Draghi e i social:
torniamo ad usare
i taccuini

S’è fatto un gran parlare del fatto che il nuovo presidente del Consiglio non usi i social per comunicare. In realtà parla poco in generale: ha imparato bene, nelle grandi stanze che ha frequentato, che spesso tacere conta quanto se non più del parlare. Comunque si son viste facce scure tra i colleghi giornalisti che assediano, da mane a sera, i palazzi romani della politica. Sgomenti si sono chiesti: e ora che fare? Carpire qua e là qualche dichiarazione?  Tornare a usare i taccuini?

Ironia a parte: per comunicare, lo sanno gli apprendisti comunicatori, non ci sono solo i social. C’è tanta roba in giro: televisioni, radio, giornali di carta e on-line, blog e infiniti altri strumenti che coprono un universo mediale al quale nulla sfugge e al quale nulla si può nascondere.  Pensate alla storia di quei tre amici fiorentini che, credendosi al bar ed essendo invece in radio, hanno fatto nascere un casino che più grosso non si può.  I mezzi bisogna saperli usare per non esser da loro usati, specie quelli potenti come i social. Anzi è perfino consigliabile non usarli troppo, alla fine potrebbero portare anche sfortuna: chiedetelo a Trump.

Spesso il silenzio ha più voce delle mille voci che blaterano sui social. Lo sa bene Mario Draghi. Anche la televisione, a dire il vero – dopo che i fans del nuovo che avanza si erano spellate le mani per gli applausi –  è rimasta un po’ stordita.  In un divertente e lungo dialogo su “Il Foglio” di sabato, Michele Masneri e Andrea Minuz, inseguono i supplizi dei talk-show, ritraendoli in uno stato di profonda apnea: “Altro che ristoranti, negozi, funivie. Tra le categorie più danneggiate nelle ultime settimane e assai incerte sul da farsi ci sono anche i nostri talk-show con la loro compagnia di giro”. La costruzione del racconto televisivo di Mario Draghi resta un gran mistero, anche per i più collaudati cacciatori di retroscena.  Lo sanno tutti: per i talk show e per le dirette perenni “il BisConte-Casalino con Salvini all’opposizione sguaiata era una manna. E ora con un governo in cui tutti sono d’accordo?”.

La complessità non si risolve parlando o non parlando sui social. Il presidente del consiglio si farà un profilo istituzionale con il quale parlare ai media e al paese. Come fanno in quasi tutti i paesi democratici. Lo avesse fatto Conte, avrebbe potuto scansare, forse, qualche rogna di troppo.  Non sono solo i mezzi di comunicazione a dare i contenuti e a risolvere i problemi.  Alcuni maîtres à penser del nostro giornalismo, a dire il vero, ci pencolano ma non è il loro mestiere e si sente. La complessità si affronta mostrandola per quella che è; rassicurando i cittadini che su di essa chi governa sa fare opera di sintesi positiva. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, intervenendo per risolvere i molteplici guai che ci affliggono. E parlando anche alla stampa o sui social e favorendo così la crescita di un senso di appartenenza a un governo che tutti dicono sia il più rappresentativo dell’unità nazionale.

Si dissolve l’idillio?

Quel clima idilliaco che i nuovisti (hanno ancora le mani spellate per gli scroscianti applausi) si sono sforzati di mostrare, nella prima settimana, si sta lentamente smontando. Ho il vizio di leggere i giornali e questo mi permette di tenere gli occhi e la mente vigili. Martedì 23 febbraio 2021 sul “Corriere della Sera” ho letto il blocco titolo di prima pagina: “Governo al lavoro sui 21 parametri per i colori delle zone. L’ipotesi di far scattare alcune misure su aree limitate. Draghi sente Merkel.  La linea delle scelte in base “a dati appropriati”. Cioè c’è ancora confusione, tant’è che l’editorialista Massimo Franco, lo chiarisce affermando che vi è “un equilibrio che l’esecutivo fatica ancora a raggiungere”. Sarà il Corsera, penso. Apro “La Repubblica” e, in prima pagina, leggo il seguente titolo: “La lotta al Covid. Ministri divisi sulle chiusure. Draghi impone il rigore”. A rincarare, nelle pagine interne: “Nel governo due linee sul Covid. Speranza gela Lega e FI: serve rigore”. Eppure il giornale che fu di Scalfari era stato capace, giorni addietro, di sfornate roboanti titoli sull’era Draghi.  Insisto con “il Foglio“, più sofisticato e attento e leggo in prima pagina: “Via le misure Dragoniane. La discontinuità di Draghi passa dal nuovo approccio sui lockdown (prima del picco), da un nuovo algoritmo (sì ai dpcm), da una news a Palazzo Chigi (cercasi Fauci). Oltre le intese c’è di più (e occhio a Lufthansa)”. Scrive poi Cerasa nell’incipit del suo articolo: “Nelle prossime ore, il governo delle larghissime intese guidato dal presidente del consiglio Mario Draghi scoprirà  in modo non sappiamo quanto traumatico che avere una maggioranza molto ampia non è sufficiente per governare in nome dell’unanimità”.

Che stia già cambiando aria? Dove sono finite le immediate e conclamate novità? La politica è roba seria e i problemi di ogni giorno guardano in faccia i governi. Ogni giorno. La propaganda pretende di piegare la storia a ideologie di parte; l’informazione, invece, deve fare i conti con ciò che concretamente accade; con i fatti che diventano notizie e non con le finte notizie che qualcuno ha la pretesa di trasformare in fatti. Le mutazioni in atto sono profonde e chi a che fare con i giovani si accorge di questi repentini mutamenti. Qualche giorno fa, Gianni Cuperlo ragionando in un articolo sull’uscita di un bel libro, “Un tempo senza storia. La distruzione del passato” di Adriano Prosperi, ci ha ricordato una massima di Marc Bloch: nel succedersi delle generazioni i figli sono destinati a somigliare sempre più ai loro tempi piuttosto che ai loro padri. In questo processo di decontestualizzazione di ciò che concretamente accade i social sono sommi maestri. L’oblio travestito da memoria: troppi politici e giornalisti praticano questo futile e pericoloso gioco. Già ieri è un tempo lontano nella logica dei social, figuriamoci quant’è lontano ciò che è successo negli ultimi mesi e in questo terribile lungo anno.

Capitalismo digitale

Il capitalismo digitale vede accrescere i propri profitti come Paperon de’ Paperoni dopo la scoperta delle miniere del Klondike. Questi profitti aumentano. con tutti noi che diventiamo i nuovi mezzadri dell’era digitale. Post dopo post, fake dopo fake.  L’odio social è il carburante del capitalismo digitale. Ha bisogno di contenuti gratis che generino azioni e reazioni. “E’ l’ora di prendere atto – scrive Stefano Feltri nell’editoriale di Domani – che l’odio social non è soltanto il prodotto di qualche mente disturbata, ma il carburante di quel capitalismo digitale che sta corrompendo le nostre democrazie”.

Ci interessa, dunque, davvero poco che Mario Draghi usi o non usi i social; che si presti o meno alle sceneggiate dei talk. Importa che ci faccia vaccinare al più presto, che aiuti i milioni di poveri che ormai popolano anche il nostro dolce e beato paese, che risolva quelle urgenze per le quali il Presidente Sergio Mattarella l’ha chiamato. Ci comunichi nella forma che crede le cose fatte e i problemi risolti.