Don Milani e la “lettera sovversiva”:
a scuola serve ancora quel messaggio

Un adolescente di oggi, in un liceo italiano, protesta contro i test Invalsi: strappa il codice a barre e scrive sul test: “io mi chiamo Giovanni Verdi e non sono un numero”; poi su un foglio bianco risponde alle domande del test, così da essere sicuro di invalidarlo ma di dimostrare che saprebbe rispondere a domande così generiche e si mette a leggere “Lettera a una professoressa” scritta nel 1967 dai ragazzi della scuola di Barbiana, con la regia di don Lorenzo Milani. Il professore che sorveglia l’andamento del test gli chiede conto di questo suo comportamento e il ragazzo risponde: “Perché questa di don Milani è la vera scuola, non l’Invalsi!”.

Perché a distanza di mezzo secolo un giovane studente di oggi ancora considera la Lettera la vera – non la buona – scuola? Cosa c’è in quel libretto che ancora oggi lo fa sventolare come un manifesto di una scuola che un ragazzo del XXI secolo considera il simbolo di una scuola che aveva un senso, un contenuto vero, contrapposto ad una, quella che lui frequenta, che gli propone vuote e anonime crisalidi di forme senza contenuto?

Ho cercato (e trovato) qualche risposta a questo interrogativo – che anche io mi sono trovato a sostenere nei miei anni di studente – leggendo il denso e appassionante libro di Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Editori Laterza, Bari, 2017). Vanessa Roghi racconta (verbo corretto per un libro solidamente storico, eppure scritto con la potenza narrativa della regista di documentari) l’ambiente sociale, culturale, politico in cui affonda le radici la Lettera e il lavoro pedagogico di don Milani, da San Donato a Calenzano fino a Barbiana a Vicchio del Mugello. Sono gli anni che dal provvedimento del 17 dicembre 1947 che istituisce le scuole popolari per combattere l’analfabetismo degli adulti portano fino alla riforma della scuola media unica che entra in vigore il 1° ottobre 1963. L’autrice mostra e dimostra come, per quanto fisicamente isolato nella canonica sotto il Monte Giovi, l’esperimento educativo e la sua cristallizzazione nel testo di scrittura collettivo Lettera a una professoressa, fosse tutt’altro che isolato nel paese: esso si inserisce, forse anche con una consapevolezza limitata di ciò, in un movimento che dagli anni ’50 (la prima proposta di riforma della scuola media unica ma divisa in tre indirizzi differenziati è del Ministro della Pubblica Istruzione Paolo Rossi, del 1956) fino ai ’60 (pensiamo al Cipì di Mario Lodi) pone la questione della scuola al centro del dibattito pubblico italiano, in particolare sulla questione della lingua. E, in questo movimento, le esperienze o il pensiero eterodosso esiste, opera come un fiume carsico, viene certamente marginalizzato, come avvenne appunto con don Milani, ma scava, emerge, si inabissa e produce l’humus per i cambiamenti che poi verranno. Vanessa Roghi, nella seconda parte del libro, si concentra sulla fortuna postuma e, anche, sull’uso distorto della Lettera, dal ’68 soprattutto, fino alla “repressione” degli anni ’80.

Ma torniamo all’attualità della Lettera: perché l’avvertiamo ancora così nostra? Perché ci parla ancora e non l’avvertiamo come un libro appartenente alla storia? Un pugno ancora attuale, l’ha definita Francuccio Gesualdi, uno dei ragazzi di Barbiana. Perché il fuoco vivo del libro – come ben spiega Vanessa Roghi – è non un metodo didattico seppur innovativo, bensì come costruire una scuola che garantisca a ciascuno il sapere di cui ha bisogno per diventare un cittadino sovrano. Si dirà: va beh, ma questo oggi è scontato; facciamo tanti corsi di informatica, di lingua, l’alternanza scuola-lavoro, finanche l’educazione civica rischia di tornare alla ribalta! Sì, ma poi arrivano quelli della Confindustria di Cuneo e scrivono alle famiglie dicendo che, per carità, sono liberi di scegliere per i loro figli la scuola che vogliono, ma sappiano che da loro c’è bisogno di operai, addetti agli impianti, tecnici e si fatica a trovarli. E poi, con paternalistico fare, ti dicono che spesso la scelta della scuola superiore “viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà”.

