Dopo dieci anni di crisi finanziaria
gli spiriti animali sono ancora fra noi

Si era nell’ottobre 2009 quando Lorenzo Bini Smaghi, membro del Comitato esecutivo della BCE, intervenendo all’assemblea dell’Associazione Pianificatore Bancari a Firenze con un ampio e rassicurante intervento, pronunciò queste profetiche parole: “La crisi finanziaria offre un’occasione preziosa per la riforma della regolamentazione da parte della comunità internazionale.”. A dieci anni dall’innesco della crisi economica e finanziaria, è legittimo domandarsi se quell’occasione sia stata colta dai regolatori del sistema.

Il sistema finanziario nel suo complesso, ha subito interventi regolatori minimi e si presenta oggi, un decennio dopo l’inizio della crisi, sostanzialmente analogo a quello del 2008 e percorso dagli spiriti animali che, in grande libertà, lo manipolano gonfiandolo a dismisura e complicandolo viepiù, con una ancora troppo vasta aura di opacità, che lo rende pericoloso. Le Borse sono ubriache di crescita: ad agosto il Nasdaq ha raggiunto il livello più alto dal 2009, con un aumento del 532% dal minimo di quell’anno, ma i titoli appaiono sopravvalutati, crescono i prezzi delle case e il debito degli americani si è quintuplicato rispetto al 2008 mentre quello del governo si è triplicato, cosa che renderebbe difficile un intervento pubblico simile a quello del 2008-2009 se la bolla scoppiasse di nuovo. Il resto lo fanno i dazi imposti da Trump e le contromisure adottate dalla Cina, la crisi Argentina e quella Turca (v. https://valori.it/borsa-debiti-nuova-crisi/).

Perché l’occasione non è stata colta? Cosa non si è fatto, o non in modo sufficiente? Gli elementi strutturali della finanza privata che hanno innescato la crisi sono ancora presenti e forti. Certo, sono stati introdotte in Europa alcune normative per la gestione delle crisi bancarie (il cosiddetto bail-in); oppure la riforma sul clearing dei derivati “over the counter” (derivati acquistati e venduti al di fuori dei mercati regolamentati) che prima non avevano l’obbligo di regolare le transazioni tramite una “cassa di compensazione” (clearing house), introdotto con il regolamento EMIR del 2012 così che un numero crescente di scambi di derivati OTC è ora compensato da un organo terzo tra il venditore e l’acquirente che, dietro compenso, si assume il rischio che una delle parti coinvolte nei contratti vada in insolvenza. Ma la struttura sostanziale del folle casinò della finanza è rimasta integra e, anzi, stanno tornando forti le lobby bancarie che pressano il Parlamento Europeo per modificare la normativa e abbassare i requisiti di capitalizzazione delle banche.

Che la sostanza del sistema non sia cambiata lo dimostra la buona salute di cui godono ancora i paradisi fiscali, come le inchieste giornalistiche recenti ci hanno raccontato. Lo dimostra la resa della Commissione Europea che ha deciso di ritirare la proposta legislativa di riforma del sistema bancario, la Bank Structural Reform, che conteneva una pur blanda separazione fra banche d’investimento e banche commerciali, per l’opposizione degli Stati membri (una riforma che era stata dichiarata decisiva anche dal Rapporto Liikanen, governatore della Banca di Finlandia e membro del consiglio della BCE, istituita in gran pompa per proporre riforme strutturali nel sistema bancario comunitario, per dare stabilità e efficienza al settore finanziario, nel 2012). Separare le attività commerciali da quelle di investimento nelle banche di rilevanza sistemica dovrebbe essere un elemento chiave di una regolamentazione finanziaria in grado di rispondere a rischi sistemici e tutelare i risparmi dei cittadini.

Ma la politica ha rinunciato a questo suo ruolo precipuo. Trascorsa la fase acuta della crisi, da più parti si ripropone il modello della totale deregulation nella finanza, con una fiducia immotivata nella capacità dei mercati di autoregolarsi.

Così, l’Amministrazione Trump ha dichiarato di volersi liberare del Dodd-Frank Act, l’unico tentativo di regolamentare i mercati finanziari americani posto in essere dall’Amministrazione Obama. Trump dimostra così che il suo attacco all’establishment (a partire dalle grandi banche) in campagna elettorale era solo una cortina fumogena per catturare il consenso di cittadini esasperati dagli effetti sociali della crisi. E, allo stesso tempo, manda un chiaro segnale: a dieci anni dall’inizio della crisi, non vi è alcuna lezione da trarre; si torni allo status quo ante e tutto tornerà a splendere come prima…. fino alla prossima crisi, peraltro annunciata proprio dagli straordinari utili attuali dei listini e delle società. Oggi questa condizione è resa possibile da una nuova e paradossale tecnica: lo share buy back attraverso il quale diverse grandi aziende impiegano ingenti risorse finanziare per comprare le proprie azioni, diventando azionisti di riferimento di se stesse. L’obiettivo è quello di aumentare le quotazioni delle proprie azioni, alimentando una domanda supplementare per i propri titoli e incrementando il valore di quelli rimasti: si “creano” soldi da soldi, senza un minimo contributo all’economia reale e senza che nessuno possa limitare questa gigantesca e assurda distopia.

