Dove ci porta il virus? Per affrontarlo serve prudenza, e solidarietà

Discoteche chiuse, mascherine nei luoghi pubblici anche all’aperto tra le 18 del pomeriggio e le 6 del mattino. La decisione del governo sta facendo discutere: proporzionata o no? Diciamo subito che il comitato tecnico-scientifico l’ha fortemente consigliata. Dunque la decisione è inappuntabile se vogliamo migliorare la prevenzione ed evitare che tra qualche settimana l’epidemia da Covid-19 in Italia (anche in Italia) vada fuori controllo. Le discoteche e la movida sono certamente una concausa dell’aumento dei casi rilevati di contagio registrati negli ultimi giorni. Ma non sono la sola causa. Né i giovani sono la sola fascia sociale con forte incidenza di comportamenti a rischio. Attenzione a non fare di lor il capro espiatorio di un fenomeno molto più complesso.
I fatti sono che da alcuni giorni non solo il numero di contagiati rilevati sta aumentando, con un trend di crescita non altissimo ma chiaro. Stanno però aumentando anche il numero dei malati ricoverati in terapia intensiva. Ancora una volta con una crescita lenta ma chiara.
Perché tutto questo?

Discoteche e mascherine, i punti di crisi

discotecaIn questo momento – pieno agosto – i punti di crisi sono certamente i luoghi delle vacanze, comprese le discoteche e le strade della movida. Ma non sono da meno le spiagge; i mezzi di trasporto (treni locali, navi, autobus); i negozi, i ristoranti: luoghi frequentati anche e in certi casi soprattutto da adulti, oltre che da bambini. D’altra parte le discoteche e i bar della movida non sono forse gestiti, per lo più, da adulti che avrebbero il dovere di far rispettare le regole? C’è una ricca aneddotica che dimostra come la guardia si sia abbassata ovunque e che a non rispettare la distanza sociale e/o a non indossare la mascherina non siano soli i giovani, ma anche gli adulti in molti settori delicati. I controlli, per esempio, sono sempre e ovunque efficienti?
Né dobbiamo esagerare nelle autofustigazioni e nelle condanne: tutto sommato in Italia il numero di nuovi contagi resta inferiore a quello di Francia, Spagna, Germania, Regno Unito (per non parlare di Usa, India, Brasile, Russia, Messico e via dicendo). Certo i numeri assoluti andrebbero commisurati ai test giornalieri effettuati. Ma difficilmente questa comparazione, che raramente è precisa visto gli standard diversi nelle varie nazioni (ma l’Unione Europea non potrebbe farsi carico di raccogliere dati omogenei?), può ribaltare il dato: in Italia il rischio di una diffusione fuori controllo del coronavirus c’è, ma è minore che in altri grandi paesi europei.

Gli untori non sono certo i migranti

Per quanto la guardia si sia abbassata, il comportamento degli italiani, allo stato dei fatti, risulta più prudente di quello di altri europei. Tanto più che – come ha reso noto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli – i nuovi contagi sono causati per una percentuale compresa tra il 25 e il 40% da turisti italiani provenienti da altri paesi. Da sottolineare che quelle che vengono lanciate contro i migranti che arrivano clandestinamente in Italia sono grida senza fondamento: rappresentano, documenta Locatelli, tra il 3 e il 5% dei nuovi contagi e la gran parte di questa minoranza entra in contatto col virus nelle strutture di accoglienza (si fa per dire) nel nostro paese. Pochissimi sbarcano con il coronavirus. Se mai ci sono, non sono certo i migranti gli untori.

Perché non controlliamo chi viene dagli Usa?

