Dopo il voto si parli finalmente del lavoro

Fa un po’ impressione osservare questi primi passaggi post elezioni. I “vincitori” sono naturalmente presi da un confronto sulle “cariche” da dividere (loro le avrebbero chiamate “poltrone”). Quel che fa specie però è il silenzio o quasi sui contenuti attorno ai quali questi stessi “vincitori” dovrebbero freneticamente discutere per superare differenziazioni spesso profonde. Innanzitutto quelle relative ai temi del lavoro. Ad esempio tenendo conto  dell’occupazione che certo, come dice l’Istat, cresce, ma sfornando moltitudini di precari. O quelli derivanti dal sistema pensionistico e dalla legge Fornero. Sono argomenti sui quali 5 stelle e Lega non hanno avanzato programmi sovrapponibili.


I seguaci di Di Maio hanno propagandato, come panacea per i precari il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Una ricetta che non tiene conto di una domanda: davvero si pensa che i molti giovani che hanno votato 5 stelle l’abbiano fatto perché affamati di un sussidio assistenziale?
Anche se qualcuno ha spiegato che in realtà si tratterebbe di una super-indennità di disoccupazione.
I ragazzi e le ragazze del concorso Inps giunti a migliaia a Roma, nei giorni scorsi, sfidando le intemperie, non erano alla ricerca di una paga o di una paghetta. Cercavano un lavoro corrispondente a quei sacrifici che avevano fatto per studiare, per conquistare nuovi saperi, cercavano un “reddito da lavoro”. Perché è nel lavoro non nell’ozio che ciascuno di loro ritrova una propria identità, una propria soddisfazione. Un lavoro, certo, con spazi di autonomia e
libertà, non oppressivo.

Sono terreni sui quali la stessa “opposizione costruttiva” adottata dal Pd dovrebbe  testimoniare una capacità di proposta. Magari, a proposito di Reddito di cittadinanza, tenendo conto dei suggerimenti di Chiara Saraceno. L’apprezzata sociologa ha spiegato che quello strumento, potrebbe collegarsi, ampliandolo, a quel Reddito di inclusione adottato dal governo Gentiloni.
Altre soluzioni correttive potrebbero essere avanzate per quanto riguarda la legge Fornero, il Jobs Act, una seria politica di investimenti anche pubblici. E’ stato lo stesso ministro Carlo Calenda a criticare, l’altro giorno, il Jobs Act e il venir meno, ad esempio, di ammortizzatori sociali, capaci di inserirsi nel moltiplicarsi di crisi aziendali.

E’ bene ricordare come il Jobs Act sia nato anche nell’ambito di una teoria più generale. Quella che annunciava un’epoca nuova basata sulla fine del posto fisso di lavoro. L’obiettivo consisteva nel dar luogo a una moderna geografia del lavoro, con “posti mobili”. Solo che per dar luogo a questa “mobilità”, con viaggi tra un posto e un
altro, occorreva stabilire strumenti di tutela. Cosicché quando uno concludeva la sua missione lavorativa non doveva essere abbandonato a se stesso. Doveva godere di protezioni particolari, fatte di reddito e di formazione, onde essere accompagnato ad un’altra dotazione lavorativa. Tutto questo è in larghissima misura mancato.

Sarebbe utile, dunque un confronto tra proposte. Se si vuole corrispondere a quel sentimento di “protesta” cha ha caratterizzato il recente risultato elettorale. Lo stesso sindacato, in questa stagione ricca di rischi, compreso quello di avere un governo autoritario, non si può assistere con indifferenza a quanto succede.
Il sindacato (la Cgil, ma anche Cisl e Uil) potrebbe, ad esempio, avere un ruolo di proposta e di lotta unitaria, su temi specifici, come quelli inerenti il Mezzogiorno. La Cgil del resto, non potrà non affrontare questa problematica visto che sta preparando, con millecinquecento assemblee di base, il suo non lontano congresso nazionale (a Bari, nel gennaio 2019). Sembra dunque necessario impedire che il dibattito post elettorale si risolva solo in un confronto sulle “cariche” e non sui contenuti che interessano la società. La stessa Susanna Camusso ha avuto modo di sottolineare, in una intervista, come il sindacato debba capire “cosa si può fare per bloccare il rischio di una deriva a destra, per diminuire le diseguaglianze, per dare una risposta positiva ai bisogni di chi ha il lavoro, lo cerca o lo cercherà”.