Dopo Abruzzo e Sardegna, che cosa serve a un Campo progressista

Il voto sardo segue quasi alla lettera il copione già visto in Abruzzo. Diciamo quasi perché la Lega non ha ripetuto l’exploit abruzzese – quando superò il 27% – fermandosi in questo caso appena sopra l’11%. Nonostante questa battuta d’arresto il partito di Salvini si conferma comunque come partito nazionale di destra dai tratti sovranisti e antieuropei nel contesto di un ritorno di egemonia elettorale del centrodestra (stavolta più centro-destra che Lega, in effetti) sorretto da una più forte capacità di presa, ossia di lettura e interpretazione dello spirito del tempo e delle sue mitologie peggiori.

I 5Stelle si dimezzano, travolti da una plateale insufficienza di cultura di governo, ma anche dal progressivo smarrimento, nei tatticismi e nelle bugie quotidiane, dello spirito ribaldo e sovversivo delle origini.

Il centro sinistra è vivo. Sconfitto, minoranza rispetto al centrodestra, ma vivo. In Abruzzo e in Sardegna 1/3 degli elettori lo ha votato. C’è di più. Come si è già detto, il PD sembra ormai parte largamente minoritaria di un più ampio e variegato campo progressista in movimento che sembra voler rialzare la testa.
Il dibattito sul centro sinistra e sulle sue prospettive non può eludere una domanda. Cosa serve oggi per ricandidarsi alla guida del paese? Sicuramente tre cose: 1. un contenitore ampio, plurale, non lottizzato, non paralizzato dalle risse interne, composto in buona misura da uomini nuovi capaci di passione e disinteresse, non proprio la merce di scambio degli ultimi congressi del PD; 2. una ritrovata egemonia nel senso gramsciano del termine, che significa saper proporre al paese una filosofia, una lettura del mondo e dei suoi macrofenomeni, una strategia, una proposta politico-culturale chiara e condivisa; 3 un programma di pochi punti realisticamente perseguibile e scritto in modo semplice.

Il contenitore e i suoi uomini. Campo Progressista. A me piace questo nome, che proprio in Sardegna ha trovato nuovo ossigeno. Innanzitutto perché suggerisce l’idea non già del superamento del PD e della sua esperienza, ma piuttosto del suo ampliamento e della sua necessaria ricollocazione in un’area più vasta, di cui il PD stesso non può più rivendicare la leadership, per un evidente problema di proporzioni, ma di cui può aspirare a comporre, per quota parte, la cultura politica e l’identità.

Campo progressista può significare tante cose, anche difficili da conciliare, in apparenza. Penso innanzitutto alle positive esperienze amministrative di grandi città come Milano, Napoli, Palermo, Cagliari, Parma, Bari, Brescia. Penso ai corpi intermedi vilipesi in questi anni. Al ruolo dei sindacati, dell’associazionismo democratico laico e cattolico, del volontariato. Penso agli insegnanti e al mondo della ricerca, abbandonati. Penso alle nuove generazioni senza grandi prospettive, strette nella tenaglia dell’andar via o dell’arrangiarsi. Penso all’esercito crescente dei lavoratori dell’economia digitale, i cui diritti e le cui garanzie vanno ripensati e riscritti, ma cui né partiti, né sindacati, sanno dare voce e fornire chiavi interpretative del futuro e dei suoi assetti. Questo 1/3 di elettori che anche in tempi così poco propizi si ostina a scegliere e votare il campo progressista, merita qualcosa di più e di meglio di ciò che ha saputo fare il PD in questi anni. Il prossimo Congresso del PD probabilmente dovrà dire cose molto chiare sui progetti di alleanza per il futuro e ragionevolmente dovrà riconoscersi parte di un universo più ampio e più rappresentativo.

