio alla fine della strada, allora cercavo di fare il giro lungo per non passarci sotto: abitavo lì, a due passi. Ma sotto la torretta delle guardie ho dovuto trascorrere lo stesso ore e ore, cronista di nera all’Unità, anni Settanta: le rivolte in carcere, le fughe e le cacce all’uomo, il capo della mobile che veniva a fumare con noi per fare due chiacchiere. C’era solo sempre da aspettare. Come loro, là dentro.

Il ragazzo del Caffè Letterario, nella piazzetta dentro le Murate, dice che gli piacciono questi racconti, a volte qualcuno viene qui con pezzetti di storie, qualcuno che magari c’è stato in quelle celle: e allora parlo della sparatoria qua dietro, a via dei Conciatori, ci scappò il morto. Si diceva che erano terroristi che volevano assaltare il carcere, mi svegliarono gli spari: un cappotto sopra il pigiama, e i poliziotti seccati di avermi sempre tra i piedi. Giornalisti. E appunti di memoria che riaffiorano.

Questa piazza sotto il sole d’autunno, con i tavolini tutti occupati da studenti, da giovani, qualche vecchio col bicchiere di vino, è straniante: l’idea di abbattere il braccio centrale e di unire due cortili (quelli dell’ora d’aria) è stata di Renzo Piano – è bastato uno schizzo, così dicono –  ora ci sono gli alberi, c’è il palco per i concerti, c’è un va e vieni. E io che sto a fotografare i balconi a sbalzo di questo “spazio recuperato al social housing” (“Sono case piccole, alcune piccolissime, case popolari”), e spio la vita dietro le finestre. Non potevo entrare, allora, ma sentivo l’odore acre dei materassi dati alle fiamme durante la rivolta. Chissà dove, da quali celle del labirinto di prigioni, forse laggiù, terzo braccio. I cattivi.

Era un carcere terribile, questo. Perciò la visita a Sollicciano appena ultimato era stata in pompa magna. Le “autorità” sembravano venditori di appartamenti mentre ci mostravano i bagnetti con doccia nelle celle, singole o doppie, spazio cucina, tv. Basta con i sovraffollamenti delle Murate, le pareti scrostate, il puzzo delle muffe e dell’umanità. Poi è andata come raccontano i dati e le cronache. Secondo Wikipedia a Sollicciano “nel 2016 il numero di detenuti è di 709 unità, anche se la capienza regolamentare è di 494. La polizia penitenziaria è formata da 486 persone contro le 696 previste. Sono presenti 9 educatori e 30 amministratori contro i 52 previsti”.

Quest’estate il caldo nelle celle era torrido, dalla regione sono arrivati 60 ventilatori ma quando lo scorso 18 agosto l’attore Paolo Hendel è andato in visita al carcere la graduatoria per l’assegnazione non era ancora stata fatta, e i ventilatori erano in deposito.

Sollicciano ha aperto nel 1983. Le Murate hanno chiuso due anni dopo.

E pioveva a dirotto quel pomeriggio di quarant’anni fa in cui aspettavamo che dal Portone delle Murate uscisse il “dottor Morte”: lo chiamavano così il dottor Giorgio Conciani, che praticava gli aborti anche su un tavolo da cucina purché gli dessero una bella tovaglia pulita, e si batteva per una legge che mettesse al bando “mammane” e “cucchiai d’oro”. Emma Bonino, Adele Faccio, Marco Pannella: gli architravi dei portoncini delle case di fronte non riparavano da quell’acquata violenta quel gruppetto in attesa. Attesa che sembrava infinita, con il portone del carcere che non apriva uno spiraglio.

Firenze per i Radicali era il centro della battaglia per l’aborto libero proprio perché c’era Conciani, con quella sua faccia da buono mentre spiegava ai giornalisti le tecniche della cannuccia, che al servizio sanitario nazionale sarebbe costata due lire e alle donne avrebbe evitato dolori e (troppe in quei tempi) anche morti. E il braccio di ferro continuo con il sostituto procuratore Carlo Casini, che poi è diventato onorevole e leader del Movimento per la vita. Il portoncino in cui avevo trovato riparo quel giorno con la Bonino aveva il legno intarsiato tutto rovinato: eccolo, sempre più rovinato, qualche asse inchiodata dove il legno antico ha ceduto…

 

 Il ragazzo del Caffè Letterario mi allunga il programma degli eventi, per farmi un’idea: street art, tanta musica, dibattiti e poesia. La vita può riservare sorprese e capovolgimenti di destino anche alle antiche mura, e a volte persino i tempi per farlo possono essere ragionevoli.

 

Il progetto per trasformare questo carcere in un nuovo centro vitale per il quartiere di Santa Croce è del 1998 (sindaco Mario Primicerio, Ulivo); nel 2004 il sindaco Leonardo Domenici (sempre Ulivo) ha inaugurato la prima parte del complesso, e cinque anni dopo finiva di assegnare oltre 70 alloggi.

Ma sono rimasti i segni di cosa è stato: su di un lato è stata conservata la lunga serie di porte delle celle, di legno pesante, con serrature e paletti di ferro, e spioncini, e finestrelle per passare il cibo. Forse è una folata di vento, forse questo brivido è lo stesso di allora, passando sotto queste mura.