Covid-19I giovani e i meno giovani provenienti dall’estero sono una fonte di contagio importante, dunque. Giusti i test agli aeroporti. C’è, tuttavia, da chiedersi perché alcune misure di più stretto controllo riguardino alcuni paesi come la Grecia, dove la diffusione del virus è tutto sommato limitata, e non altri come gli Usa o la stessa Francia dove Covid-19 circola con maggiore frequenza. Dovremmo dimostrare che dietro queste decisioni ci sono solo ragioni scientifiche e non anche economiche o geopolitiche.
Tornando alle discoteche e alle mascherine obbligatorie tra le 18 e l 6 del mattino in luoghi pubblici, anche se all’aperto. Sono mali minori e necessari se vogliamo evitare il rischio della diffusione del coronavirus con il ritmo che abbiamo conosciuto nei mesi scorsi. Certo, difficilmente Covid-19 causerebbe un numero di morti e di malati gravi come tra febbraio e aprile. Ormai il nostro sistema sanitario ha messo a punto strategie di contrasto della malattia più efficaci. Ma ciò non toglie che un tasso di diffusione alto resta sempre possibile (si veda cosa sta succedendo in Francia o in Spagna e anche nella stessa Germania) e così anche un aumento dei ricoverati in terapia intensiva: ciò è del tutto indesiderabile per il funzionamento del sistema nazione, economia compresa. Ecco perché misure come quelle decise dal governo sono assolutamente necessarie. Speriamo che siano anche sufficienti.

Un danno le regioni in ordine sparso

Covid-19Suscita più di qualche dubbio la ricorrente frammentazione e contraddittorietà delle scelte assunte dalle Regioni. Non perché siano necessariamente sbagliate nel merito (alcune lo sono), ma è un danno il fatto stesso che ciascuna regione tenda troppo spesso ad andare per conto suo. La battaglia contro il coronavirus la si vince a scala globale, figurarsi se una qualsiasi regione di una qualsiasi nazione della frammentata Europa può fare da sé.
Quando tutto finirà occorrerà rivedere il patto tra stato e regioni. Alcune politiche – come quelle per la scuola, l’università, la ricerca, le grandi infrastrutture e, appunto, la sanità – non possono essere decise da 20 diversi soggetti istituzionali e qualche volta da 8.000 sindaci. Riguardano diritti inalienabili degli umani e non è ammissibile creare disuguaglianze di accesso a questi diritti all’interno di una nazione.
Quando verrà questo tempo? Difficile dirlo. Stiamo constatando che il comportamento di questo virus è abbastanza originale. Che non lo ferma il caldo e che, tuttavia, fa ammalare meno le donne che i maschi, meno gli africani che il resto del mondo. Che si diffonde facilmente e non è altamente letale. Non sappiamo perché. E finchè non lo sapremo, non potremo stabilire contromisure davvero efficaci. Dovremo muoverci passin passino, per prova ed errore.

La corsa sovranista sui vaccini

E il vaccino? Ci sono molti annunci. Oggi è il turno della Cina, ieri quello della Russia, l’altro ieri quello anglo-italiano. C’è anche quello tutto italiano, in corso di sperimentazione allo Spallanzani di Roma. Chi più chi meno, questi candidati offrono grande speranze. Ma, finora, nulla di più. Non potremo avere certezze – così è la medicina scientifica – finché non avremo la prova provata che un vaccino è efficace e sicuro.
Resta un fatto, però. E non è bello. La rivista americana Science, pubblicata dalla più grande associazione scientifica del mondo, l’American Association for the Advancement of Science degli Stati Uniti, ha definito le varie iniziative in corso come “nazionalismo dei vaccini”. Ogni paese va per sé sia nel senso che cerca il “suo” vaccino sia che cerca di acquistare per sé l’eventuale vaccino messo a punto da altri. Con due conseguenze, entrambe rilevate non dal vostro cronista ma dalla stessa Science.

Una una prima conseguenza è già in atto: così si sta rallentando e non accelerando la messa a punto di un vaccino efficace e sicuro. La seconda, ahinoi, inevitabile: se uno o più vaccini saranno ottenuti, andranno per primi non a chi ha più necessità, ma ha chi è più ricco. Un fatto non solo iniquo, ma anche pericoloso: perché questa iniquità di base favorirà la diffusione e la letalità di Covid-19.
In questa corsa “sovranista” al vaccino sono purtroppo coinvolte anche nazioni europee, Italia compresa. Che sono ancora in tempo a rimediare, per esempio concordando con l’Organizzazione Mondiale di Sanità un progetto di sviluppo e di distribuzione del vaccino solidale e basato non sulla disponibilità economica (del paese, degli individui) ma sulle reali necessità sanitarie. La comunità scientifica internazionale è per la gran parte su queste posizioni. Occorre che si faccia ascoltare. E occorre che qualcuno (noi compresi) la ascolti.