 

L’egemonia. Riconquistare l’egemonia nella lettura e nell’interpretazione della realtà; avere una visione del mondo e del futuro e saperla raccontare (ambiente, territorio, clima, fenomeni migratori, trend demografici, rivoluzione digitale); proporre un progetto politico alternativo di governo dell’economia (lavoro, diritti, giustizia sociale, fiscalità, infrastrutture e grandi opere); non inseguire o assecondare lo spirito del tempo ed i suoi abbagli (sicurezza, accoglienza, euro, Europa), ma, al contrario, puntare con determinazione al loro svelamento e rovesciamento; ritrovare autonomia e autorevolezza di pensiero, combattendo l’idea che per governare un paese oggi bastino leaderini fotogenici, sorridenti e con buona dimestichezza dei social, e non specialismi, competenze, onestà, rigore. In una parola: ridare senso oggi alle parole Destra e Sinistra e alla loro inconciliabile relazione.

A chi, ogni volta che un politico finisce nei guai, inveisce contro la magistratura politicizzata e intona il mantra della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante, alludendo all’idea che l’azione del pm (l’accusa) non debba più esercitarsi al riparo del principio costituzionale dell’indipendenza, si dovrebbe far saper che fu Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana (1765-1790), ad imporre tra i primi, nel maggio del 1777, con la istituzione del Supremo tribunale di giustizia, una sorta di separazione tra le funzioni di giustizia e quelle di polizia. E che quel granducato, in tutti i libri di storia, è citato – compatibilmente con i tempi – come esempio di virtù e buona amministrazione

A chi ripete scioccamente “prima gli italiani”, magari sotto la equivoca fascinazione di linguaggi e simbologie neo imperiali o sovraniste, oltre a replicare “prima gli aventi diritto”, si dovrebbe forse ricordare un po’ di storia dell’Impero romano: gli imperatori Claudio e Caracalla erano Galli, precisamente dell’attuale Lione; Traiano e Adriano erano andalusi; Settimio Severo era libico; Alessandro Severo era libanese; Gordiano I era turco (anatolico); Filippo era siriano; Decio e Costantino il Grande erano serbi; Emiliano era tunisino; Valeriano era iraniano; Marco Aurelio Caro, Diocleziano e Valentiniano erano croati; Teodosio era castigliano; Onorio Augusto era di Istanbul e di Massenzio non si conosce il luogo di nascita, ma la madre Eutropia era siriana.

Al ministro Fontana, che incredibilmente traduce a suo modo i testi sacri e ne ricava che l’imperativo “ama il prossimo tuo” debba intendersi come un invito ad amare le persone di prossimità, dunque in ordine decrescente, i familiari, i vicini di casa, i concittadini e gli italiani, si dovrebbe saper rispondere con le parole di Guido Barbujani e del suo allievo Andrea Brunelli, genetisti, che pubblicano in questi giorni un bel libro dal titolo “Il giro del mondo in sei milioni di anni” e ci ricordano che la storia di Homo Sapiens è una storia di migrazioni : “in questo periodo in cui si parla a vanvera di radici (…)se proprio si voglia insistere nella ricerca di queste radici, l’unico posto in cui l’umanità ha avuto qualcosa di simile è l’Africa. E’ lì che troviamo tutti i resti fossili dei nostri antenati”. E a chi straparla di razze, la genetica, non l’ideologia, ricorda che il 99,9% del dna della razza umana è comune ad ogni abitante del pianeta a qualsiasi latitudine.

E al ministro della paura, lo stesso che solidarizza con un signore-giustiziere condannato in Cassazione per tentato omicidio, evidentemente condividendone l’afflato verso “una giustizia fai da te” che non disdegna all’occorrenza l’ausilio del fucile, a quel ministro, che smarca con una battuta su cappuccino e brioche il caso del tunisino 31enne spirato in manette durante un fermo di polizia, dovremmo ricordare che il primo embrione di Habeas Corpus (ossia del principio che sancisce l’inviolabilità della persona umana dinanzi al potere e all’arbitrio del sovrano) risale a quella Magna Charta Libertatem che i baroni inglesi imposero nel 1215 al re Giovanni senza Terra.

L’egemonia culturale di cui parlo non è lo sprezzo per gli ignoranti, ma la capacità di sostenere una lettura complessa dei fenomeni e la pazienza di farla penetrare nelle coscienze e renderla vincente contro ogni vulgata e ogni banalizzazione.

Il programma. Nessuna pretesa di originalità. Niente che non si trovi nelle 39 pagine del Programma di Zingaretti, ad esempio. Solo la presunzione della sinteticità, con l’auspicio che i programmi diventino azione politica conseguente e non restino nel limbo delle buone intenzioni.

