Disuguaglianze di salute:
è una questione di classe

L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha presentato nei giorni scorso un breve ma significativo rapporto sulle disuguaglianze di salute nel nostro paese.
Queste disuguaglianze esistono. Hanno sia una base geografica che socio-culturale. E, negli ultimi anni, sono in aumento.

Il rapporto non entra nel dettaglio delle cause che determinano le disuguaglianze. E, tuttavia, prima di addentrarsi nelle cifre fa una premessa, in cui ricorda che: “Il Servizio sanitario nazionale è nato con l’obiettivo di tutelare la salute, come diritto fondamentale dell’individuo e della collettività, e superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese. Il principio alla base del Ssn è l’universalismo ritenuto un presupposto per l’uniformità delle condizioni di salute sul territorio”.

L’istituzione del Servizio sanitario nazionale è del 1978 a copertura universale ha avuto un gran successo: il rapporto tra costi e prestazioni è tra i migliori del mondo. I costi sanitari in Italia sono tra i più bassi dei paesi OCSE, ma la vita media e anche la qualità della vita sono tra i più alti del mondo.
Una serie di riforme a partire dagli anni ’90 hanno un po’ eroso l’universalismo del Sistema sanitario nazionale, sia imponendo vincoli di bilancio troppo stretti sia interpretando il federalismo sanitario in modo tale da creare 20 sistemi sanitari diversi.

È alla luce di questi fatti che possiamo leggere il rapporto sulle disuguaglianze di salute. I quali ci dicono che esistono marcate diversità regionali. Nella provincia di Trento, per esempio, le donne vivono in media 86,3 anni contro gli 83,3 delle donne in Campania. Idem, per i maschi, che in Campania vivono in media 78,9 anni mentre nella provincia di Trento vivono in media 81,6 anni. Insomma, c’è una differenza di quasi tre anni fra Trento e la Campania. In particolare con le provincie di Napoli e Caserta, dove la vita media è la minore in assoluto.

In generale possiamo dire che si vive di più nel nord-est e di meno nel Mezzogiorno. Ma queste differenze, rispetto alla media nazionale, negli ultimi 15 anni non sono state recuperate. E neppure sono rimaste costanti. Nel caso della Campania, della Calabria e della Sicilia la forbice si è allargata. Le condizioni relative e spesso anche quelle assolute di salute in queste regioni sono peggiorate.

Se ne ricava che il Sistema nazionale sanitario non riesce a soddisfare la sua missione istitutiva di “tutelare la salute, come diritto fondamentale dell’individuo e della collettività, e superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese”. Mentre tutte le ragioni del Nord, unitamente ad Abbruzzo e Puglia, sono costantemente al di sopra della media nazionale.
È chiaro, dunque, che c’è una divaricazione tra Nord e Sud persistente e, in alcuni casi, persino crescente.

Ma non è solo la riproposizione in chiave sanitaria dell’antica e mai risolta “questione meridionale”. Forti disuguaglianze di salute ci sono anche tra i diversi ceti sociali. Il rapporto dimostra che una donna laureata vive, in media, 85,9 anni, contro gli 83,2 di una donna con al massimo la licenza elementare: 2,7 anni di differenza non sono pochi. Molto maggiore è la disuguaglianza tra i maschi: i laureati vivono in media 82,4 anni, quelli che hanno al massimo la licenza elementare 77,2: ben 5,2 anni in meno.

È evidente la “questione di classe”: cognitiva e sociale. Chi ha una laurea appartiene, in genere, ai ceti medio-alti. Chi ha frequentato al massimo le scuole elementari si trova in condizioni economiche e sociali svantaggiate.
Il Servizio sanitario nazionale era nato per evitare che le differenze di classe determinassero disuguaglianze di salute. È evidente che non ce la fa. Il combinato disposto della crisi economiche, dei tagli di bilancio dello stato, della regionalizzazione spinta della sanità sta compromettendo il migliore sistema di welfare, quello sanitario, che l’Italia si era conquistato.