Do ut des tra PD e FI
e alla vigilanza Rai
va un uomo Mediaset

Mediaset alla guida della Commissione di Vigilanza sulla Rai. La consulente di La7, Sky e Fremantle nel cda, insieme al direttore commerciale di Moleskine (la fabbrica delle agendine con l’elastico). È questo il “segno” della nuova compagine che deciderà le sorti della Rai: un frullato di conflitti d’interesse e comuni telespettatori. Le attesissime prime nomine di ieri sulle note di un de profundis.

I parlamentari hanno votato e hanno fatto tutte le pastette della vecchia politica, con qualche spruzzata di pastette della “nuova politica”.

Il primo ad essere eletto è stato Alberto Barachini alla presidenza della Commissione di Vigilanza, astro crescente dei berluscones, giornalista e caporedattore delle News Mediaset fino all’approdo al Senato, passato faticosamente alla terza votazione con i voti del Pd (che ha barattato con Forza Italia il Copasir, dove è andato Guerini). La Rai nelle mani di Mediaset. Bersani lo ha definito “uno sfregio”, ma è poco. Una vertigine istituzionale…

Poi è toccato a Camera e Senato votare i loro quattro esponenti nel Cda. La prima candidatura era certa, arrivata già da 24ore dalla piattaforma Rousseau dei 5Stelle, che hanno scelto a maggioranza Beatrice Coletti. Scelta tra le polemiche: infatti dei 236 curriculum inviati dai “cittadini” al Parlamento ne sono stati proposti al voto solo cinque, scelti dalla Casaleggio&C.

La prescelta ha una biografia con molte start up, in cui spiccano alcuni incarichi legati alla tv: è stata dirigente delle produzioni di Fremantle (ovvero la società che fornisce alla Rai “contenuti” come “X Factor” e “Un posto al sole”, ed è una delle principali società d’appalto), ed è stata consulente di La7 e di Sky. Insomma, una via di mezzo tra una “informata dei fatti” e un possibile  conflitto d’interessi per gli stretti rapporti con competitor e appalti.

Ma era “certa” anche la paternità politica degli altri consiglieri: una spartizione avvenuta a tavolino, un posto ai 5Stelle, uno alla Lega, uno a Fratelli d’Italia e uno al Pd. E i 236 curriculum? La sbandierata trasparenza della riforma? Vabbé…

Alla fine al Senato sono state votate due donne, Coletti (133 voti) e Rita Borioni (101, l’esponente del Pd votata anche – dice l’Ansa – da Forza Italia, come da indicazione del gruppo). Borioni è al secondo giro in Cda – anche se nei passati tre anni non si è fatta molto notare: l’hanno voluta Orfini e Marcucci, ha sempre lavorato con loro. Si dice che Martina volesse un nome più autorevole, ma tant’è.

Alla Camera la Lega ha portato Igor De Blasio, l’uomo Moleskine (312 voti, il voto della maggioranza) mentre Giorgia Meloni ha lanciato un uomo-Rai, Giampaolo Rossi (166 voti) presidente di RaiNet fino al 2012, la consociata Rai che realizzava e gestiva i portali web della tv pubblica e che ha chiuso i battenti nel 2014. Un altro rancoroso, che già nel 2012 doveva essere eletto nel Cda Rai in quota Pdl ed era stato fatto fuori – dai suoi – per questioni di bottega, nonostante l’appoggio della potente fidanzata e deputata Deborah Bergamini. Altri tempi.

Il Cda non è completo, ne mancano ancora tre. Uno sarà eletto oggi dai dipendenti Rai, e sulla rampa di lancio c’è probabilmente Riccardo Laganà, che si occupa di mixer video a Roma e che ha fondato il movimento “IndigneRai”, vicino ai 5Stelle; gli altri candidati sono in difficoltà o perché non sono espressione della base ma di accordi (come viene rimproverato a quello dei sindacati) o perché rappresentano minoranze Rai (come i giornalisti). Stiamo a vedere.

E gli ultimi due? Ci pensa il governo, come ha già spiegato Salvini. Come per il direttore generale, pardon: amministratore delegato. L’unico di vero potere.