Dopo LeU, mai più scissioni

E’ passata in cavalleria, così per dire, la vicenda di LeU, la forza di sinistra che avrebbe dovuto raggiungere le due cifre oppure almeno un 8% intercettando il voto già in uscita dal Pd e nel frigo dell’astensione. Il risultato è stato molto, molto deludente. I sodali si sono riproposti comunque di fare al più presto un partito.

Camera dei deputati. Leu è rosso

Pietro Grasso ha annunciato con enfasi che la decina di voti dei suoi parlamentari sono a disposizione del Movimento 5 Stelle.
La storia di LeU è breve e facile da raccontare e conferma, spero in via definitiva, l’ineluttabilità del fallimento delle scissioni a freddo (e delle fusioni a freddo). Innanzitutto un piccolo promemoria cronologico. Per mesi una parte della sinistra Pd aveva messo in discussione l’impianto della politica del segretario Matteo Renzi anche contestandogli provvedimenti che gran parte di loro avevano votato. Renzi era stato ultra-villano con questa ala sinistra apparendo a molti come interessato alla sua fuoriuscita. In questa area si collocavano i bersaniani, quasi tutto lo staff che avrebbe dovuto smacchiare il giaguaro, Massimo D’Alema, convinto che fosse arrivato il tempo di far rinascere una sinistra per ridare vita ad un centro-sinistra, e una Associazione socialista che aveva raccolto già quattromila adesioni, diretta da Enrico Rossi che proponeva, dal titolo di un suo libro, “una rivoluzione socialista”, cioè temi e prassi politiche che nella sinistra mondiale si stavano rivelando vittoriose.

Senato. Leu è rosso

Poi c’era Michele Emiliano, quello che dove vede un casino ci si infila. Fuori da questa area c’erano Possibile di Civati e Sinistra italiana di Fratoianni.
La scissione arriva all’improvviso. Viene decisa una sera dopo un’iniziativa ben riuscita al teatro Vittoria di Roma dove, al mattino del 18 febbraio del ’17, le tre sinistre interne al Pd avevano raccolto tanta di quella gente da riempire la piazza antistante. Anche in periferia le assemblee erano affollate. Dopo il voto Bersani ha detto che si erano rivelate “una rimpatriata”. D’Alema ha detto che i sorrisi ricevuti in campagna elettorale erano “di congedo”. Io, che sono stato l’organizzatore della manifestazione del teatro Vittoria, seppi della scissione a poche ore dalla sua realizzazione nel corso di una assemblea nazionale del Pd in cui Renzi non rispose ai quesiti di chi lo criticava e il suo scudiero Giacomelli pronunciò l’intervento più indecente della storia della sinistra. Sembrava Giachetti. E ho detto tutto.


Tutti fuori, dunque. Tranne Emiliano. Inutile chiedersi perché. Fuori sembrava esserci una prateria, venne adottato un nome singolare “Articolo1” (la parola socialismo restava impronunciabile), si iniziava la caccia al papa straniero. Si presentò l’ex sindaco di Milano Pisapia che però voleva che il nuovo rassemblement si alleasse con Renzi. Mesi di tira e molla, poi Pisapia andò dal suo guru indiano e nessuno l’ha più visto. I restanti invece di “capare” uno fra di loro, uno che avesse carisma popolare (per esempio facendo un offerta a Maurizio Landini), ebbero l’alzata di ingegno di ingaggiare un uomo delle istituzioni perché, come è noto, se vuoi fare una rivoluzione politica devi cercare il gran borghese. Molte critiche su queste operazioni le ho fatte durante questo percorso e, come ho scritto, ad un certo punto ho taciuto perché affettuosamente sollecitato a non “rompere i coglioni”.
Le liste furono riempite di tutta la nomenklatura possibile. Si perse per strada il medico di Lampedusa, in Puglia andava in lista il figlio di un consigliere regionale e altre nefandezze. Campagna elettorale inesistente perché tutti quelli che la dovevano mettere in piedi stavano dalle parti di casa loro alla ricerca di voti per sé. Il voto va come va e una parte di LeU, disinvoltamente, salta a piè pari l’analisi e si tuffa nella ricerca di abboccamenti con i 5 Stelle.
Ho visto tante scissioni nella mia vita e di tante altre ho letto. Ma una così buffa e squinternata non mi era mai capitata. Mai più.