Diversi ma uguali nell’odio per gli stranieri

Ci sono gli ultrà liberisti e gli statalisti, i fanatici religiosi e i cultori del neopaganesimo, gli antisemiti e gli antislamici, gli omofobi e i tolleranti in fatto di costumi sessuali, gli amanti delle tradizioni e del passato e quelli convinti di incarnare modernità e futuro, i regionalisti spinti e i nazionalisti tetragoni: il mondo dell’estrema destra in Europa è molto vario e pieno di contraddizioni. Tre tratti però contraddistinguono tutti i movimenti e i partiti di questa area e li accomunano: il rifiuto degli stranieri, l’ostilità verso le istituzioni europee e un accentuato leaderismo, l’inclinazione ad affidarsi a un Capo. I fondamenti dell’estrema destra europea sono la negazione degli altri da sé e l’idea che il “popolo” non sia la comunità dei cittadini con i loro diritti e i loro doveri ma un’entità che si riconosce nel principio di autorità incarnato dal leader ed è legittimata per il solo fatto di esistere, quindi incompatibile con ogni forma politica che espropri la sua presunta sovranità. Il populismo tende ad essere autoritario e se non tutto il populismo è di estrema destra e antieuropeo, tutta l’estrema destra è populista, antieuropea e autoritaria.
È evidente che una caratterizzazione così generica non aiuta più di tanto a disegnare il quadro del fenomeno. È necessario introdurre altre categorie. Una è sicuramente quella geografica. Ci sono differenze notevoli fra l’estrema destra dell’est e quella dell’ovest dell’Europa. Una ha un’evidente matrice storica ed è il riemergere, dopo la caduta del sistema del “socialismo reale”, delle istanze nazionalistiche che nell’area, percorsa fino alla seconda guerra mondiale da sciovinismi, contrasti culturali, rivalità etniche, religiose, linguistiche erano state congelate dalla “pax sovietica” imposta da Mosca. Si potrebbe dire che in questa parte del continente l’estrema destra esprima una sorta di protesta contro la Storia, riportando allo scoperto vecchi conflitti e tradizioni “di prima”: legami con le tradizioni religiose ortodosse in Russia o in parte dei Balcani o con quelle cattoliche preconciliari come in Polonia, vecchi irredentismi (pericoloso, in prospettiva, quello ungherese nei confronti di Slovacchia e Romania), antiche e radicatissime ostilità, prima fra tutte quella dei polacchi verso i russi che arriva ad esprimersi in assurde teorie complottistiche condivise dai massimi livelli politici, come quella dell’assassinio del presidente della Repubblica Lech Kaczyński da parte di Putin e del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, quelle dei russi della Transnistria verso i moldavi e via elencando.
A differenza di quanto avviene nei paesi dell’ovest dove, almeno fino ad ora, partiti e movimenti esplicitamente estremisti restano in genere ai margini, pur se riescono comunque a condizionare le politiche dei governi, nei paesi dell’est essi, se non sono proprio al governo (come il Pis, Diritto e Giustizia, in Polonia), fanno comunque parte a pieno diritto del gioco politico. Oppure, come Jobbik in Ungheria, sono all’opposizione di governi che, come quello di Victor Orban, recepiscono sostanzialmente le loro istanze.
All’ovest non è così. Dei cinque leader della destra immortalati nella foto di gruppo del meeting di Coblenza che nel gennaio scorso sancì una “grande alleanza” che nelle intenzioni doveva squassare l’Europa, tre – la francese Marine Le Pen, l’olandese Geert Wilders e l’austriaco Harald Vilimsky (che rappresentava il suo capo Norbert Hofer) – hanno preso severe batoste in patria, la quarta, la tedesca Frauke Petry, il prossimo 24 settembre dovrà, comunque vada, fare i conti con il proprio isolamento e al quinto, Matteo Salvini, soltanto le particolarissime contorsioni della politica italiana e le debolezze politico-culturali della nostra destra moderata offrono qualche chance. Questa circostanza può confortare: l’ondata xenofobo-sovranista-populista che pareva inarrestabile qualche mese fa non ha tracimato. Per il momento. E però partiti in fondo non troppo dissimili dalla lega di Salvini o dal Front National di Le Pen sono al governo o in maggioranza in Danimarca (il Folkeparti, partito del popolo) e in Norvegia (il Fremskrittpartiet, partito del progresso) condizionando pesantemente le scelte dei governi in materia di immigrazione, fino a spingere il governo di Copenhagen all’odiosa ipotesi di pretendere tasse d’ingresso ai profughi o quello di Oslo a rispedire in Russia i richiedenti asilo che arrivano con la rotta del nord. In Finlandia il partito dei veri finlandesi, nome che è tutto un programma, è balzato al terzo posto. Della Scandinavia democratica, aperta e solidale che fu soltanto la Svezia si tiene stretta alle buone tradizioni, con un governo rosso-verde che pure qualche restrizione sui profughi comincia a pensarla, incalzato dai populisti xenofobi degli Sverigedemokraterna (democratici di Svezia) che vogliono proibire le moschee e organizzare un referendum per l’uscita dalla UE.
Nei partiti estremisti del nord Europa, così come nel britannico Ukip di Neil Farage, nell’olandese PVV (Partij voor de Vrijheid, partito per la libertà) e in parte anche nella tedesca Alternative für Deutschland, nella FPÖ austriaca e nella svizzera Unione Democratica di Centro, è forte la componente ultraliberista e antistatuale e nei loro programmi ci sono radicali riduzioni delle tasse e ancor più radicali smontaggi del welfare. Non è così nella galassia dei partiti e dei partitini dei paesi latini: quelli più esplicitamente legati al retaggio storico nazista e fascista (in Italia Forza Nuova e Casa Pound, in Grecia Alba Dorata) pretendono di rappresentare il “vero” socialismo e istanze sociali, almeno dichiarate (molto meno praticate nei programmi) caratterizzano il Front National, Fratelli d’Italia, il belga Vlaams Belang, la microscopica Democracia National spagnola. Una certa confusione che alberga nelle teste dei suoi dirigenti rende un po’ difficile collocare in questa dicotomia la Lega. La bizzarra proposta della flat tax sembrerebbe spingerli dalla parte degli ultraliberisti, ma non è detto.
Lo spettro delle posizioni è largo e molto complicato, insomma. Il che aggrava la contraddizione che è, per così dire, connaturata all’estrema destra e che rende impossibile non solo una sua unificazione a livello continentale sul modello per esempio del Pse o del Ppe ma anche (per fortuna) un quadro di collaborazione organico: l’ottica nazionalistica, oppure fortemente regionalista per la Lega d’antan, il Vlaams Belang e qualche altra piccola formazione irredentista, con cui vengono percepiti e perseguiti gli interessi della società. Proprio questa varietà e questa contraddizione di fondo però rendono più pericolose, perché meno mediate dalla politica, le istanze di autoaffermazione, di presenza sui territori, di sintonia con le pulsioni del “popolo” della destra estrema. In una opinione pubblica spaesata, impaurita dagli attentati, quelli veri e quelli della propaganda, avere programmi, proporre modelli economici e sociali può anche non servire per guadagnarsi consensi. È molto più semplice, e redditizio, gridare all’invasione e chiamare alla lotta contro l’islamizzazione. Così l’estrema destra uccide la politica.