Ecco, dunque, il “ricatto” del lavoro (sempre più destrutturato e vuoto di diritti e dignità; l’opposto di quello che insegnava don Milani per cui solo con una parità linguistica, di lessico, l’operaio poteva far valere i suoi diritti davanti al padrone), nello stesso modo in cui 50 anni prima la scuola operava con il ricatto e la minaccia della bocciatura. Confindustria di Cuneo pensa ad una scuola che produce esercito di riserva per le esigenze delle loro imprese, non certo cittadini sovrani. Naturalmente, oggi come allora, sempre con l’alibi di fare per il bene dei ragazzi. Ed è ancora qui l’attualità della Lettera e di don Milani che voleva mettere in grado i ragazzi di sapere e dire autonomamente cosa fosse bene per loro stessi.

La Lettera è attuale perché ancora la scuola è orientata a giudicare non a educare. Ricordiamo la Ministra Gelmini nel luglio 2009 che in un comunicato stampa evidenziava la serietà della sua scuola perché era aumentato il numero dei ragazzi bocciati all’esame di maturità (3.000, pari al 3,1% del totale, mentre l’anno prima erano il 2,5%): la poveretta non aveva il minimo sospetto che una scuola che boccia di più (anche alle superiori, non solo nell’obbligo) è una scuola che ha fallito il suo compito, che denuncia il suo fallimento scambiandolo per successo! Uno dice: “Eh, ma la scuola è cambiata! E’ migliorata! Oggi non siamo mica più a Barbiana!”. “Vorrei ben dire! – rispondo – E’ trascorso mezzo secolo; è cambiato il mondo con una velocità e profondità neppure immaginabile nei due secoli precedenti! Se anche la scuola non fosse cambiata saremmo Quarto Mondo!”.

Ma riflettiamo su alcuni numeri e forse le vostre ottimistiche certezze ne risulteranno scosse. Dati MIUR, dunque ufficialissimi, sulla dispersione scolastica: l’Italia, per quanto abbia migliorato dal 2009 ad oggi, è ancora ben lontana dal raggiungere l’obiettivo di stare al di sotto del 10% dell’abbandono scolastico fra i 18 e i 24 anni, considerato l’obiettivo dell’Unione Europea per il 2020. Nel 2016 siamo ancora al 13,8%; dietro di noi soltanto Malta, Spagna Romania e Portogallo, ma davanti a noi paesi come la Bulgaria, l’Ungheria, Cipro, Grecia, Polonia, Slovacchia. Nell’anno scolastico 2016-2017 sono stati 14.258 gli alunni delle scuole medie inferiori che hanno abbandonato la scuola. E’ ancora attuale la domanda contenuta nell’incipit della Lettera: chi sono questi ragazzi? Dove vengono “respinti”, certo non più nei campi e nelle fabbriche, magari peggio nelle periferie degradate delle città. Per la Ministra e per l’Invalsi sono numeri e non ne conoscono nemmeno il nome.

Ma volete sapere chi sono? Sono ragazzi del Sud, soprattutto: se la media italiana degli abbandoni nelle medie è 0,8%, in Sicilia è l’1,3%, in Campania e Calabria l’1%. Sono ragazzi stranieri (le Barbiane del mondo, diceva Ernesto Balducci): il 68% degli abbandoni sono nati fuori dai confini e se fra gli italiani il tasso di abbandono è lo 0,6%, fra gli stranieri è il 3,3%. Gli studenti italiani nati all’estero che non conseguono il diploma superiore è il 34,4%, mentre gli studenti nativi che non ce la fanno sono il 14,8%: ma in Europa i primi sono il 22,7% e i secondi l’11%.

Allora, abbiamo o no un problema ancora vivo nella nostra scuola? Non è ancora una scuola che “respinge” i marginali? Ieri i figli dei montanari e dei contadini di Barbiana, oggi i figli di emigrati. Non è forse ancora una scuola che non riduce le disuguaglianze? Anzi per chi parte svantaggiato statisticamente la vita è più dura anche a scuola. Resta ancora attualissima la lettera che i ragazzi di Barbiana scrivono agli scolari di Mario Lodi nel 1963, Perché veniamo a scuola ora. La direzione è, oggi come allora, non ridurre il tempo-scuola, bensì aumentarlo; stare di più a scuola, non meno (come si fa con la sperimentazione del liceo in 4 anni); elevare l’obbligo a 18 anni e investire di più nella scuola perché quel tempo trascorso lì sia utile a formare il cittadino sovrano. Che saprà, proprio per questo, fare anche meglio l’operaio, il tecnico, l’agricoltore. In quella lettera ai ragazzi di Mario Lodi, quelli di Barbiana scrivevano che “questa scuola … ha appassionato ognuno di noi a venirci…. Il priore ci propone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo. Per questo ci si schiera dalla parte dei più deboli: africani, asiatici, meridionali, italiani, operai”. “Ogni popolo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro”, scrivono da Barbiana nella Lettera: volete qualcosa di più attuale di così, oggi?