Dopo il taglio dei parlamentari
servono nuove elezioni

Ora però, dopo il voto quasi unanime della camera (solo 14 no) al taglio dei parlamentari, quale conseguenza istituzionalmente corretta, non resta che l’avvio delle procedure per giungere allo scioglimento della legislatura. Non ci sono consistenti dubbi sul fatto che l’approvazione della riforma costituzionale, che taglia il numero dei parlamentari (meno 36 per cento), implica la fine immediata delle attuali Camere espresse secondo ben altri criteri quantitativi. Si tratta infatti di un mutamento di ampia rilevanza (la quantità è davvero qualità nelle questioni costituzionali) che incide sulla configurazione delle assemblee elettive, restringendone anche la rappresentatività, e che ha come inevitabile conseguenza solo la presa d’atto dell’esaurimento delle condizioni di sopravvivenza della vigente stagione parlamentare.

Quando Scalfaro sciolse le Camere

Una correlazione tra riforme elettorali-costituzionali e destino della legislatura si presenta con una certa regolarità nella storia delle istituzioni. Da ultimo, anche il presidente Scalfaro nel 1994, dinanzi all’approvazione di una nuova legge elettorale, che modificava le tecniche competitive per definire la composizione delle aule con un meccanismo misto a prevalenza maggioritaria, ritenne improcrastinabile per il Quirinale la risoluzione di scioglimento e l’indizione di nuove elezioni per ricaricare la rappresentanza secondo i canoni concorrenziali connessi alla entrata in vigore della nuova regola maggioritaria.

Questa consuetudine costituzionale, di ricaricare gli istituti che hanno subito un mutamento nella procedura della loro elezione o una significativa alterazione nella dimensione numerica della loro composizione, non può essere elusa neppure oggi come precedente persuasivo. La legittimità del parlamento attuale è in radice revocata al momento stesso della approvazione di una riforma costituzionale largamente condivisa che ne riduce i numeri e, anche con le nuove norme sull’elettorato attivo a passivo relative al senato, disegna così le condizioni di un’altra composizione dell’organo elettivo.

 

La legge cambia profondamente la rappresentanza

Proprio perché la riduzione del numero dei parlamentari evoca una grande riforma, e non solo un semplice espediente propagandistico “anticasta” dall’innocua rilevanza giuspubblicistica, la legislatura, che è stata espressa nel 2018 secondo i canoni dell’antico parlamentarismo, ha perso la sua legittimità genetica. E solo un tempestivo passaggio attraverso la via elettorale potrà ripristinare le clausole del corretto equilibrio costituzionale. La dichiarata volontà di sperimentare un governo di legislatura urta perciò in maniera non più sostenibile con le conseguenze formali che di norma si associano al varo della riforma costituzionale che incide così in profondità sulla natura e estensione della rappresentanza.

Quelli che vogliono piacere agli uomini potenti

Dal punto di vista sostanziale, di igiene costituzionale, le Camere attuali, con la decisione in merito alla nuova geografia degli organi legislativi, non vantano una legittimità che autorizzi la maggioranza a scavalcare la prossima primavera come limite ultimo per poi riaffidare al popolo lo scettro e garantire in tal modo la opportuna rilegittimazione delle rappresentanze.

Per un costituzionalismo preso sul serio, il voto per la riduzione dei parlamentari è un formale atto che implica il suicidio della legislatura. I custodi (anche la figura del presidente è toccata dalle misure che ridefiniscono il peso dei delegati regionali nell’elezione del capo dello Stato) dovrebbero solo prenderne atto in conformità al fresco dispositivo della Consulta secondo cui, in presenza di una mutazione del numero dei parlamentari, è possibile affidare al governo la gestione di un rapido lavoro di ridefinizione dei collegi per procedere nelle operazioni di voto.

Gli apprendisti stregoni, che avrebbero dovuto costituzionalizzare i populisti, sono stati in realtà contagiati dal virus antipolitico. Sono persino rimasti sedotti dal fascino del premier che piace ai potenti. Con la frittata anticasta votata da 553 deputati, mitigata con fantasiose e inesigibili “clausole di salvaguardia”, i parlamentari diventano gli inconsapevoli esecutori testamentari dell’ordine impartito dal Papete di rompere le righe.