Priorità alle prime dosi, nuovi studi dicono sì ma si naviga a vista

I vaccini stentano ad arrivare. I tempi per la campagna di vaccinazione rischiano di dilatarsi troppo. Cosa si può fare? La proposta del presidente Draghi al Consiglio Europeo è stata aumentare le vaccinazioni con un’azione coordinata a livello europeo valutando la possibilità di dare priorità alle prime dosi. L’ipotesi, in sostanza, sarebbe prendere le scorte tenute da parte per le seconde dosi e utilizzarle per vaccinare, almeno con una dose, più persone possibile. Insomma fare come ha fatto l’Inghilterra.

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Risale al 30 dicembre 2020 il documento del Comitato per le vaccinazioni inglese in cui si raccomanda che la priorità per il paese sia vaccinare più persone possibile con la prima dose, piuttosto che tenere i vaccini per somministrare le seconde dosi: “questo darà il massimo dei benefici sul breve periodo e salverà più vite”. E così viene fatto. Ai primi di gennaio si decide di vaccinare il numero più alto di persone possibile con la prima dose ritardando la somministrazione della seconda dose fino a 12 settimane dopo la prima. Questo ha portato l’Inghilterra tra i primi al mondo per numero di vaccinati: al 26 febbraio avevano ricevuto una dose 30 inglesi su cento. In Italia, per dire, solo 7 su cento.

Una, nessuna, due dosi

La decisione dell’Inghilterra ha fatto gridare allo scandalo molti medici e scienziati: le sperimentazioni cliniche sui vaccini erano state condotte somministrando due dosi a distanza di alcune settimane (3 per Pfizer, 4 per Moderna, da 4 a 12 per AstraZeneca). E gli enti regolatori, sia quello europeo sia quello americano, hanno approvato i vaccini proprio con quella modalità di somministrazione. Come possiamo essere sicuri che cambiare la tempistica non cambi l’efficacia?

In realtà le cose con COVID 19 cambiano rapidamente. E, mentre è arrivata l’autorizzazione dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti per il vaccino Johnson & Johnson che è stato sperimentato per la somministrazione di un’unica dose, negli ultimi giorni sono stati pubblicati alcuni studi scientifici che possono dare credibilità alla proposta di Draghi che su questo punto farebbe dell’Italia l’apripista in Europa.

Studi in controtendenza

Il primo è una lettera pubblicata il 17 febbraio dal New England Journal of Medicine e scritta da due ricercatori canadesi. Gli scienziati hanno rianalizzato i dati prodotti da Pfizer secondo cui l’efficacia del vaccino alla prima dose si sarebbe fermata al 52,4% contro il 94,8% dopo la seconda dose. Tuttavia, dicono i canadesi, questi dati erano stati raccolti anche nelle prime due settimane dopo la prima dose, quando la risposta immunitaria stava ancora montando: ci vogliono circa 14 giorni perché si formino gli anticorpi e le cellule del sistema immunitario attacchino i virus. Se si comincia a valutare l’efficacia del vaccino dopo due settimane, le cose cambiano e si ottiene un valore di efficacia pari al 92,6%, simile al valore di 92,1% riportato dopo la somministrazione della prima dose dell’altro vaccino a mRNA: Moderna.

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Il 18 febbraio The Lancet pubblica un’altra ricerca, questa volta condotta da ricercatori israeliani sugli operatori sanitari del centro medico Sheba. Tra i 15 e i 28 giorni dopo la prima dose del vaccino Pfizer, il tasso di infezione tra i vaccinati era crollato del 75% rispetto ai non vaccinati e il tasso di casi con sintomi era ridotto dell’85%. Il 24 febbraio un nuovo articolo sempre da Israele esce sul New England Journal of Medicine: su 600 persone, dopo oltre due settimane dalla somministrazione, la prima dose ha mostrato una efficacia del 46 % nel prevenire l’infezione e del 72% nel prevenire la morte del paziente. Dati analoghi vengono da uno studio scozzese che sta per essere pubblicato su The Lancet. Inoltre, sempre su The Lancet esce il 17 febbraio un articolo in cui si racconta che il vaccino AstraZeneza ha mostrato l’efficacia maggiore nelle sperimentazioni in Inghilterra, Brasile e Sudafrica quando la seconda dose è stata somministrata a 12 o più settimane dalla prima rispetto a quando è stata somministrata prima delle sei settimane.

I dubbi sulla “soluzione inglese”

Tutti questi nuovi studi hanno cominciato a far tornare sui propri passi alcuni oppositori della “soluzione inglese” e, magari a bocca storta, qualcuno sta cominciando a dire che forse sì, sarebbe possibile esplorare questa ipotesi. Rimangono gli oppositori, sia a livello internazionale che a casa nostra. Quali sono le motivazioni contro? Prima di tutto che non sappiamo la durata della protezione. Per quanto tempo la persona sarebbe protetta dopo la prima dose? Non è chiaro. La cosa potrebbe essere un problema soprattutto se la campagna di vaccinazione procede a rilento, questi potrebbe voler dire infatti che, prima che arrivi la seconda dose, se i tempi si protraggono, la persona torna nuovamente vulnerabile.

peste, CamusL’altra fonte di preoccupazione è la creazione di nuove varianti. Se nella singola persona un vaccino crea un’immunità parziale questo potrebbe essere benefico per la persona, ma nello stesso tempo favorire la selezione di varianti del virus in grado di riprodursi in persone immunizzate e che possono poi infettare altri.

Infine c’è chi paventa sul più lungo termine una perdita di fiducia dei cittadini nella scienza dovuta al fatto che questa scelta sarebbe basata più su ipotesi e su osservazioni non pianificate che su studi condotti secondo criteri scientifici consolidati come sono le sperimentazioni cliniche. E questo è un problema più generale che oggi ci troviamo ad affrontare perché la situazione di emergenza ci costringe a prendere decisioni in assenza di dati consolidati. Ma anche questa è la pandemia.