Dopo le varianti arriva
un altro incubo:
la “Pandemic fatigue”

Mentre qui si discute della stagione sciistica, l’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) mette in guardia su due fenomeni rilevanti: la comparsa delle variati di SARS-
CoV-2 e la cosiddetta “Pandemic fatigue”, la stanchezza da pandemia. L’agenzia dell’UE, che si occupa di sorveglianza delle malattie infettive, ha emanato il 15 febbraio un nuovo documento
sulla valutazione del rischio per quanto concerne la pandemia in corso. Il risultato, a causa soprattutto dei due fattori che abbiamo citato, è che il rischio di nuove ondate per la
popolazione europea si situa oggi in un range che oscilla da “alto” a “molto alto”. La notizia buona è che in tutta Europa si osserva un declino nell’incidenza complessiva dell’infezione da SARS-CoV-2 nelle ultime settimane. Non è un fenomeno naturale, dipende invece dagli interventi di contenimento “non farmacologici” come vengono chiamati, ovvero distanziamento, mascherine, chiusure, tracciamenti e quant’altro ben sappiamo, messi in atto dai diversi governi.

Diminuiscono i casi a livello mondiale

La stessa notazione l’ha fatta lunedì scorso il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus su scala mondiale: il numero dei casi di contagio da Covid-19 a livello globale è diminuito per la quinta settimana consecutiva e dall’inizio dell’anno il bilancio settimanale delle infezioni si è quasi dimezzato: “Questo dimostra – ha poi commentato su Twitter – che semplici misure di salute pubblica funzionano contro il COVID19, anche in presenza delle varianti”.

Tedros Adhanom Ghebreyesus

A fronte di ciò, il documento dell’ECDC riporta purtroppo altri dati negativi: innanzitutto si registrano ancora molte infezioni nei gruppi d’età più avanzata e soprattutto si contano troppi morti. Ma soprattutto l’agenzia segnala alcuni motivi di forte preoccupazione per il futuro prossimo. Il primo di questi motivi è proprio l’emergere delle varianti: quella inglese, quella sudafricana e quella brasiliana, come sono state battezzate in base al paese in cui sono state individuate per la prima volta. Dal 21 gennaio i paesi europei hanno osservato un aumento notevole nel numero di casi provocati dalla variante inglese (nome ufficiale B.1.1.7). L’Irlanda ha dichiarato che quella inglese è ormai la variante dominante nel Paese e ci si aspetta che nelle prossime settimane questo accadrà anche per altre aree europee. Anche la variante del Sudafrica (B.1.351) è in aumento e non sempre la sua individuazione è collegata a storie di viaggi. Meno diffusa almeno finora è la variante brasiliana (P.1) che invece si sposta soprattutto con persone in arrivo dal Brasile.

La variante inglese sembra essere più facilmente trasmissibile rispetto agli altri ceppi circolanti, questo vuol dire che, anche se non procura una malattia più grave, può causare comunque più danni perché colpisce più persone e, tra queste, ci saranno sicuramente molte persone a rischio di sviluppare sintomi più gravi. I Paesi in cui la variante è diventata dominante hanno infatti visto aumentare le ospedalizzazioni, l’eccesso di mortalità e la pressione sul sistema sanitario. Inoltre, si legge nel documento, con queste varianti potrebbe verificarsi una riduzione dell’efficacia di alcuni vaccini COVID 19, come ad esempio si è osservato con la variante del Sudafrica. Anche se su questo ci sono pochi dati, vale la pena indagare perché, dicono gli estensori, altre varianti sicuramente emergeranno nei prossimi mesi e tra queste potrebbe essercene qualcuna su cui il vaccino ha meno effetto.

La demotivazione

L’altra preoccupazione riguarda la cosiddetta Pandemic fatigue, una condizione che l’Oms ha definito come la demotivazione a seguire i comportamenti di protezione raccomandati dovuta alla fatica di sostenere per lungo tempo le limitazioni richieste dalle strategie preventive. Come si vede dalle proteste anti-lockdown in varie città europee, da Londra a Firenze, da Rotterdam a Madrid a Parigi, la stanchezza da pandemia si fa sentire e può minare l’accettazione delle misure di contenimento da parte della popolazione. Cosa può accadere allora?

Manifestazione contro il lockdown

Le analisi basate su modelli mostrano che se le misure di contenimento non vengono mantenute e se non viene rafforzata l’aderenza della popolazione a queste misure, si prevede un aumento significativo dei casi e dei decessi correlati a COVID 19 nell’Unione Europea e in tutto lo spazio economico europeo. Contenere la circolazione del virus significa infatti anche diminuire la possibilità che emergano nuove varianti.

E i vaccini? Non ci avrebbero consentito di allentare le altre misure? “Sebbene la vaccinazione mitigherà l’effetto della sostituzione con varianti più trasmissibili e la stagionalità potrebbe potenzialmente ridurre la trasmissione durante i mesi estivi, l’allentamento prematuro delle misure porterà a un rapido aumento dei tassi di incidenza, rilevamento di casi gravi e mortalità. Eventuali ritardi nell’approvvigionamento, distribuzione e somministrazione dei vaccini, qualora si verificassero, ritarderebbero anche l’opzione di allentare gli interventi non farmacologici. È necessaria una rapida distribuzione del vaccino tra i gruppi prioritari per ridurre i ricoveri, i ricoveri in terapia intensiva e i decessi dovuti a COVID-19”. E’ quindi necessario ottimizzare le misure di contenimento, affrontando le questioni relative all’uso delle mascherine e agli ambienti scolastici, si legge nel documento, mentre gli approcci basati su individuazione precoce dei casi e tracciamento dei contatti rimangono i capisaldi della risposta. L’altro punto su cui lavorare è lo sviluppo di nuovi vaccini. Non possiamo fermarci pensando di avere il vaccino ottimale, bisogna invece sviluppare una nuova generazione di vaccini in grado di attaccare le proteine spike mutate.

Per quanto riguarda la Pandemic fatigue bisogna prenderla seriamente in considerazione. Le aspettative sulla probabilità di allentamento delle restrizioni, dicono gli autori, devono essere gestite con attenzione. Le autorità dovrebbero sforzarsi, ad esempio, di capire come la loro comunità percepisce la pandemia e le contromisure in atto e quale è l’accettazione dei vaccini.

Per battere questa pandemia, non basta solo la scienza biomedica, bisogna anche studiare i comportamenti delle popolazioni.