1. Far pagare le tasse, è il primo punto. La condizione per avere le risorse per fare tutto il resto, a cominciare dall’abbassamento delle aliquote e della riduzione generalizzata della pressione fiscale, che tutti promettono, ma nessuno ha i soldi per fare. Mettere in moto gli strumenti esistenti (a cominciare dalle banche dati pubbliche) e concepirne di nuovi per una azione coordinata (ministeri, enti locali, pubblici registri, istituti di credito) di accertamento dei redditi e delle ricchezze. Consapevoli che su questo fronte c’è una guerra da condurre, dei prezzi elettorali da pagare, delle categorie da inimicarsi. Ma è una battaglia di giustizia e di equità, funzionale a garantire un futuro al nostro welfare (sanità, previdenza, scuola, infrastrutture in primis). Senza dimenticare la partita europea delle tasse, ossia l’esigenza di far pagare il dovuto, senza elusioni, alle grandi piattaforme digitali globali.

2. Cambiare l’Unione Europea. Aprire un grande dibattito continentale. Costruire alleanze (innanzitutto con i partner storici) per dare un futuro all’idea di Europa sottraendola al destino di una istituzione di burocrazie, finanza e compatibilità di bilancio.

3. Investire (con i soldi sottratti all’evasione fiscale) in infrastrutture e welfare. Servizi piuttosto che sussidi. Ambiente, territorio, sanità, scuola, formazione, trasporti. Magari riflettendo sul serio anche sulla utilità di rilanciare l’idea del servizio civile obbligatorio per i giovani e rovesciando il dibattito sulle grandi opere che domina dai tempi della mitologia del ponte sullo stretto, a favore di una opzione di politica industriale pubblica del tutto opposta. L’Italia, lo sanno tutti, ha soprattutto bisogno di investire capillarmente in opere piccole e diffuse, in edilizia scolastica e ospedaliera, in manutenzione del territorio (dissesto idrogeologico, rimboschimento), in reti locali di trasporto su ferro, in manutenzione e ammodernamento delle infrastrutture viarie ed idriche. Un grande piano di investimenti pubblici serve a rilanciare l’occupazione, a ridare spinta all’industria privata, a riportare il paese sulla soglia della modernità. Quando Padoa Schioppa diceva che pagare le tasse è bello, voleva dire questo, e torniamo così al primo punto. O si è capaci di spiegare che l’evasione fiscale è un crimine perché la mancanza di risorse è la prima responsabile di un pronto soccorso che non funziona o di un ponte che crolla, oppure si lasci stare di fare politica.

4. Tornare a parlare di giustizia sociale, di pari opportunità, di progressione delle imposte, di valorizzazione del merito. Rovesciare gli oneri impositivi che oggi gravano più sul lavoro che sulla rendita. Rendere trasparenti e socialmente accettabili i processi di salvataggio pubblico di banche e grandi aziende private. Colpire l’incapacità gestionale e la malversazione prima che si scateni la rivolta dei correntisti e degli utenti. Ristabilire una relazione tra i bonus milionari dei grandi manager pubblici e lo stato di salute delle aziende da loro amministrate. Stanare i paradisi fiscali. Incoraggiare la cooperazione tra le polizie finanziarie investigative. Aggiornare, digitalizzare e rendere interoperabili i catasti e i pubblici registri.

5. Rilanciare il dibattito sui diritti civili, sull’eguaglianza dei cittadini, sul rispetto delle differenze, sulla modernità della nostra Costituzione al riguardo. Tornare a fare politica culturale. Adoperarsi ad invertire i trend dell’oggi, l’incanaglimento diffuso, le aggressioni via social, i linguaggi dell’odio, il fascismo ritornante. E saper dire che lo si fa nell’interesse di tutti, della sicurezza di tutti, della pace sociale, della pace tout-court. C’è un campo spalancato per la sinistra su questi fronti.

Forma partito, uomini, egemonia, programma. Niente di facile. Una strada in salita. Ma qualcosa bisognerà pure dare a quei milioni di italiani che si ostinano a votare il Campo Progressista.