La deregolamentazione dei mercati finanziari è un fatto concreto e pericoloso.

La lezione che non si vuole trarre dalla crisi è che occorre regolamentare il sistema finanziario ché, altrimenti, non solo esso non è capace di autoregolarsi, ma al contrario determina dinamiche assai pericolose per l’intero sistema economico. La lezione da trarre non può essere semplicemente che le banche non possono permettersi di fallire e che, dunque, lo Stato deve utilizzare soldi pubblici per evitare il fallimento. Né che, come sostengono altri, ci si debba concentrare nel definire norme per accompagnare i fallimenti delle banche in modo da non danneggiare risparmiatori o economie. Il sistema può e deve dotarsi di norme per l’ordinata gestione dei momenti di crisi, ma prima ancora deve riorganizzarsi per rendere tali crisi meno probabili. E per far questo occorrono norme che riducano la libertà assoluta di manovra degli attori finanziari sui mercati. E pensare che le scelte economiche non devono essere compiute avendo come finalità principale quella di “rassicurare i mercati”, bensì quella di tutelare e garantire i cittadini, lavoratori e risparmiatori, e sostenere l’economia reale. Cosa che, come hanno dimostrato questi dieci anni di crisi, non si fa con le ricette dell’austerità perché riducendo il welfare e deregolamentando il lavoro si deprime la domanda interna e questa incide negativamente sull’economia reale. Purtroppo nella fase di iper-finanziarizzazione in cui viviamo questo può addirittura coincidere con uno stato di buona salute della finanza e dei mercati, ma non è questo il parametro con cui si misura lo stato di salute della società.

Ma in dieci anni, ed è questa la buona notizia, si è consolidata la finanza etica, come reale e consistente alternativa a quella mainstream. Dalla prima banca etica europea, la tedesca GLS Bank fondata nel 1974, fino alla ungherese Magnet Bank del 2010, passando per Banca Etica fondata nel 1999, oggi la finanza etica non è più un settore di nicchia, ma  vale il 5% del PIL europeo (750 miliardi di euro) e soprattutto rappresenta una risposta concreta ed efficace al bisogno, anzi al diritto di credito di cooperative sociali, piccole e medie imprese, associazioni, individui, soprattutto soggetti che le banche tradizionali considerano non bancabili ma che alla luce dei fatti risultano ben più affidabili di altri soggetti, visto che le sofferenze delle banche etiche sono molto minori di quelle delle banche sistemiche. Una finanza che funziona; meglio di quella tradizionale. Il primo Rapporto sulla finanza etica e sostenibile in Europa, redatto e pubblicato da Fondazione Finanza Etica alla fine del 2017, ha messo a confronto i fondamentali di 21 banche etiche europee con le top 15 banche sistemiche – quelle “too big to fail” (troppo grandi per fallire) – del continente. E i numeri parlano a favore delle prime. Due i dati particolarmente significativi. In primo luogo, i depositi: nel decennio 2006-2016 le banche etiche segnano un +13,06% mentre le sistemiche appena un +3,74%, segno di una fiducia che i risparmiatori assegnano in misura maggiore alle banche etiche e una condivisione crescente nei valori che esse esprimono. le banche etiche raccolgono risorse (da prestare o da investire) per l’80,9% dai depositi dei clienti, mentre le banche sistemiche appena per il 42,1%, perché raccolgono le risorse soprattutto da canali come l’emissione di titoli o i depositi da parte di altre banche. Ma il dato degli impieghi, dei crediti concessi, è ancora più impressionante: nel 2016 (ma il trend è costante dal 2008) le banche etiche impiegavano, concedendo crediti all’economia reale, il 73,4% degli attivi, mentre le banche tradizionali appena il 38,5%.

Ma allora la domanda è: chi è che fa davvero la banca? Perché per questo nascono e a questo dovrebbero servire le banche: utilizzare le proprie risorse per alimentare l’economia reale, non per speculare in borsa e rischiare i risparmi dei clienti con il miraggio di alti ritorni.